Elogio dei tempi morti

I tempi morti, dicono, annoiano. Fan perdere tempo, ti tengono in ansia, tolgono energia che potrebbe essere dedicata ad altre e migliori imprese.

E in un certo senso è vero: invece che ripiegarti nel tuo tempo morto potresti concentrarti su altro, farti venire idee migliori, produrre lavori e a esserne capaci persino capolavori; e invece aspetti, e non fai nulla.

Da un altro punto di vista, però, i tempi morti sono utili. Perché in quei momenti tu stai fermo, seduto a bordo strada, a guardare chi passa: e lo spettacolo del mondo può non essere sempre edificante, ne convengo, ma istruttivo si. E poi, vista in una prospettiva più ampia, la nostra vita appare per quello che è: insignificante, se non per noi stessi e poche altre persone, così totalmente priva di effetti sul macrosistema in cui la viviamo che i nostri quotidiani sbattimenti diventano film comici per deità di altri tempi.

Ma anche questo forse è sbagliato. Alla fine, quali che siano i progetti per le nostre esistenze (o l’assenza di qualunque progetto intelligibile), i tempi morti ne sono parte integrante. Come accade per gli uomini, nessun tempo vivo nasce senza un tempo morto che in precedenza l’abbia generato. E questa, oggi, mi sembra una buona riflessione per rianimare il tempo morto.

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