David Wallace Foster, ossia dell’ombelico del mondo

David Foster Wallace, con ogni probabilità, era un genio. Uno di quelli con la marcia in più, giusto per capirci. Quando alcuni critici letterari parlano di lui come di una delle menti americane più brillanti degli ultimi cento anni non stanno esagerando: si limitano a enunciare un fatto che ha lo stesso valore assoluto della legge di gravitazione universale.
Così, quando ho letto il testo del discorso che tenne nel 2005 al Kenyon College in occasione della cerimonia delle lauree, ho subito pensato che il pensiero di Wallace fosse agli esatti antipodi di quello che Steve Jobs espresse in una analoga ma ben più nota occasione.

Nel suo discorso, come lui stesso afferma, Jobs ci dichiara in modo molto franco la fede incrollabile che nutre nei confronti del suo ombelico, fede che lo condusse a risultati strabilianti e, forse, nel suo campo specifico anche irripetibili. Wallace, di contro, incentra tutto il suo pensiero sullo sforzo educativo necessario, ai fini della nostra crescita come individui, a sradicare l’asse di rotazione dell’universo dal nostro ombelico per proiettarlo al di fuori di noi stessi.

È una faticaccia infame, ne convengo, ma ogni tanto fa bene considerare l’ipotesi di non essere il centro universo conosciuto e che non tutti i puntini dietro le nostre spalle siano fatti per essere uniti e darci così il senso della nostra assoluta compiutezza (o incompiutezza, per chi anche unendoli non ha realizzato alcun disegno intelligibile).

Prendete questa breve lettura come il suggerimento estivo di un lontano amico, e mentre siete sdraiati sotto il solleone pensateci un po’ su. E se poi dovesse venirvi voglia di leggere anche i libri di Wallace, beh, allora tanto meglio.

4 Responses to “David Wallace Foster, ossia dell’ombelico del mondo”

  1. CamillaA ha detto:

    Caro Gaddo, i discorsi sulla laurea dei nostri due suddetti fanno parte di diritto della raccolta di scritti che vorrei in futuro far leggere ai miei (sempre futuri!) figli. Proprio per questo forse ho sempre rintracciato nei due testi più analogie che dissonanze: il discorso di SJ è organizzato in tre storie, che potrebbero avere come minimo comun denominatore il fatto che spesso nelle nostre vite non tutto va come ci saremmo aspettati, qualche “anello della catena non tiene”, qualche conseguenza non segue (come noi ingenui avevamo pensato) la causa e allora ci ritroviamo al famoso bivio tra seguire pigramente il dogma o la corrente oppure risalire il fiume al contrario per poi scoprire, dopo, unendo i puntini appunto, che proprio quel diverso percorso, nato da un rifiuto, una chiusura, un ostacolo, ci ha catapultato dentro un contesto che se non altro ci ha permesso di distinguerci meglio nel buio, come un bianco su nero o viceversa. Lanciare a ragazzi neo-laureati il messaggio che non tutto andrà come se lo immaginano e che di fronte a questo non dovrebbero abbandonarsi/assuefarsi alla strada più battuta, ma alla comprensione di ciò che davvero amano, mi sembra importante, soprattutto di questi tempi di tanta estetica dell’IO, ma di poca etica.
    In quanto a unire i puntini a posteriori, a parte costituire (forse) una splendida illusione così umana, è un concetto a cui sono particolarmente affezionata perchè sottintende che non tutto ciò in cui scegliamo di imbatterci debba avere una sua utilità immediata, una contropartita utilitaristica subito o fra un pò: anche il messaggio per cui si può scegliere qualcosa che ci appassiona senza dover sottostare al dovere dell’utilità mi sembra una gran considerazione da fare a ragazzi pensano di essere sul punto di compiere “scelte definitive”. Fine di un aspetto. Poi inizia l’altro, quello sublime, quello complementare al conosci te stesso, sottolineato da FW, quello che costituisce, davvero, il fiore all’occhiello di un’educazione umanistica (se così la vogliamo chiamare), ossia la com-passione. Perchè non esiste libertà senza la coscienza dell’altro e non esiste conoscere te stesso senza la fatica di provare a immedesimarsi nell’universo mondo che ti circonda. E le parole di FW e SJ mi sono ancora più care perchè anni fa fu proprio per la ricerca di ciò che amavo e insieme per la paura di rimanere confinata tra me e me che cambiai strada e scelsi medicina, anzichè altrimondi fatti di carta e altre storie. E non ti dico che questa scelta ha recato con sè non solo un suo frutto lavorativo, ma anche personale, se no mi dici che unisco i puntini..:)
    E ora dopo questo fiume di parole posso davvero augurarti buone vacanze !

  2. Gaddo ha detto:

    No, grazie davvero: ultimamente mi state regalando commenti che, come ho già detto qualche giorno fa a proposito di Matteo, sono a loro volta dei post. A proposito del mio, di post, non vorrei essermi spiegato male: il discorso di Jobs è condivisibile quanto quello di Wallace. Solo, mi ha fortemente colpito la differenza dei punti di vista di questi due giganti. Una differenza che poi si è tradotta nel modo in cui sono usciti di scena: uno resistendo per sette anni a un tumore terribile come quello al pancreas, l’altro ponendo fine alla sua vita con le proprie mani.
    Poi, come tutti, ho i momenti SJ in cui vedo puntini dappertutto e mi compiaccio nell’unirli trovando un senso in strutture che forse un senso non ce l’hanno se non nella mia mente; e ho i momenti DFW, come in questi giorni, in cui mi interessa poco unire puntini e molto di più il modo in cui le linee che ho tracciato finora si incastrano con il mondo nel quale vivo e con le persone che lo popolano.
    Sono alla ricerca di un genere alternativo di saggezza: vorrei essere dentro e fuori da me al tempo stesso, provare insieme passione e compassione, vivere contemporaneamente giorni di gloria e giorni di silenzio, nascosto da tutto e tutti. Avere il baricentro dell’universo dentro di sè e poi avercelo fuori sono due situazioni complementari dell’anima: il difficile è saperlo fare a comando, adattandosi alle situazioni che vivi, scegliendo sempre l’opzione migliore.

  3. CamillaA ha detto:

    E forse è questo entusiasmante e difficile e quotidiano orientare il timone tra baricentri diversi a rendere il viaggio più entusiasmante della meta.
    E pensandoci bene potrebbe essere anche un tuo personalissimo spunto per un discorso ai neo-laureati di domani..

  4. Gaddo ha detto:

    Bisogna solo aspettare che io diventi geniale come DFW, o che qualcuno mi chiami a parlare anche se non lo sono. 🙂

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