Commenti illuminanti

Il mio webmaster mi ha inviato un link illuminante che ha a che vedere con il post di qualche giorno fa, quello del 40% di esami radiologici inutili. Leggetelo, poi vi dico perché.

http://avvertenze.aduc.it/comunicato/raggi+inutili_18769.php

Lucillafiaccola1796 afferma testualmente, a commento delle parole di Bibbolino: “io così a naso fra la mammografia e l’ecografia preferisco fare l’ecografia al seno, visto il grande miglioramento avvenuto nelle macchine ecografiche, anche perché due amiche di mia madre regolarmente mammografate, sono poverine, decedute…”

Quello che mi lascia perplesso, ma veramente, è quel “così a naso”. Che testimonia non soltanto l’ignoranza in campo medico che dilaga nella popolazione, anche ai tempi di Elisir e programmi consimili (quella è normale, altrimenti non ci sarebbe bisogno di laurearsi in medicina), ma anche il cattivo uso che viene fatto dei medici. Perché basterebbe, o almeno mi auguro, un medico di famiglia per spiegare che il così a naso non esiste, è pericoloso, che i casi vanno valutati singolarmente e che se proprio si vuole dare una regola generale allora l’ecografia va bene fino ai 40 anni, ma dopo la mammografia è obbligatoria; e poi che l’esempio delle due amiche di famiglie “regolarmente mammografate” vale poco perché la medicina, lo ripeterò fino alla nausea, non è scienza esatta. Anzi.

Ma il meglio viene da Ennio4531: che è l’esempio perfetto della confusione che alberga nei pazienti italiani oggi. Perché Ennioeccetera lo capisce benissimo che i medici di oggi richiedono troppi esami solo per paura di ritorsioni legali dei pazienti insoddisfatti; ma poi dice che i medici dovrebbero essere tutti bravissimi e dunque è giusto lamentarsi, e in questo esprime in modo cristallino il contrasto violento che esiste nei pazienti tra quello che si attendono dalla medicina (cioè tutto, bene e subito) e quello che invece ottengono ogni giorno (medici bravi se si è fortunati, medici così così se si è sfigati, medici cani se il diavolo ci mette la coda; e in ogni caso tempi di attesa lunghi perché, bisogna metterselo bene in testa, questo paese sta andando diretto e senza mezzi termini verso la medicina dei privati). E alla fine ha anche il buon senso di porsi una domanda: e se fosse colpa dei pazienti?

Insomma, leggete i due commenti: sono illuminanti. Quei due lì rappresentano, da soli, l’idea platonica del Paziente Italiano nel 2011.

7 Responses to “Commenti illuminanti”

  1. mollybloom82 ha detto:

    A me Ennio pareva almeno in parte ironico…

  2. Gaddo ha detto:

    Spero che tu abbia ragione.
    A me sembrava confuso, come quasi tutti; o, per meglio dire, disorientato. Come tutti.

  3. lungalanotte ha detto:

    Bella questa riflessione, che condivido da paziente sottoposta ad un iter estenuante di esami di ogni sorta.
    Aspetto a brevissimo la diagnosi, ma dopo tutta questa lunga strada, questo cattivo compagno verrà almeno a metter fine (verosimilmente in tutta la sua maestosità, visto il ritardo) alla schizofrenia delle prescrizioni specialistiche isolate che hanno generato nel mio caso un anno intero di peregrinazioni inutili, di dispendio di energie e di speranze di guarigione illuse: la maledetta diagnosi per esclusione (ma chi diavolo ha autorizzato l’uso di questa pratica?).
    In generale, ho imparato in famiglia e da me ad avere stima della figura del radiologo, che è spesso un anello portante della catena diagnostica, un medico di esperienza vera, nonché una figura che ha sovente intuizioni superiori a molti internisti (seppur più informati della clinica) e idee chiare su come condurre gli iter diagnostici che, nel mondo parcellizzato della medicina specialistica, nessuno sembra più in grado di ORIENTARE in una sola figura con completezza, economia (e rispetto per paziente e per SSN) e rigore. Insomma, uno specialista ma anche un non-specialista, nel senso meritevole e multidisciplinare del termine.
    Tanti cari saluti, perdona la divagazione e complimenti per come eserciti con onestà intelletuale ed umanità una professione che spesso non è giustamente valorizzata o compresa dai pazienti, e che non DEVE in nessun modo scomparire o cedere il passo ad altro.

  4. Gaddo ha detto:

    Beh, grazie. Davvero: non sai quanto le tue parole suonino di conforto per chi troppo spesso ha la sgradevole sensazione di lottare contro i mulini a vento, ogni giorno, ogni santo giorno della settimana.
    Ti chiedi giustamente chi ha autorizzato la pratica della diagnosi “per esclusione” e io voglio risponderti con l’onestà intellettuale di cui generosamente mi hai fatto credito: ma il tema è abbastanza complesso, per cui lo farò con un post (il prossimo) e non con una semplice risposta al commento.
    Quanto al resto, ti sono vicino nell’unico modo che conosco, quello di un semplice medico tra tanti a cui piace stringere le mani delle persone che hanno la sventura di sdraiarsi sul suo lettino e farsi raccontare qualcosa della loro vita. Tu l’hai fatto con una sincerità disarmante, ed è un altro motivo per ringraziarti di cuore.

  5. lungalanotte ha detto:

    Grazie a te, Gaddo, di tornare sulle mie semplici parole con tatto e franchezza.

