Cronache torinesi #5

In una sessione congressuale, lunedì scorso, si è parlato del futuro della Radiologia. Se ne è parlato in termini preoccupati, come spesso capita in queste circostanze, e quindi voglio provare a riassumere quelli che a me sono parsi i punti principali della discussione.

1) Intanto, in Italia ci sono pochi medici, in calo per numero rispetto agli anni scorsi e con un’età media piuttosto elevata. Noi radiologi, per esempio, dal 1995 siamo numericamente cresciuti solo dello 0.8% e siamo fanalino di coda per quantità di professionisti sfornati ogni anno dalle varie Scuole di specialità. Il che inquieta alquanto, specie se per esempio si riflette sull’inspiegabile parallelo aumento numerico dei pediatri: come ha detto Bibbolino, è un trend ben curioso in un paese dove non nascono più bambini.

2) Di contro, incrementa in modo consistente il numero delle figure tecniche: infermieri e tecnici di Radiologia. In particolare questi ultimi, che hanno già nasato la congestione professionale che li attende nel prossimo futuro, già avanzano compatti la proposta di un cospicuo sottodimensionamento del numero di TSRM sfornati dalle Università ogni anno.

3) Questi due trend diametralmente opposti (medici radiologi in calo, anche nelle scuole di specialità; TSRM in netto aumento) vanno poi rivalutati alla luce di un altro dato critico: l’implementazione del parco macchine radiologiche a livello nazionale e l’incredibile aumento del numero di prestazioni radiologiche richieste sul territorio. C’è di che riflettere: vengono prodotti più esami ma di fatto di rende numericamente deficitaria la categoria medica che deve refertarli.

4) Le facoltà universitarie sono popolate di anziani, il che con ogni probabilità non è un vizio della sola Radiologia. Comunque, nel nostro ambito specifico, ossia quello radiologico, solo 3 professori ordinari hanno meno di 50 anni, gli altri sono oltre e spesso oltre di parecchio. È vero che ci sono oggettive difficoltà nella sostituzione del personale (i pensionati, per esempio): si tratta solo di uno dei tanti meriti della cosiddetta riforma Gelmini, con tutte le caratteristiche dell’accanimento contro la formazione scolastica per il quale siamo tristemente noti in Europa e oltre. Resta però il dato di fatto nudo e crudo: le sedi universitarie sono quasi totalmente gestite da radiologi, diciamo così, di terzo e quarto pelo. Nel mentre la disciplina evolve velocemente, i rapidi avanzamenti tecnologici impongono sforzi di aggiornamento fuori dal comune (i quali magari, che dico mai, andrebbero coordinati a livello nazionale) e io non sono del tutto sicuro che in cima alla piramide stazionino le persone più adatte, per età e attitudini, a gestire il cambiamento epocale che è in corso nella nostra disciplina.

5) Per la prima volta ho assistito alla formulazione di una proposta molto intelligente: e se il numero dei radiologi in formazione nelle scuole di specialità fosse proporzionale alle esigenze del territorio, ossia al numero degli abitanti? Non è difficile immaginare lo scenario: con il conforto delle proiezioni per il prossimo futuro, anno per anno il numero degli specializzandi potrebbe essere adattato alle esigenze del bacino di utenza. Senza più cifre fisse e immutabili, che a momenti neanche le tavole della Legge di Mosè sono così categoriche.

6) Ne aggiungo una anche io: se le università hanno problemi di organico perché non dislocare gli specializzandi negli ospedali non universitari, magari condividendo un progetto formativo comune? Se io fossi un direttore di Scuola avrei due grandi obiettivi sopra tutti gli altri: insegnare il mestiere agli specializzandi e trovargli una congrua sistemazione lavorativa a scuola finita. Il decentramento risolverebbe entrambi i problemi: lo specializzando crescerebbe nell’ospedale destinato ad accoglierlo e a fine corso di studi sarebbe già pronto per il lavoro che lo attende (senza il biennio di esordio che, come é noto, è ritenuto indispensabile per il completamento o la formattazione/riprogrammazione delle sue conoscenze medico-radiologiche). Infine, ma forse sto per dire un’eresia, le amministrazioni ospedaliere potrebbero investire personalmente nella formazione dei futuri medici: nella prospettiva di un aggiustamento dell’organico (come è ormai chiaro, la questione anche in questo caso riguarda il guardare lontano e non limitarsi alla punta del proprio naso) l’ospedale potrebbe andare a scegliersi lo specializzando migliore proprio nelle Scuole stesse, contribuendo in parte alle spese di formazione.

