Dio ti prego salvaci da questi giorni, tieni da parte un posto e segnati sti nomi

Questo post è la recensione ragionata di un articolo assai interessante che potete trovare sull’ultimo numero della rivista italiana di categoria, a firma di quattro radiologi molto prestigiosi tra cui l’attuale Presidente SIRM (Grassi R, Miele V, Neri E, Giovagnoni A. L’intelligenza artificiale in diagnostica per immagini: radiologo intelligente o radiologo artificiale? G Italiano Radiologia Med 2019; 6:109-11).

Ho trovato il filo conduttore del post molto interessante, senza però condividerne interamente le conclusioni. Provo a spiegarmi. Gli Autori, nel testo, pongono al lettore radiologo una serie di scenari legati all’uso ormai inevitabile, nella nostra disciplina, dell’intelligenza artificiale (AI). Se ci pensate bene, è da qualche anno che siamo abituati ad avere a che fare con AI nella nostra attività quotidiana: ogni volta che usiamo il CAD per contare il numero di noduli polmonari dopo un esame TC, per esempio, o che misuriamo il volume del nodulo polmonare che ci sembra più sospetto, noi stiamo già di fatto creando un’interfaccia stabile con la nostra AI di riferimento.

È chiaro, quindi, che il problema principale del rapporto tra radiologo e AI non è eludibile: dove ci porterà questa strada? Per citare gli Autori, che pongono la questione in modo giustamente molto crudo: L’AI sostituirà il medico radiologo? Questa è la paura principale, il cardine intorno al quale gira tutta la discussione. Tutte le rimanenti questioni passano in second’ordine: che gli algoritmi di calcolo di AI siano di buona qualità, accessibili a tutti, utilizzabili nell’ambito di linee guida condivise e tutelati legalmente (per esempio, a livello di tutela del diritto d’autore) è pacifico e condivisibile. Ma la questione nodale rimane insoluta: questa dannata macchina, prima o poi, prenderà il nostro posto? Per usare un’analogia automobilistica, da piloti ci tramuteremo in semplici passeggeri di una vettura alla quale basterà comunicare qual è la meta finale del viaggio? In fin dei conti, con la Tesla ci stiamo già andando parecchio vicini. Capite quindi bene come per una categoria sventurata come i radiologi, già da anni sotto l’assedio di specialisti di varia natura che hanno cercato di erodere i loro spazi di competenza senza mai accettare che l’erosione potesse essere bidirezionale, tutto questo possa rappresentare un problema abbastanza grave.

Io non credo che, come sostengono gli Autori, diagnosi e terapia “richiedano creatività ed empatia che un’intelligenza artificiale non avrà mai”. Quando si parla di tecnologia, e in questo caso di AI, il problema non è qualitativo (nessuna macchina potrà mai simulare il funzionamento complesso della mente umana, dunque sostituirla in toto) ma quantitativo. Parlando di algoritmi diagnostici, la questione riguarda essenzialmente a) la complessità dei medesimi, che a sua volta è funzione della completezza delle informazioni fornite ad AI, e b) la potenza di calcolo, nuda e cruda, dei processori. Una volta superato l’ipotetico confine di complessità tecnologica e contenimento di informazioni di AI che, ripeto, è un confine meramente  fisico e assolutamente non metafisico, la nostra empatia di esseri umani compassionevoli e fantasiosi potrà ben poco contro la sua potenza di tiro. Immettendo al suo interno svariati bilioni di scansioni TC polmonari, per esempio, insieme a altrettanti bilioni di referti radiologici e anatomo-patologici, altrettanti-altrettanti bilioni di dati clinico-laboratoristici di ambito pneumologico e tutta la letteratura scientifica sull’argomento, credete che sarà davvero così difficile insegnare al nostro Pinocchietto digitale a distinguere un pattern alveolare da uno fibrosante, a correlare il pattern con la clinica e a impostare in automatico la terapia migliore? Avendo a disposizione abbastanza informazioni e processori sufficientemente performanti, paradossalmente, la mancanza di empatia di AI e la noiosa ripetibilità dei suoi algoritmi di calcolo potrebbero rappresentare non una limitazione, ma un vantaggio diagnostico. Quantomeno, AI non si recherà mai al lavoro la mattina con le palle girate perché la sera prima ha avuto da dire con sua moglie.

Ma c’è un altra implicazione, se possibile ancora più inquietante, a cui gli Autori non fanno cenno. In un periodo storico quantomai confuso e critico, nel quale le strategie nazionali e sovranazionali circa le sorti nefaste della nostra sanità pubblica cominciano a essere palesate senza nessun ritegno, e il cui segno principale (e finora sottovalutato) è la carenza improvvisa di medici su tutto il territorio nazionale, l’avvento di una AI competitiva dal punto di vista della potenza di calcolo suona quanto mai provvidenziale da un lato, e inquietante dall’altro. Respinto o quantomeno rimandato a data da destinarsi l’armageddon con figure lavorative paramediche alle quali si è ripetutamente cercato senza nessuna programmazione né raziocinio di affidare responsabilità eminentemente mediche, l’avvento di una AI abbastanza evoluta da ottenere risultati diagnostici sovrapponibili se non migliori di quelli umani suona come specie di soluzione a bassissimo prezzo dei problemi di sostenibilità del sistema sanitario.

Salvo che la tanto paventata tempesta solare raggiunga finalmente il nostro piccolo pianeta, e un provvidenziale flair tolga qualsiasi velleità non solo a AI, ma anche alla nostra bella Radiologia digitale e a tutto il resto della nostra civiltà tecnologica.


La canzone della clip è “Rolls Royce”, di Achille Lauro, presentata all’ultimo Festival di Sanremo (2019). L’ho scelta perché parla di una fine, e quella fine il nostro Lauro la vuole bellissima, scintillante, drammatica, in linea con personaggi che hanno bruciato in fretta il fiammifero toccato loro in sorte. Come forse presto accadrà alla nostra disciplina, sostituita da un’entità immaginifica incapace di empatia ma anche di errore, e alla quale non sarà possibile chiedere alcun risarcimento per l’errore compiuto; e al nostro servizio sanitario pubblico, immolato sull’altare di un’Europa che lo vuole. Se vi viene qualche dubbio su quanto da me paventato circa le attuali potenzialità dell’AI, provate a buttare un occhio su “Origin”, ultimo romanzo dell’ineffabile Dan Brown, che ho letto da poco perché avevo un disperato bisogno di una fetta di nulla in mezzo a due opere parecchio più impegnative: quello che ci racconta sulle AI è già presente, e non c’è niente che noialtri possiamo fare.

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