Cosa farai da grande

Tornavo a casa con mio figlio, in automobile, lungo l’infernale circonvallazione cittadina. Ora di punta pomeridiana, traffico sconclusionato, pendolari impazziti di stanchezza e nervosismo.

Dallo specchietto retrovisore scorgo il lampeggiare di un’ambulanza; qualche istante dopo si aggiunge l’inquietante suono della sirena. Faccio come tutti: rallento, accosto a bordo strada, attendo che l’ambulanza passi e poi riguadagno la corsia di scorrimento.

Mio figlio chiede: Papà, perché ti sei fermato per far passare l’ambulanza?

Perché le ambulanze trasportano i malati, e i malati devono arrivare in fretta in ospedale così i medici possono prendersi cura di loro.

L’ospedale è dove lavori tu, papà?

Si, è dove lavoro io. Ti piacerebbe lavorarci?

Mio figlio ci pensa su qualche istante (è un bimbo molto riflessivo, quasi cogitabondo), poi risponde secco: No.

Perché no?

Perché no.

Quando mio figlio, che in genere (come il papà, d’altronde) ama dilungarsi in minuziose descrizioni dei sentimenti che prova, risponde alle domande in modo così asciutto è perché non ha ancora trovato la chiave per razionalizzare ed esprimere verbalmente le sue sensazioni. E io lo lascio fare: per far mente locale su quello che stai pensando, a volte, bisogna solo pensarci su.

Il giorno dopo, mentre lavoro al PC, mio figlio si avvicina in silenzio. Aspetta che finisca di battere sulla tastiera, perché oltre che cogitabondo è anche molto ammodo, e poi mi dice: Sai, papà, ho deciso che da grande voglio fare anche io il medico.

Perché hai cambiato idea?

Perché ti voglio tanto tanto bene, e da grande voglio fare il mestiere che fai tu.

Io lo abbraccio forte e penso che, davvero, non mi importa cosa farà mio figlio da grande. Non mi importa se sceglierà di studiare, se farà il muratore o il magazziniere, il neurochirurgo, il maestro elementare, l’astronauta, il cartomante o il baby sitter. Non mi importa nemmeno che sia felice, perché la felicità è una fregatura hollywoodiana e va trattata come un impostore. Vorrei soltanto che conservasse per sempre questa sua capacità di voler bene e di saperlo esprimere a gesti e a parole.

Dopodiché, prendete uno straccio e venitemi ad asciugare, che io nel mentre mi sono ridotto a una pozzangherina di amore sul parquet della sala.

PS Questo post è dedicato a Squa. Lei sa perché.

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