Di palo in frasca

Nei salti di palo in frasca che quasi ogni giorno mi concedo, rari momenti di pausa lavorativa o familiare, in compagnia del ristretto club di blogger che uso frequentare, mi sono imbattuto in questo post. Il quale, prendendo lo spunto da questo articolo pubblicato su quotidianosanita.it, fa in buona sostanza il punto della situazione sull’esplosione di prestazioni mediche inutili e praticate in nome della famigerata medicina difensiva.

Che poi è un argomento del quale abbiamo parlato più volte in questo blog (l’ultima in ordine cronologico è questa) e chiunque mi abbia seguito negli ultimi anni sa quanto sia critico sulle cause e gli effetti del fenomeno. Ma stavolta sarò breve perché il fenomeno in questione ha solo due categorie di responsabili, che poi rappresentano gli attori principali del film: pazienti e medici.

I primi ci fanno talora incazzare parecchio, come medici intendo, perché non si rendono conto di quanti problemi di salute vengano risolti ogni giorno in una sanità pubblica che, nonostante le difficoltà di natura politico-gestionale in cui si dibatte disperatamente, trova persino lo stimolo per tenere alta la qualità del lavoro. Certo, non in modo omogeneo; e, ancora più certo, non per meriti gestionali ma per il buon senso e la passione dei singoli che ci lavorano dentro. Ma è comunque vergognoso che l’isolato episodio di cosiddetta malasanità, magari ancora da dimostrare, brilli di luce propria a fronte del silenzio sotto il quale vengono quotidianamente nascosti i numerosissimi atti di buona sanità (che poi è quello che siamo pagati per fare, e per i quali non sono necessari ringraziamenti).

I secondi mi fanno altrettanto incazzare, nello specifico, in quanto radiologo: perché al pari degli altri servizi (come il laboratorio analisi, per dire) molto spesso, e specialmente in urgenza, devo erogare un servizio senza aver partecipato alla gestione preliminare del paziente e quasi sempre senza nemmeno essere interpellato (sebbene, almeno dove lavoro io, su questo argomento si siano fatti diversi passi avanti). E il servizio che erogo frequentemente è superfluo e non di rado è dannoso, visto che lavoro (anche e soprattutto) con le radiazioni ionizzanti. Tuttavia, se a volte è ragionevole un atteggiamento di tipo difensivista quando non tutto del paziente è assolutamente chiaro, è sicuramente irragionevole l’esame richiesto per pararsi il culo: le radiografie alla colonna vertebrale di ragazzini che saltellano in sala d’attesa della radiologia, le Tac per embolia polmonare richieste ogni volta che qualcuno respira male o quelle per aorta richieste ogni volta che qualcun altro ha un dolore strano al petto (o, guarda caso, è di turno proprio quel collega che tutti conosciamo bene), l’ecografia addominale di routine a ogni paziente sotto i dieci anni perché altrimenti i genitori si scompensano, beh, complessivamente sono davvero troppo per una sola persona.

Ma oggi ho solo due riflessioni da aggiungere, perché a differenza di quanto il mondo intorno a me si ostina a credere sto invecchiando e l’invecchiamento non giova granché al mio umore. La prima è che così va il mondo, l’impero si sta disfacendo e il cancro divora la nostra società dall’interno. Come scrissi qui, nemmeno più mi meraviglio o mi indigno quando arriva una denuncia a un medico.

La seconda è una risposta pacata e amara all’autore del post che ha ispirato queste riflessioni, il quale chiude il suo ragionamento con queste parole: E quel che è più drammatico è che se io fossi l’avvocato dello specialista reperibile, o del medico di turno, ripeterei loro come un mantra che *devono* far fare tutti gli esami possibili e immaginabili e anche qualcuno di più; e che comunque la lastra deve essere pretesa in ogni caso, non foss’altro perché così, quaunque cosa succeda, la responsabilità e le relative rogne se la prende il radiologo, il quale probabilmente a sua volta avrà qualche mezzo per rifilarla addosso a qualcun altro ancora.

Mi dispiace contraddire, ma il radiologo non ha nessun mezzo per rifilare la rogna a qualcun altro. Perché le immagini radiologiche, a differenza delle parole, rimangono per sempre: e chi sbaglia non può nascondersi dietro a un dito. Perché in calce al referto, nero su bianco, c’è una firma. E perché il radiologo, per usare una metafora di recente memoria (pseudo)politica, del paziente è l’utilizzatore finale: con la differenza che utilizza poco, e non si diverte nemmeno tanto.

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