Domande

Mi domando spesso, in questi giorni, fra il perplesso e l’amareggiato: ma noi, in sincerità, ce l’abbiamo o no la percezione precisa di come vengono valutate ogni giorno le nostre persone, il nostro lavoro e la nostra professionalità?

Quando ci guardiamo allo specchio cos’è che vediamo riflesso? Un’immagine aderente a noi stessi, ai nostri limiti e alle nostre potenzialità, oppure un’immagine di comodo, distorta come da uno specchio del luna park, nella quale i difetti sono stati miracolosamente cancellati, una specie di lifting dell’anima venuto male che tenta disperatamente di riconciliarci con i nostri fallimenti personali e professionali?

Cos’è che pensa un radiologo quando firma il referto di un esame del quale non ha capito nulla, nel quale ha usato una formula di circostanza che sa tanto di supercazzola prenaturata, o per il quale non ha trovato nemmeno la voglia di aprire un libro e studiarsi il caso?

Cosa pensa un radiologo leggendo i referti di colleghi più brillanti, o più colti, o semplicemente meno pavidi di lui? Cosa lo frena davvero dall’apprezzare e condividere le innovazioni culturali che vede realizzate ogni giorno intorno a lui, o sulle riviste scientifiche degne di questo nome?

Cos’è che lo infastidisce nella crescita fisiologica di chi gli lavora nella consolle accanto? E perchè, per qualcuno che gioisce dei successi di un collega, ce n’è un altro che li subisce come un torto personale?

Sono domande che ci si pone e a cui si da’ una risposta a vent’anni, sostiene giudiziosamente mia moglie, e poi si guarda avanti. Ma io, che giudizioso non sono e per giunta serbo intatti i residui di uno stupor mundi che risale ai tempi dell’infanzia, ancora resto perplesso.

O forse, più semplicemente, sono le risposte che non  mi piacciono.

N.d.A. E’ chiaro che la radiologia, in questo caso, è anche metafora della vita. E affinché non sembri che salga su uno scranno e mi metta a pontificare ex cathedra, come a volte mi sento rimproverare, specifico subito che le domande di cui sopra riguardano anche me. Come radiologo, certo, ma soprattutto come uomo qualunque. Quello che poi sono.

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