Come si chiude un cerchio

Chiunque abbia seguito il blog, negli ultimi dieci anni, ha spesso sentito parlare del mio ultimo primario: delle incomprensioni iniziali poi sfociate in stima reciproca, delle battaglie comuni e di tutto il resto. Ma non tutti mi hanno sentito narrare del mio primo primario, quello di quando ho lavorato nella incantevole cittadina alle pendici delle Prealpi in cui piove due terzi dell’anno: una piccola Scozia de noantri, in sostanza, ma con parecchia più storia e bellezza. Tempi in cui il futuro era tutto da scrivere, ancora pieno come ero di grandi speranze e aspettative, e in cui sono stato davvero felice: a condurre una vita semplice in un luogo che a me sembrava (e sembra ancora adesso) parecchio ameno.

Andai lì a lavorare proprio per lui, il primario: fu un colpo di fulmine, un amore a prima vista che dura ancora adesso, a distanza di oltre quindici anni. Ricordo perfettamente la scena: presi un appuntamento telefonico, arrivai in ospedale, mi annunciai e lui venne a prendermi nell’atrio del reparto (muri bianchi, tutto in ordine, un silenzio da sacrestia: tutto mi piacque, di quel posto). Dopo due minuti seppe che ero arrivato in compagnia della mia fidanzata, e che lei stava aspettando fuori che finissimo di parlare: si alzò e andò a chiamare anche lei, scusandosi per la maleducazione di averla lasciata da sola in sala di attesa.

Lavorai con lui quasi tre anni: imparando i fondamentali del mio mestiere e non solo. Andavo a salutarlo tutte le mattine quando arrivavo (lui era già lì) e tutti i pomeriggi quando andavo via (lui era ancora lì). Un giorno mi disse: Vai tranquillo, fai tu i turni TC, i referti ortopedici li faccio io. Ancora non sapevo quanto gli costasse quel sacrificio, lui che era così appassionato del suo lavoro: mi sedevo alla consolle della TC e cercavo di fare del mio meglio, speravo che lui fosse orgoglioso di me. In qualche modo dovetti riuscirci, perché quando andai via mi disse, tra le altre cose: Ricordati di tutto questo quando sarai primario. Non disse: se lo diventerai. Disse: quando lo diventerai. Io all’epoca neanche sapevo cosa avrei fatto l’indomani, figurarsi maturare programmi sulla lunga scadenza. Infatti, fino a ieri sera, mi ero completamente dimenticato di questo episodio.

Perché, vedete, come capita a ogni padre anche io ogni tanto mi ritrovo ad avere a che fare con i miei figli e a pensare: Santo cielo, questa cosa l’ha fatta il mio babbo con me quando avevo la loro età. A volte la circostanza mi lascia interdetto, ma per lo più mi rende felice: ho come l’impressione di essere il portatore di una memoria genitoriale che affonda le radici nel mio stesso codice genetico. Mi sembra di essere un messaggero inconsapevole, un piccione viaggiatore, un traghettatore di buoni sentimenti familiari.

In questi ultimi giorni, lo sapete, nella mia vita lavorativa (e non) tutto è cambiato: e così mi trovo all’improvviso nei suoi panni, in uno studio che non divido con nessuno, immerso in pensieri che devono essere tanto simili a quelli che aveva lui all’epoca. Ogni tanto mi ritrovo a fare un gesto, dire una parola, mutuare un’abitudine (per esempio il giro delle diagnostiche appena arrivo in reparto, per salutare medici, tecnici e infermieri), e all’improvviso penso: Santo cielo, ma questo lo faceva lui con me!

Ed è così che si chiudono i cerchi, immagino, tra persone che si vogliono davvero bene: senza troppo clamore, gesti eclatanti o promesse che non si possono mantenere. Il cerchio che si chiude significa sentirsi all’improvviso portatore di una memoria genetica che è anche lavorativa, di un seme che ti è stato piantato dentro senza sapere se avrebbe mai dato frutto, e alla fine inaspettatamente germoglia. Così ieri pomeriggio, tornando a casa in auto, gli ho fatto un colpo di telefono: e mi sono commosso a dirgli che, accidenti, adesso ho qualche motivo in più per dirgli grazie, oltre a tutti quelli che già avevo prima. E che non erano pochi, credetemi, davvero non erano pochi.

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