E me lo sono goduto tutto (l’abbraccio)

“Dottore, sono appena venuta fuori da un linfoma, ho fatto la chemio e tutto, insomma non le dico quanto male sono stata”.

“…”

“E adesso lei mi dice che non sa bene cosa sia questo nodulo al fegato”.

“Io credo che sia un nodulo benigno, ma prima di due ore non glielo saprò dire con certezza e soprattutto non potremo dare un nome e un cognome a quel nodulo. Abbiamo usato un mezzo di contrasto che ci da risposte precise ma ci obbliga a tempi lunghi, mi dispiace”.

“Lei lo sa che sono diventata nonna da pochi giorni? Io me la vorrei godere, la mia nipotina”.

“Ne sono sicuro, avere un nipote è un vero dono del cielo. Vedrà che non ci sarà nessun problema. Si tratta solo di stringere i denti per due ore, poi le vengo a dire tutto”.

E intanto lacrime a fiumi, perché una persona spaventata a morte o si incazza a dismisura o piange. In quei momenti si può fare una sola cosa: sedersi di fronte a quella persona, prenderle le mani, guardarla negli occhi e ascoltare quello che ha da dire. Se c’è un consiglio che fornisco gratis ai giovani medici, beh, è proprio questo.

Due ore dopo.

“Signora, ho buone notizie!”

“…”

“E’ un nodulo benigno, una iperplasia nodulare focale”.

“Una cosa?”

“Iperplasia nodulare focale. Niente di cui preoccuparsi, ci limiteremo a controllarla ogni tanto”.

La signora scoppia ancora in un pianto dirotto.

“Dottore, venga qui”.

E mi abbraccia forte. Io mi godo tutto l’abbraccio, perché so che è un abbraccio sincero: è questo il bello, la poca parte veramente bella, del mio lavoro con la salute delle persone. Dare buone notizie a qualcuno è, semplicemente, meraviglioso.

“Grazie, dottore, grazie”.

Beh, non è merito mio se quel nodulo è benigno: io ho solo fatto il cronista di una storia a lieto fine. Però poi mi asciugo una mezza lacrima all’angolo dell’occhio, ben attento a non farmi vedere da nessuno, e me ne torno zitto zitto alla mia consolle di lavoro.

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