Ehi mamma, guardami, sono sulla mia strada per la terra promessa

Ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: io, da bambino, mica lo sapevo che il tempo di una singola giornata potesse restringersi così vertiginosamente.

Così, la mattina mi sveglio, mi faccio la barba, preparo la colazione al resto della famiglia, indosso i vestiti, scendo in strada, entro in macchina e mi sciroppo i miei chilometri per arrivare all’Ospedale del Fiume: dove quest’anno la fatica pura, di ogni genere e grado, è stata all’ordine del giorno. Quindi lavoro sparato a mille fino alla pausa mensa, quando riesco a farla, per poi riprendere il pomeriggio, dopo un caffè da solo o in compagnia, con l’intermezzo di qualche riunione ufficiale a cui non è lecito mancare; e quando riesco a uscire dall’ospedale l’aria è così profumata, qualunque sia la stagione dell’anno, che a volte mi commuovo. Ma non è finita: devo rifare la strada a ritroso, sperando che sul ponte non ci sia troppo casino di traffico, correre a prendere uno dei miei figli e a volte tutti e due, che ovviamente fanno sport diversi in luoghi diversi, e nel mentre se riesco faccio la spesa o almeno, tornato a casa, devo sistemare quello che di mattina non si è riuscito a sistemare, letti, colazione da sparecchiare e altre amenità del genere. A questo punto c’è la cena, preceduta dai compiti dei bimbi, e la battaglia epica per riuscire a metterli a letto entro un tempo ragionevole, o comunque prima che mi trasformi nel dottor Jeckill e le mie urla coinvolgano nel mènage familiare anche l’intero quartiere.

Per cui, capitemi, il momento in cui mi infilo sotto il piumone e spengo la luce, la maggior parte delle volte dopo aver letto qualche pagina del romanzo di turno ma a volte senza nemmeno farcela, è il mio momento, è l’apice della giornata, è lo zuccherino che si dà al cavallo, quando è a fine corsa e ha fatto il suo dovere.

Non ci metto molto ad addormentarmi: il tempo di immaginarmi in una minuscola capsula spaziale, diretto verso il pianeta Marte, in algida solitudine, separato dall’immensità dell’universo da cinque centimetri di alluminio anodizzato, e ho già preso sonno. Un altro secondo dopo ancora eccomi sbarcato nella mia città dei sogni, sempre la stessa da decenni, a esplorare vie che ancora, incredibilmente, non conoscevo.

E a quel punto, sapete com’è: all’inferno tutti i problemi. E per qualcuno di loro sono disposto anche a fornire un’autostrada a quattro corsie per senso di marcia, affinché ci arrivino per direttissima.


La canzone della clip è “Highway to hell”, degli ACDC, tratta dall’album omonimo del 1979. Non so voi, ma ogni volta che la ascolto rimango estasiato dal ritmo di quella batteria e di quella chitarra: essenziali, primitivi, l’essenza stessa del rock. Persino l’assolo di chitarra elettrica, alla fine, è così essenziale da sembrare quasi scolastico, o suonato da un bambino. Eppure l’effetto è, come ogni volta, dirompente.

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