Cronache del virus fetente #10

Ieri pomeriggio, in preda a un giramento insolito per il mio livello medio di umore, ho deciso che un giorno alla settimana si, se in reparto è tutto a posto può essere lecito uscire qualche minuto prima e tornare a casa lentamente, a settanta all’ora, con una buona musica nelle orecchie, godendosi il panorama, i campi coltivati separati geometricamente da distese di fiori gialli che sembrano il mare di un meraviglioso pianeta alieno.

Poi sono arrivato a casa e davanti alla soglia c’era il Pacco.

Il Pacco mi guarda silenzioso da diversi giorni, da quando un corriere anonimo l’ha depositato senza nemmeno farsi vedere. Il Pacco è enorme e contiene un set per arredare il terrazzino della casa nuova: divanetto, due sedie, tavolino. Così ho pensato: cavolo, questo è il momento. L’ho trascinato dentro, l’ho finalmente aperto portando alla luce il suo tesoro nascosto e ho passato un quarto d’ora, come un catatonico, a guardare i diecimila pezzi senza muovere un muscolo: sono di scuola filosofica greca, io, in assenza di precise istruzioni per l’uso prima si ragiona e poi si muovono le mani.

Le mani, appunto. Voi non lo sapete ma io nella vita so fare solo due cose: il medico e scrivere. Per il resto sono negato, letteralmente negato. Fatemi montare qualcosa e qualche pezzo finirà sistemato al contrario: sicuramente sotto gli occhi di qualcuno capace come minimo di tagliare il marmo con il flessibile o rifarti a mani nude l’impianto elettrico della casa, e di cui a quel punto dovrò tollerare l’aria di riprovazione e lo scuotimento del capo.

Ma questa volta ero deciso. Ho cominciato, come al solito, sbagliando tutto. Ma non ho desistito: ho messo su la musica giusta, preso la chiave a brugola e insistito fino a capirci qualcosa. Mi sono sbucciato le nocche, digrignato i denti, rimasto così tanto tempo piegato in due o sulle ginocchia che quando mi tiravo su sentivo tutti interi, con le lacrime agli occhi, i miei 50 anni e oltre.

A un certo punto mi ha raggiunto mio figlio: Papà, posso aiutarti?

Certo che puoi.

E così abbiamo terminato il lavoro insieme parlando come dovrebbero parlare un padre e un figlio: di scuola, di ragazze, di amici, di esperienze di vita. Alla fine, di fronte al risultato finale, mi ha detto: È stato bello, papà.

Madonna, sapessi quanto è stato bello per me, ho pensato io.

Un attimo prima di tornare in casa, dopo essermi rimirato un ultima volta l’angolo che non vedo l’ora di riempire di fiori e cose da leggere e scrivere, ho spento la musica e dall’altro capo della strada è immediatamente risuonato un grazie squillante. Mi sono girato e sul balcone di una delle case di fronte c’erano due giovani, abbracciati, mai visti prima, che mi salutavano con la mano. Lei mi ha detto: Grazie per la musica, è stata bellissima!

Io ho sorriso, a mia volta, e ho pensato che davvero non importano lo stato di crisi, i problemi assurdi che sto vivendo sul lavoro, non importano la stanchezza e la paura, che comunque piano piano stanno svanendo. Non importa se ricominceranno gli assalti inutili al pronto Soccorso, se qualcuno tornerà agli atteggiamenti aggressivi di prima del coronavirus, se torneremo a litigare per il parcheggio.

In questo preciso momento avverto che qualcosa è cambiato; e vi giuro che la nutro davvero, la fottuta speranza che il cambiamento duri il più a lungo possibile.

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