Cronache del virus fetente #12

Ci sono volte in cui bisogna guardarsi in faccia, credo, e fare il punto della situazione. L’Ospedale del Mare è perfetto per questo scopo, specialmente quando il cielo è così azzurro e ventoso come oggi e l’Adriatico è lì, a due passi, e tu senti le sue onde che si frangono sulla battigia.

Ho visto facce molto stanche, una o due in particolare. Ho fatto mente locale e ricordato, grazie agli appunti, che il primo caso di Covid-19 autoctono, cioè italiano, c’è stato il 21 febbraio. E che il 25 dello stesso mese erano già stati montati i tendoni per il pre-triage del PS: gli stessi che quando sono all’Ospedale del fiume Grande vedo ogni mattina, affacciandomi dalla finestra della sala refertazione di risonanza magnetica. Ho ricordato che il 10 marzo l’Ospedale del Mare è diventato Ospedale Covid, con l’organizzazione in 10 giorni di una terapia intensiva spettacolare e di un intero reparto di malattie infettive che prima non c’era, riacquistando in un colpo solo tutta la dignità che nei decenni scorsi aveva via via perduto fin quasi a essere chiuso e smantellato. In quell’Ospedale, che fino a qualche anno fa sembrava destinato allo sfacelo, sono state curate oltre 400 persone; e a non farcela, in proporzione, sono stati veramente in pochi. Ho ricordato che il 16 marzo, dopo tante preghiere al Padreterno, è stata bloccata l’attività ambulatoriale e gli ospedali si sono improvvisamente svuotati lasciando tutti noi sanitari in un silenzio attonito, salvo i rianimatori e i prontosoccorsisti che invece hanno cominciato a ballare forte.

Dopo sono successe tante cose, e tante per un bel pezzo non sono più successe. Vista dalla mia personale prospettiva è stato curioso e anche un po’ inquietante assistere a movimenti di gruppo dei miei collaboratori: la reazione iniziale, la forza dimostrata da tutti, gli occhi accesi di timore e speranza dietro le bardature da Covid, le mascherine, le calotte, i camici impermeabili. Poi il crollo generalizzato di metà marzo, di cui forse nemmeno loro si sono pienamente accorti, quando i sorrisi erano spariti dai visi tirati di tutti e qualcuno ogni tanto fissava il vuoto con gli occhi lucidi. La ripresa, a inizio aprile, quando ho ricominciato a sentir ridere nei corridoi e ho capito che il peggio era passato e che ce l’avremmo fatta, tutti insieme, perché un posto di lavoro dove non si ride è senza speranza. Quindi, il 28 aprile, si è cominciato a parlare di fase 2: adesso è passata quasi una settimana e i motori si sono riscaldati, la situazione sta quasi tornando alla normalità e si può pensare di affondare il piede sull’acceleratore.

Tuttavia, come ha detto oggi l’uomo al centro della foto che accompagna il post, è probabile che nulla torni più come prima. Avevamo costruito un sistema ospedaliero completamente aperto, fondato sulla rincorsa dei numeri, privo di filtri, e a un certo punto è bastato un virus bastardo a far capire anche agli ultimi irriducibili che il modello, con ogni probabilità, era sbagliato.

Non c’è mai stato negli ultimi decenni un momento come questo, così drammatico e in un certo senso persino epico, nel quale sia stata così necessaria, quasi indispensabile, una nuova alleanza tra le persone. Nel quale il valore fondante non sia più il guadagno o la visibilità personale ma la fiducia, la pura e semplice fiducia tra esseri umani. Insomma, questo attacco virale è stato un colpo basso: ma io, per la prima volta nella mia esistenza di cinico disilluso, ho voglia di credere che le parole di Francesco De Gregori, nella canzone “La storia”, abbiano un nucleo profondo di verità che mi ero sempre rifiutato di guardare:

E poi la gente
Perché è la gente che fa la Storia
Quando è il momento di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare.

Stasera ascoltatela tutti, per favore, questa canzone. Io non so se sapremo benissimo cosa fare, noialtri, dopo tutto questo casino: ma in questo momento, mentre scrivo sulla mia terrazza, con il sole obliquo che mi riscalda e le voci allegre dei ragazzi in strada, non riesco a non sperarci con tutto il mio cuore.


Grazie a Mauro Zanutto per la foto, iconica come non mai.

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