Facciamo a chi arriva ultimo?

E’ un gioco che ho cominciato a fare con mio figlio, quello grande, da qualche giorno. L’ho inventato per frenare la sua voracità a tavola, dal momento che per lui vincere è terminare la pietanza prima dei commensali (sua sorella nemmeno a parlarne, lei se ne fotte per una questione di principio: è una di quelli che ha l’istinto innato delle quaranta masticate a boccone).

Eppure, sotto sotto, so che il gioco ha anche un altro significato. E un altro scopo, probabilmente, assai recondito: l’educazione alla sconfitta. Che sarà una costante, nella sua vita, come lo è nella vita di tutti; sebbene con differenti modalità di esecuzione. Dal momento che prima o poi l’esperienza ci porta a scoprire che quello sfigato di De Coubertin non aveva capito nulla, e che l’importante non è affatto partecipare, tanto vale imparare a perdere. Perdere con leggerezza, con grazia, con stile. Come quando da tennista adolescente le prendevo, e capitava sovente, ma la stretta di mano sulla rete doveva essere accompagnata da un sorriso perché delle due l’una: o il tuo avversario è più forte di te, e allora si merita la stretta di mano, o è più debole, e allora sei tu a non meritarla (la stretta di mano, intendo).

Anche perché (cfr. “Io, Chiara e lo Scuro”, regia di Maurizio Ponzi, anno del Signore 1982) è evidenza inoppugnabile che in una competizione uno solo vinca. E allora, come l’ispirato Francesco Nuti del film nel dialogo con il pescatore (dopo la sconfitta nella finale del torneo di biliardo): “Vedi, pescatore… L’importante è vincere: che me ne frega a me di partecipare? Sai che ti dico, pescatore? Che c’è sempre qualcuno che vince, ed è uno solo: gli altri cinque miliardi di bischeri pensano di aver vinto solamente per il fatto che hanno partecipato. Col cazzo”.

Anche perché, a ben vedere, non c’è nessuna differenza fra arrivare secondo o centesimo. Uno vince, tutti gli altri sono ultimi a pari merito: le medaglie d’argento e di bronzo delle competizioni sportive sono una mistificazione senza fine. Uno zuccherino per la foca che impara a fare capriole davanti al pubblico.

Ma c’è dell’altro, un inedito rovescio della medaglia di cui prima o poi dovrò discutere con mio figlio. La fenomenologia dell’Ultimo ha un grande vantaggio, perché comunque vadano le cose, non avrai dovuto chiedere favori a nessuno: superiori in grado, alti prelati, confratelli, politici.

Il bello della sconfitta è che si perde da soli, mentre quando si vince c’è sempre una gran calca intorno al vincitore. Che quasi manca l’aria.

2 Responses to “Facciamo a chi arriva ultimo?”

  1. lungalanotte ha detto:

    Inconfondibile Gaddo.
    Al di là del sapore di altri post arrabbiati, di cui peraltro converrebbe sentirsi partecipi, le tranche de vie sono come foto sovraesposte in una mattina di sole; infondono calore e coraggio in una generazione che sarà pure in difficoltà, ma che non molla.
    E anche questo che racconti è ‘impegno sul campo’. Eccome.
    Un caro saluto.

  2. Gaddo ha detto:

    Si, certo, non molliamo. Siamo in difficoltà, consapevoli che ancora qualche anno di attesa e saremo tutti abbastanza vecchi da far si che ogni nostra impresa coincida con una indebita rottura di zebedei ai quarantenni del futuro. Con la differenza che noi lo sapremo, e ci faremo da parte allo stesso modo con cui adesso attendiamo: in silenzio, continuando a lavorar duro, illusi che l’impegno sul campo riesca a colmare le mancanze di chi ci ha preceduto e continua a precederci, stolidamente.

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