Dilemma a due corni

Sono a un congresso di radiologia oncologica (o di oncologia con risvolti radiologici, il che è più corretto), e volevo mettervi a parte di un concetto che mi ha lasciato molto da pensare.

Gli oncologi che gestiscono il corso, si vede, ne sanno a pacchi: masticano le varie linee terapeutiche come fossero zollette di zucchero, certe volte mi sembrano gli specialisti in pozioni di Hogwarts, la scuola per maghi di Harry Potter. E spesso, tuttavia, si è parlato con grande soddisfazione di farmaci (o combinazioni di farmaci) in grado di aumentare la durata di vita dei pazienti di due o tre mesi.

Ovviamente io non sto a sindacare sul valore assoluto di quei tre mesi: fossi malauguratamente ammalato di tumore, tre mesi per me sarebbero oro, grasso che cola, una ricchezza maggiore di tutta quella accumulata nelle mani sporche dei pochi pazzi che governano il pianeta. Aspetterei sveglio l’alba tutte le sante mattine di quei tre mesi, credo, andrei a salutare amici e parenti, chiederei scusa al mondo per le minchiate imperdonabili prodotte in tanti anni di vita, leggerei tutti i libri che non sono riuscito a leggere, abbraccerei fino allo sfinimento le persone care; insomma, quello che voglio dire è che tre mesi mi farebbero proprio comodo, in quelle circostanze così drammatiche.

Poi però ripenso alle parole lette nel meraviglioso libro di Ottavio Davini che ho recensito sul blog qualche mese fa: (…) Per indubbia fortuna degli abitanti dei paesi più sviluppati, questi si collocano nella parte destra della curva, ovvero in un contesto nel quale per ottenere minimi benefici in termini di salute occorre effettuare enormi investimenti in servizi sanitari; la fortuna deriva dal fatto – evidente – che ci si trova in una condizione nella quale si è estremamente prossimi alla massima salute oggi biologicamente ottenibile. Ben diversa è la condizione dei paesi del terzo mondo; secondo un rapporto dell’Oms, circa un terzo delle malattie che affliggono gli abitanti dei paesi più poveri potrebbero essere debellate con circa dodici dollari pro capite/anno; è interessante osservare come quei dodici dollari non dovrebbero essere spesi, se non in minima parte, in interventi di tipo sanitario (farmaci o altro), ma in interventi di altra natura (come la potabilizzazione delle acque o l’educazione sanitaria e sessuale) che hanno un enorme impatto sulla salute (…)

E poi anche: (…) Uno degli esempi più significativi è rappresentato dai nuovi farmaci biologici nella cura del cancro. Fatte salve alcune positive eccezioni, in molti casi l’introduzione di questi farmaci ha determinato, a fronte di un innalzamento vistoso dei costi (decine di migliaia di euro per singolo caso), un allungamento della aspettativa di vita misurabile per lo più in alcune settimane. È tra l’altro da notare come molto spesso l’incremento della speranza di vita che spinge all’introduzione di un farmaco nuovo risulti da studi clinici in contesti sperimentali, e non vi sia la certezza che l’utilizzo nella pratica clinica quotidiana fornisca gli stessi risultati (…).

E mi rendo conto che qui si configura un dilemma a due corni di risoluzione niente affatto semplice: sono più importanti quei tre mesi in più di vita che terapie innovative ma costosissime mi potrebbero (forse, ma forse no) garantire o l’esistenza di centinaia di migliaia di bambini e giovani la cui durata di vita potrebbe aumentare di parecchio con una spesa tutto sommato irrisoria per ogni singola persona? Ecco, questa è la domanda che tutti noi non possiamo fare a meno di porci, all’inizio del terzo millennio.

Io lo so che il nostro benessere, la nostra opulenza (che rimane smaccata anche in tempi di cupa crisi come questi, almeno rispetto al terzo, al quarto e al quinto mondo), sono possibili solo se gli altri tre quarti degli abitanti del pianeta fanno fatica a procurarsi l’acqua potabile; e che non esistono soluzioni alternative perché siamo oggettivamente in troppi e le risorse planetarie sono limitate. Ma non posso non pensare che la dignità umana dovrebbe essere come la giustizia, ossia uguale per tutti; e che è folle e disumano pensare che una larga fetta di popolazione sia sacrificabile in nome di una presunta superiorità di censo, di quoziente intellettivo o di risorse di una parte del mondo cosiddetto civilizzato.

Insomma, io ve lo pongo così, il dilemma a due corni, nudo e crudo. Per il resto, poi, fate come meglio credete.

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