Le conclusioni, lo capite anche da soli, non sono particolarmente confortanti. Le cifre fornite lasciano chiaramente intendere gli scopi di chi governa il motore: sostituire le figure professionali mediche con figure professionali tecniche, che costano meno e sono gestibili con meno difficoltà. Le figure tecniche svolgono mansioni importantissime, intendiamoci, ma non fanno e non potranno mai fare il mestiere del medico: la nostra formazione è differente, gli argomenti spesso sono analoghi ma vengono affrontati con livelli di complessità non paragonabili tra loro.

A questo trend, è ovvio, noi radiologi dovremmo opporci in qualche modo: ma io non ne vedo molti, forse solo elevare il più possibile il nostro livello complessivo di efficienza/competenza. Ci sarà richiesto uno sforzo aggiuntivo, una tappa quasi obbligata e a prescindere dai rischi professionali che corriamo: bisognerà insegnare seriamente il mestiere agli specializzandi, insegnarlo in modo omogeneo sul territorio nazionale e rinunciare al fascino tutto italico di carriere costruite su rapporti familiari, politici o personali di altra e varia natura (anche se amena). Dovrà trovare spazio chi vale qualcosa, chi possiede le conoscenze ed è disposto a condividerle, chi ha idee innovative e soluzioni moderne a vecchi problemi. I nostri anziani Maestri, a cui non saremo mai abbastanza grati per il proficuo lavoro svolto negli ultimi quattro o cinque decenni, dovranno farsi da parte: e farsi da parte vorrà dire non solo abdicare benevolmente all’insegnamento ma anche all’organizzazione politica e culturale della vita societaria. Il che non vuol dire allontanamento coatto ma assunzione da parte loro della più grossa responsabilità a cui li ha chiamati la loro professione: lasciare spazio a chi dovrà manovrare la baracca nei prossimi anni. Lasciar loro come viatico il più alto degli esempi: rinnovare la fiducia nelle generazioni di radiologi che hanno contribuito in varia misura e con alterne fortune a formare.

A fine sessione il presidente SIRM ha detto: abbiamo il cadavere, ci manca solo di scoprire chi è l’assassino. Io mi permetto di dire che l’assassino ha lasciato tracce inconfondibili sul luogo del delitto, tanto che non è più possibile dubitare della sua identità. A me inquieta piuttosto il movente: e mi inquieta non tanto come radiologo ma, giuro, proprio come cittadino.

4 Responses to “Cronache torinesi #5”

  1. Emiliano Bruni ha detto:

    > Ne aggiungo una anche io: se le università hanno problemi di organico perché non dislocare gli specializzandi negli ospedali non universitari, magari condividendo un progetto formativo comune?

    Sarebbe una svolta epocale. Ma, secondo me, la paura di perdere il “potere” impedirà sicuramente una decisione in tal senso.

  2. Gaddo ha detto:

    Non credo sia solo questione di paura della perdita del potere: secondo me lassù ci sono persone miopi, disamorate del proprio mestiere e che spesso di quel mestiere non ne hanno un’idea. Il che da solo giustifica tutto, mi sembra.

  3. mollybloom82 ha detto:

    Concordo con quasi tutto….ho riserve sul punto 6. Infatti l’amministrazione osepdaliera in base a quali parametri sceglierebbe lo specializzando “migliore”? Come potrebbe avere le competenze per questo<'

  4. Gaddo ha detto:

    Infatti le competenze non dovrebbe averle la Direzione ospedaliera: per quello ci sono i direttori di scuola, è il loro mestiere e quella dovrebbe essere la prima preoccupazione quotidiana. Poi ci sono altri fattori: è inutile investire su uno studente che dopo due anni se ne tornerà a casa sua all’altro capo del paese; meglio investire su chi è del posto o nel posto avrebbe intenzione di restare, se incentivato adeguatamente. Insomma, è un discorso lungo, lo faremo appena mi avanza un po’ di tempo.

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