Cosa ci facciamo ancora qui? (cronache del virus fetente #14)

Ogni mattina presto, quando arrivo all’Ospedale del Fiume Grande, passo davanti alla fila di persone che attendono di essere ammesse agli esami di laboratorio. È una fila che negli ultimi giorni, come è facile immaginare, dopo essersi assottigliata fin quasi a sparire è tornata a diventare bella florida.

Il punto è questo: mentre percorro la strada perpendicolare all’ingresso dell’Ospedale l’assembramento sembra massimo, le persone accalcate le une sulle altre e da lontano non è possibile capire se gli astanti sono muniti o meno di mascherina, e nemmeno se la stessa sia indossata secondo i sacri crismi. Poi mi avvicino, imbocco la parallela ed ecco che si scopre la verità: le persone non sono affatto accalcate, tutte rispettano la distanza reciproca di un metro e tutte, ancora, indossano correttamente la mascherina.

Tutto questo per dire che la vita, nel caso qualcuno duro di meninge non l’abbia ancora compreso, è una questione di prospettiva: il che dovrebbe indurci a sospendere i giudizi, di qualunque tipo essi siano, finché la prospettiva medesima non sia favorevole all’oggettività della nostra valutazione e gli avvenimenti non risultino chiari, almeno a larghe linee.

In effetti sarebbe ancora meglio fare ciò che suggeriva il professore Keating ne “L’attimo fuggente”: quando pensiamo di aver capito tutto dovremmo avere l’umiltà di salire coi piedi sul tavolo e guardare alle cose della stanza da un’altra prospettiva. Perché, come diceva saggiamente James Lowell, soltanto i morti e gli stupidi non cambiano mai idea: e i secondi, ahimè, sono tanti e fanno gruppo.

Quanto al non preoccuparsi mai, in alcun modo, della prospettiva, restano fuori dal suddetto gruppo solo gli imbecilli irrecuperabili e i maleducati. Ma da loro sai già cosa aspettarti: i primi non chiederanno mai scusa per i loro errori di prospettiva e i secondi, ancora peggio, faranno finta di nulla per non doverti salutare. Il brutto è quando, come sovente accade, l’imbecille irrecuperabile è anche maleducato: ma questa è un’altra storia, e la racconteremo un’altra volta.


La canzone della clip è “Het is al laat toch”, singolo del 2020 dei Racoon. Buon arpeggio e un ritornello in cui pare che il cantante dica “deesooolaaatooo”. Desolato: termine arcaico e in disuso che qualcuno dovrebbe tuttavia reimparare, sempre nell’ottica del saper chiedere scusa per le proprie malefatte.

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