    Con la mia semplicità, mi fai pensare al rapporto medico-paziente. Non a quello specialista-corpo, tecnico-organo, azienda-cliente.. proprio a quel banale, quanto essenziale e delicato incontro tra persone.

    Chiamati all’appello dalla sventura della malattia, aneliamo a quella stretta di mano e di cuore, che solo chi conosce ciò che accade nella scatola terrena può offrire. L’empatia olia le macchine e rimbocca i letti di corsia, prepara i lettini, illumina gli studi e riscalda gli ospedali. Troppo spesso è demandata a figure laterali, troppo spesso è dono poco coltivato.

    Il contratto terapeutico: dovremmo smettere di sperarlo ed imparare ad esigerlo per i nostri corpi. Dove andiamo? Venga anche lei, la scongiuro. Farò fatica? E i soldi, ovvio, chi ce li ha? Sa, ho anche il mutuo da pagare io! Portati la k-way. A chi lo lascio il cane? Ho bisogno di una sosta. Quando arriviamo? In ostello c’è gente più simpatica e poi si sta in camera insieme. Mi fermo alla fontana (lo so che non si beve a metà strada, ma tanto nessuno mi vede). Lo conosce questo ristorante? Dottore, quanto manca? Dottore, sento che manca poco. Quando viaggio mi porto sempre le foto dei miei figli. Abbiamo bucato, che sfiga! Dottore, lei ha figli? In viaggio si sta più comodi coi jeans. Mando una cartolina a casa per dire che sto bene.

    Il servizio alla persona, operatore-sensibile (e paziente-sensibile), è atto di comunicazione prima ancora, e oltre che atto medico. E come tale, deve essere a due vie per costituire quella solida base che è la fiducia che apre la porta alla diagnosi, all’accettazione e ad una cura il più possibile completa e soddisfacente per entrambi gli attori.

    Sulla tua scia, ti leggerò nel nuovo post ed in questo mi sarò limitata a lanciare qualche piccolo, banale e loquace sassolino, che però la tua altrettanta sincerità so non lascerà andare a fondo. Se non la proverà la lungaggine de post.

    Se ti sono stata di conforto, ne sono davvero felice e quasi incredula.
    Ma sono io a ringraziare ancora te per aver aperto questa porta virtuale. La stretta di mano l’ho quasi sentita. Raccontarmi, beh, l’ho fatto e tu col cuore mi hai letta.

  6. Gaddo ha detto:

    I commenti di Lungalanotte mi lasciano sempre interdetto. Perché, come medico, mi sento addosso tutta l’inadeguatezza di generazioni di medici, appunto, che hanno creduto che il rapporto medico-paziente si esaurisse nel successo diagnostico, nella prestazione eccezionale di cui andar fieri, nel numero di tacche da segnare sul calcio del fucile. E si sono dimenticati che di fronte avevano una persona spaventata. Spesso con una famiglia spaventata alle spalle.
    Qualche medico l’ha capita da solo la differenza: ma ha dovuto ammalarsi, e passare dall’altra parte della scrivania, del vetro piombato della tac, del tavolo operatorio. La letteratura italiana è piena di storie di medici che la sventura ha trasformato in pazienti. “Un medico, un uomo”, famoso film con un intenso William Hurt nella parte del chirurgo stronzo che si ammala di cancro alla laringe, ne è un altro esempio.
    Io invece voglio raccontare un’altra storia, che mi è capitata da pochi giorni. E, raccontandola, la dedico a Lungalanotte. Che sicuramente capirà perché la racconto.

  7. lungalanotte ha detto:

    Grazie Gaddo.
    Le mie chiose amare dipingono un mondo che nel mio intimo spero peggiore di quello che troviamo spesso là fuori, e un po’ mi rammarico se suonano sconsolate.
    Per questo torno a te su questo topic nel confermarti ancora quanto condivido quello che racconti, e quanta verità che è frutto dell’esperienza traspare nelle tue parole. Non ribatto per un’apologia, ma per un giusto tributo a quanti professano con in mente il cuore, oltre che la scienza.
    Questo è il tuo blog, ma se può servirti, ti confermerò brevemente quanto già penso tu sappia, e cioè che un paziente riconosce, aldilà dell’evoluzione del suo percorso, chi si sta occupando di lui, i riferimenti cui sente di poter affidarsi e dover tornare.
    Parlo di chi sa leggere negli sguardi l’abisso nel quale spesso precipita, colui che offre conoscenza ed esperienza a piene mani, ma anche solidarietà oltre le possibilità diagnostiche. Incontri che forse non danno sempre una risposta concreta, ma ne rendono meno arida la ricerca. Forse ci ripetiamo?
    Facciamo conoscenza della malattia in molte forme, dalla fortuna di un’errata diagnosi, all’amarezza della perdita. Il vero tabù, nella difesa psichica dal dolore, nella fretta e nella ricerca dell’efficienza è quello che tu dici: soffrire fisicamente scoperchia e rende vulnerabili.
    Il “peggior paziente del mondo” ha dato davvero il peggio di sé, ma ha anche saputo accogliere con inatteso candore l’insight che gli si stava con garbo offrendo. Per un istante, è vero, ma io sono certa servirà a molto più che qualcosa, o così mi piace pensare.
    Immagino gioia e riconoscenza nel vedere la persona che gli ha salvato la vita prendersi cura di lui fino a remissione completa. La medicina non dovrebbe essere fatta forse allora di continuità, anziché di prestazioni isolate?
    Quanto allo spunto cinematografico, che tocca peraltro un tema che mi è caro, te ne sono grata ed approfondirò con piacere.

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