Domande, risposte, onestà intellettuale e tanta tristezza (parte 2)

Questo post vale anche come risposta a giudicato e Borius.

Ragazzi, la situazione è quella che è, la conoscono i più grandicelli come me ma vedo che anche voi avete le idee ben chiare. E purtroppo, per rispondere a Borius, non posso smentire ma solo confermare le sue fosche previsioni sul futuro. Ma qui stiamo parlando anche di ben altro. Stiamo parlando di dignità personale, di onestà intellettuale e di Qualità: quella Qualità che dovrebbe guidare ogni nostra scelta e ogni nostro comportamento, personale e lavorativo.

Bene, noi abbiamo due possibili scelte, anzi tre. Possiamo mollare ogni speranza e attendere galleggiando nell’acqua bassa una pensione che forse non arriverà mai. Oppure possiamo adeguarci al sistema, fare le conoscenze giuste, entrare nei giri giusti: sapendo che se impieghiamo il tempo a intrattenere pubbliche relazioni non ne avremo altro a disposizione per diventare bravi professionisti nel nostro campo (motivo per il quale, spesso e volentieri, nei posti chiave del potere ci si trova la massima incompetenza). Oppure, ancora, possiamo fare una scelta di Qualità: crescere professionalmente, per esempio; o lavorare per migliorare il nostro piccolo o grande reparto di radiologia, e indirettamente l’ospedale in cui operiamo; o facilitare la vita a migliaia di pazienti a cui non salveremo nè allungheremo la vita, forse, ma che di certo ci ringrazieranno per ciò che faremo per loro. Insomma, quando parlo di inclinazioni personale e di scelte non parlo solo di che specialità abbiamo scelto e se crediamo o meno che possa soddisfarci professionalmente: sto parlando anche di altro, di amore per il luogo in cui lavori, di volontà costruttiva anche contro le difficoltà contingenti e contro le frustrazioni quotidiane. Io non lo so se con i miei post riesco a far giungere a chi legge il messaggio che la Qualità è percepibile, perseguibile e raggiungibile anche non lavorando in un ambiente universitario (anzi, mi viene da dire): le pseudolezioni che ogni tanto vi propino hanno proprio quello scopo lì, ossia dimostrare che dietro un buon lavoro deve esserci per forza cultura personale e metodo; e che le due cose nessuno ce le cala dall’alto, bisogna sudarsele, e se qualcuno ce le cala è comunque nostro compito metterle in discussione: altrimenti c’è solo osmosi e non crescita.

Tutto questo per dire, ragazzi, che guai a voi se vi sento parlare di resa incondizionata e disillusione. La disillusione è comprensibile, ma va combattuta ogni giorno in nome della Qualità. E sulla lunga distanza la vita potrebbe pure riservarvi qualche buona sorpresa: un primario combattivo e preparato, un amministratore illuminato, un mostro sacro della radiologia che si accorge di voi e vi apprezza anche se non siete figli di nessuno. E quando le buone sorprese arriveranno (e arriveranno, se ve lo sarete meritati) nessuno starà li a dirvi: Guarda quei figli di papà, con il piatto già servito in tavola. Potrete diventare esempio per qualcun altro e portare avanti l’idea per cui avete combattuto: prima di tutto insegnando agli altri quel poco che avete imparato, e continuando a imparare da loro quello che non sapete.

Questa è la mia idea del futuro. Forse diventeremo tutti poveri, forse non faremo mai la carriera che sogniamo. Ma avremo perseguito l’idea di Qualità, e non saremo vissuti invano.

2 Responses to “Domande, risposte, onestà intellettuale e tanta tristezza (parte 2)”

  1. laura ha detto:

