Cronache del virus fetente #09

Sono passate via un po’ di settimane da quando è cominciata la crisi sanitaria globale e abbiamo sperimentato una estesa gamma di emozioni: lo sconcerto, all’inizio, poi la paura, la rabbia, fino a un senso di solitudine micidiale. Siamo rimasti sorpresi dalla capacità dei nostri anziani e dei nostri ragazzi di comprendere la situazione straordinaria e di adeguarsi a essa: restare a casa, per un adolescente o un nonno, non è cosa facile. Abbiamo costruito reti sociali che prima non esistevano e che nemmeno avremmo mai immaginato di realizzare in così poco tempo: conferenze di lavoro da remoto, aperitivi su skype, videochiamate dei nipoti ai nonni, che di colpo hanno scoperto di essere meno soli di quanto temessero e di attendere quella chiamata quotidiana con ansia quasi dolorosa. Insomma, abbiamo scoperto che il mondo è davvero cambiato, oltre ogni nostra più fervida immaginazione: che qualcuno, pagando, può portarci a casa non solo la pizza ma persino la spesa. Una cosa è rimasta uguale, però: il bisogno di sentire che qualcuno si prende cura di noi, non ci abbandona e ci accudisce per quello che può.

Io, ve lo dico, sono un medico che fa cose concettualmente sbagliate. Per esempio, prima cosa che in linea teorica tutti i maestri sconsigliano vivamente di fare, mi lascio coinvolgere dai singoli casi: i pazienti spesso diventano persone e io tendo a percorrere tutta la strada con loro, per quanto sia sconnessa, fino in fondo. A qualcuno, errore supremo tra gli errori, ho persino dato il numero di cellulare: in fondo nessuno ne ha mai approfittato, e sapere di poter raggiungere il tuo medico radiologo anche solo per una parola di conforto è importante come essere certi della sua buona diagnosi.

Così, accade che in tempi di Covid io riceva una telefonata inattesa a metà pomeriggio da uno di loro, uno dei pazienti che mi hanno scelto. Il quale, con una punta di educato imbarazzo, chiede scusa per il disturbo e mi dice, semplicemente: Dottore, volevo solo sapere come sta in questo momento difficile. E io rispondo che va bene, va tutto bene nonostante la paura, l’ansia, i problemi organizzativi e familiari, la stanchezza cronica e il fastidio verso chi si approfitta della situazione per i propri fini.

E vorrei anche dirgli, ma ho il buon senso di non farlo, che telefonate come queste sortiscono un effetto paradosso: certe volte è il paziente che, senza saperlo, prende in cura il medico, lo sostiene, gli passa un braccio intorno alle spalle e, semplicemente, lo accompagna zoppicando fino alla fine della crisi.

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