Dietro la porta di casa mia c’è la polvere dei miei ritorni

 

Ci siamo: dopo appena un anno e mezzo, ecco il primo pensionamento all’ospedale del fiume.

Antonio, l’uomo che vedete sorridere nella foto in calce al post, era il tecnico con maggiore anzianità di servizio del reparto. Lui era quello che, a dispetto dell’età, si occupava dei guai informatici del reparto, correggeva gli errori di anagrafica e sapeva sempre tutto dei problemi del PACS.

Un uomo tranquillo, benevolo. L’ho visto incazzarsi una volta soltanto: quando, arrivato da molto poco, avevo indetto una riunione con i tecnici e poi, preso nel vortice delle cose da fare, me ne ero dimenticato e avevo preso la strada della mensa. Adesso anche lui lo sa, perché gliel’ho detto nel discorso di commiato: quell’incazzatura mi ha insegnato che ci sono cose che un capo proprio non può permettersi di fare, anche se è il capo. È una lezione che mi accompagnerà fino al mio ultimo giorno di lavoro.

Antonio ha dato una piccola festa di addio. Abbiamo brindato insieme al destino felice di un uomo che ha lavorato nello stesso reparto per 33 anni e ha visto tutto, dalle camere oscure alle sequenze di diffusione in risonanza magnetica. Ci siamo detti che il vuoto che le partenze lasciano nei reparti ospedalieri sono plastici e si riempiono in fretta; ma che alcuni vuoti hanno forme complesse, e ci mettono più tempo degli altri a colmarsi.

Poi l’ho visto uscire per l’ultima volta dal reparto, di schiena, vestito in borghese, con in mano un piccolo cartone pieno delle sue cose: e ho pensato che così non va bene, che certe persone andrebbero accompagnate in trionfo fuori dal luogo in cui hanno lavorato. Però, per quanto trionfante possa essere l’uscita, ci sarà sempre un momento in cui un uomo che va in pensione si troverà da solo con se stesso, a fare i conti con il proprio passato e il futuro che lo attende.

E allora l’uscita di Antonio è stata appropriata: con le proprie gambe, a schiena diritta, senza grossi rimpianti e con la certezza rassicurante di aver dato tutto quello che si poteva.

In bocca al lupo, Antonio. E che quel lupo viva a lungo.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Dietro la porta” di Cristiano De Andrè, tratta dall’album “Canzoni con il naso lungo” (1993). Cristiano è stato un ragazzo sfortunato: porta sulle spalle un nome troppo pesante. Poteva diventare un nuovo Fossati, forse un po’ più basico, e d’altronde a differenza del padre lui è un musicista vero. Invece la mia impressione è che, abituato a non essere preso sul serio in virtù dell’eredità paterna, abbia finito per fare la stessa cosa con se stesso. Perdendo una grandissima occasione, come spesso capita anche ai migliori di noialtri. Vi propongo la sua canzone nella versione live cantata a Sanremo 1993, dove fu seconda classificata dietro un’altra immeritevole di qualunque genere di memoria.

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