E non ho voglia delle tue tempeste, ma non ho voglia neanche della mia

Il mondo, in relazione al sapone per le mani in confezioni con dispenser, si divide in due categorie: quelli che lo comprano e lo usano così com’è (in purezza, diciamo, come il vino) e quelli che invece lo allungano con acqua.

Sono due categorie di pensiero differenti, non c’è che dire. I primi dicono: spendo i miei soldi soldi per il sapone, ho le mani sporche e quando le lavo preferisco fare tanta schiuma e lavarle bene. Sono quelli che si fidano della marca acquistata, premono il dispenser, magari con parsimoniosa accortezza, e si godono pienamente la piccola noce di sapone che ne fuoriesce. Non stanno tanto a pensarci su: quando la confezione si sarà esaurita ne compreranno un’altra, e intanto si sarà contribuito a far girare l’economia. Con le mani pulite. I secondi pensano invece che il mondo voglia fotterli a ogni costo e che l’azienda produttrice di sapone abbia messo in commercio un sapone estremamente concentrato, che finisce in un attimo e per giunta produce più schiuma di quella che serve. I secondi sono quelli che si credono furbi: svitano il tappo, aggiungono acqua e poi riavvitano il dispenser.

Siccome ognuno di noi, come Pirandello già ci suggeriva quasi cento anni fa, vive avvoltolato nelle sue fissazioni, sia i primi che i secondi credono di essere nel giusto e non mettono in discussione il loro comportamento. Così oggi faccio anche io, cioè analizzo la situazione dal mio punto di vista: che, premetto, vale quanto quello di chiunque altro e funge solo da scusa per la metafora finale.

Il mio punto di vista è il seguente: se aggiungi acqua alla confezione di sapone, invece che un singolo colpo di dispenser dovrai darne almeno quattro o cinque, perché altrimenti non fuoriesce abbastanza sapone ma solo acqua sporca. Alla fine avrai centrato il duplice obiettivo di restare con le mani sporche e di finire il sapone ancor prima che se tu lo avessi usato come la casa costruttrice consiglia, cioè puro e non annacquato. Oppure bisognerebbe ricordare ogni volta di agitare la confezione di sapone annacquato, perché tra un uso e l’altro per forza di gravità il sapone si deposita sul fondo e l’acqua sale in superficie (o il contrario, lascio agli appassionati di fisica la questione): ma vuoi mettere lo sbattimento, e tutto per avere un sapone moscio che comunque non fa abbastanza schiuma e non ti terge a dovere le mani sporche?

Insomma, il mio consiglio è di non annacquare il sapone ma di usarlo così com’è e finché dura: peggio ancora se sta finendo e noi pretendiamo di allungare la sua vita oltre il dovuto. Tanto poi se ne compra un altro e si ricomincia daccapo. Oppure, con altre parole: è vero che quando il sole è tramontato nessuna candela può sostituirlo (lo sostiene George RR Martin, scrittore statunitense di fantascienza), ma è anche vero che basta avere un po’ di pazienza e prima o poi sorgerà un altro sole nelle vostre vite. Magari anche più caldo del primo.


La canzone della clip è “Dove ti vengo a prendere”, di Marco Iacampo, tratto dall’album che porta il suo nome (2010). Ho scoperto Marco solo poche sere fa: ero sulle mura di Treviso a mangiare e far baldoria con amici e sul palco dove la sera prima si era esibito Fabio Concato e la sera dopo avrebbero cantato nientepopodimeno che Zibba e Fabrizio Moro (perduti entrambi, accidenti, ma almeno per un’altra serata di gloriosa alcolicità tra improbabili amici) si stava esibendo proprio lui. Dopo qualche canzone ascoltata distrattamente ho pensato: Minchia, ma questo chi è? Mi sono avvicinato al palco per sentire meglio e, credetemi, ‘sto ragazzo è davvero bravo. Spotify ha fatto il resto ed eccomi qui, su pubblica piazza, a promuoverne l’opera.

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