E poi un amico ha detto: non smettere di fare quello in cui credi

Nella termine “vacanza” è semanticamente insito il concetto di creare nella propria esistenza un vuoto di quotidianità. È un bisogno quasi primario perché, come scriveva Thoreau, la maggioranza degli uomini vive una vita di quieta disperazione: evadere dalla quale, pavento, è una mera questione di sopravvivenza.

I pensieri brutti di quella vita ti seguono pervicacemente, specie i primi giorni. Il dramma della connessione perenne al resto del mondo ti rende raggiungibile ovunque: chiunque può telefonarti o spedirti una mail, ignaro o meno del fatto che tu stia facendo dentro di te, appunto, vuoto vitale. Ogni questione, anche la più risibile, diventa prioritaria nella mente di chi la elabora, che così si sente legittimato a proportela. Internet e la globalizzazione, in ultima istanza, ci hanno reso nient’altro che bambini insicuri.

Però alla fine il viaggio vince sempre. Saranno i luoghi che avevi sempre desiderato visitare, e che sono ancora più magici di come te li immaginavi. Sarà che il corpo, avvezzo ai ritmi di chi usa solo cervello e occhi per lavorare, ricomincia a muoversi e si ricorda di esistere. Sarà il bordeggiare lungo coste di isole brulle, abitate solo da pini marittimi avvezzi a crescere sulla nuda roccia, proprio come te, e quella casetta di pietre bianche sulla sommità della scogliera a picco sul mare che esercita il solito richiamo a una benefica solitudine ormai dimenticata da anni.

Fatto sta che durante la vacanza vacanza il vuoto, in qualche modo, si ricrea. Non si tratta di un vuoto pneumatico, certo, ma c’è; e ti permette di ricordare che niente è per sempre, nulla è scritto, nulla vale la pena di una sofferenza troppo prolungata o della difesa a oltranza di un orgoglio che in genere è l’ultimo rifugio dei falliti. Che non abbiamo niente da difendere con ardore religioso, oltre la nostra stessa felicità di esseri viventi. Che nulla possiamo fare per salvare il mondo dai suoi guai perché il mondo andrà avanti comunque, con o senza di noi, come d’altronde ha sempre fatto, e avrà la sorte che gli è destinata dalle leggi della fisica quantistica.

Tanto vale essere felici, allora: anche se la felicità comportasse rinunce, l’abbandono di vecchi sentieri e l’imbocco di nuove strade.


La canzone della clip è “Move by yourself”, di Donavon Frankeinreiter, dall’omonimo album del 2006. Donavon in Italia è semisconosciuto, per cui vi prego di ascoltare con molta attenzione uno dei suoi dischi, magari questo: resterete a bocca aperta. Scoprendo per esempio che esistono musicisti nelle cui canzoni, incredibile, il basso si sente parecchio, e fa da solo buona parte del lavoro.

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