    mi sono iscritta per commentarti. voglio dirti che ho seguito tutta la vicenda, dal primo post con commento di giudicato, ai seguenti.
    ti leggo comunque, perchè leggo sempre un po’ a disagio, e trovo i tuoi post davvero belli, nel senso di seri, importanti, molto molto umani.
    detto questo, voglio dirti che amo quello che scrivi, e che hai scritto specialmente in questo ultimo post. il discorso, per farla breve e banale, del “credere nel futuro nonostante tutto”, credo sia qualcosa di estremamente importante, un’attitudine impopolare ma, mai come oggi, necessaria.
    ieri sera parlavo di questo con mia cognata, che insegna in una scuola media.
    io ho un fratello adolescente, e sono laureata da nemmeno venti giorni in lettere, specialistica, col massimo dei voti.
    non so bene cosa farò.
    eppure, ieri sera mia cognata, che ha un lavoro, stabile, alludendo al futuro di mio fratello, era determinista, “noi pure pure, ma loro, loro proprio non hanno un futuro”.
    e neanche con atteggiamento dolorosamente rassegnato, proprio con una certa distanza, che emanava, tradiva un “fortunati noi”, e soprattutto un palese senso di “non è colpa mia/più di tanto non posso farci niente”.
    io invece credo che noi dobbiamo fare, assolutamente qualcosa.
    io devo fare, per me, per lui, per i figli che forse un giorno verranno, per l’umanità.
    poniamo che quella cosa fosse solo lo “sperare”, il crederci, è già un grande “fatto”, vale a dire è già un operare affinchè le cose, impercettibilmente ma tangibilmente cambino.
    noto sempre di più una crescente disillusione, e soprattutto, noto che si preferisce tacciare questo tipo di atteggiamenti come irrealistici, naif, un po’ scemi, pure.
    ed è proprio questo il punto.
    chi di noi non conosce la realtà? chi non sa quanto tutto ci inviti a dissuadere dal crederci? io ci credo non perchè sono ignara e voglio raccontarmi una storiella, io sento che devo crederci, sento che la mia responsabilità nei confronti degli altri a me più cari, passi anche nel prendermi la responsabilità di dire dai, crediamoci insieme. fidati di me, che io ci credo.
    non so se mi spiego.
    ho aiutato il mio ragazzo a laurearsi, recentemente.
    era in una situazione oggettivamente difficile, di quelle che realisticamente fanno preoccupare. ogni giorno, gli ripetevo dai che ce la facciamo. e quante volte, dentro di me, pensavo che forse lo stavo illudendo?
    eppure. eppure lo rincuoravo. eppure lo guardavo fisso negli occhi, gli sorridevo, e gli chiedevo di fidarsi, che sarebbe andato tutto bene.
    e difatti è così che è andata.
    io, per me, non nego di avere paura, tanta.
    sono sulla soglia dei trenta, e la mia laurea non abilita a nulla.
    se vorrò intraprendere la strada dell’insegnamento, dovrò sudare per anni e anni, e forse magari troverò un posto, e potrò considerarmi “tranquilla” solo tra dieci anni. e magari però tra dieci anni saranno successe altre cose, e altre cose richiederanno altrettanta forza d’animo e coraggio di quanto io non ne abbia dovuto tirar fuori fino a qui. e non che non ci siano stati momenti di sconforto.
    tutto questo per dire, e ripetere, che l’idea del futuro, di un futuro in cui la qualità possa essere un valora, e dell’anelito a che questo si realizzi, è una prospettiva, come ho detto, necessaria.
    a prescindere dalla realtà, e dalla possibilità che esso si realizzi, io credo che ognuno di noi debba, lo debba davvero, prendersi la responsabilità di prospettare e prospettarsi un progresso, una crescita, un “mondo migliore”.
    patisco quando tutto questo viene ricondotto ad un’inclinazione all’idealismo.
    lo patisco perchè non c’è niente di più suicida di una società che crede che credere nel domani sia illusorio.
    perdonami se l’ho fatta troppo lunga,
    Laura.

  2. Gaddo ha detto:

    No, non l’hai fatta lunga. Anzi, ti avrei letto per altre due ore. Come potrò mai ringraziare tutti voi per le considerazioni profonde e meravigliose che condividete con me e tutti gli altri che seguono questo blog del cavolo? Non posso che ringraziarti, Laura, e ringraziare al tempo stesso anche Borius e giudicato. Ai vostri commenti non ci sono parole da aggiungere: sono di per sé stessi già dei post strutturati, vivrebbero di vita propria su qualunque blog degno di questo nome.
    Posso solo sperare che arrivino a destinazione, e presto; considerato che il destinatario finale delle vostre parole, purtroppo, non sono io.

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