Fenomenologia del Prosecco applicato alla Radiologia

Lo sapete, io sono veneto di adozione e di matrimonio. Nonostante le mie ascendenze borboniche, quassù mi sono sempre trovato bene e rifuggo recisamente (sentite che parolona) i luoghi comuni sulla scarsa attitudine dei veneti ad accogliere chi viene da fuori. I miei due figli, mezzi veneti per DNA, lo sono quasi interamente per tutto il resto: ogni tanto cerco di insegnar loro qualche parola del mio dialetto, ma sentire mia figlia di quasi quattro anni dire al nonno Caccia ‘a muzzarella! con cadenza veneta, e per telefono, mi abbatte ogni velleità residua.

In Veneto, da bravo ex astemio, e in particolare nel luogo in cui abito adesso, ho poi trovato il nettare degli dei: il prosecco.

Il Prosecco non è un vino come gli altri. Non appesantisce il palato, non lascia sgradevoli retrogusti tannici sulla lingua o bruciori gastrici da risveglio difficile. Il prosecco non induce stordimenti molesti, schiamazzi notturni, pozze di vomito agli angoli di strada. Piuttosto un languore lungo e misurato, un’ebbrezza leggera che spalanca delicatamente la coscienza. Un desiderio di ubriacatura, più che la volgare sbornia dei rossi da taverna, veicolata dall’istinto antigravitazionale delle bollicine in movimento: che salgono eteree verso il cielo, mica sprofondano verso il fondo del bicchiere.

Mi direte: cosa c’entra tutto questo con la Radiologia. C’entra eccome: perché a molti di voi sarà capitata una giornata congressuale molto intensa, dalle otto di mattina alle sette di sera, con giusto tre quarti d’ora di intervallo per pranzare al volo; peggio ancora se eravate tra i relatori, e dunque alle fatiche della presentazione si è sommato anche l’impegno, immancabile e non privo del suo fascino, delle pubbliche relazioni.

Ogni congresso che si rispetti prevede una cena sociale. Immaginate di uscire dall’atmosfera satura di anidride carbonica della sala dove si sono svolti i lavori, dopo dieci ore di full-immersion, e di respirare un po’ di aria pura mentre qualche anima pia vi accompagna in automobile al ristorante. Immaginate di arrivare stanchi, sfatti, sudaticci quel tanto che basta per aver solo voglia di allentare il nodo della cravatta (ma non lo farete, sarebbe come togliere la giacca a cena) e tergervi la fronte con una pezzuola umida, nel silenzio uterino del bagno. Ecco: a questo punto, varcata la soglia del ristorante, se siete in Veneto orientale troverete un cameriere sorridente e gentile con un vassoio in mano, e sul vassoio una fioritura di calici di prosecco. Prosecco freddo, non ghiacciato, insomma alla giusta temperatura: che il calice vi vien voglia per un istante di poggiarvelo sulla fronte per trovare un po’ di sollievo.

A quel punto nessun refrigerio è maggiore di quello che si prova dopo tre o quattro calici di prosecco, buttati giù uno dopo l’altro, a stomaco rigorosamente vuoto, persino rifiutando le profferte alimentari del cameriere che soggiunge con un vassoio di stuzzichini. Non che gli stuzzichini siano men che deliziosi, anzi: è che il prosecco deve andare in circolo veloce, riattivare le connessioni neuronali scollegate, fungere da lubrificante nuovo di zecca per motori usurati.

Dopo la cerimonia del prosecco non si avvertono sbandamenti alcolici, euforie isteriche da signorine di buona famiglia alla prima uscita mondana: però lo sguardo torna a fuoco sul mondo circostante, il sorriso naturale si allarga di nuovo sui nostri visi, si può riprendere il valzer di futili ma piacevoli conversazioni da aperitivo serale di cui sono ricche le cene congressuali. Sperando che il nostro vicino di tavolo abbia ceduto alla stessa tentazione alcolica, si senta rilassato quanto noi e, soprattutto, non abbia voglia di parlare di lavoro.

PS Ho fatto di recente un gioco con mia moglie. Una sera, stravaccati sul divano, ci siamo chiesti: se potessi scegliere tre cose che vorresti assolutamente trovare in Paradiso, cose e non persone, mi raccomando, cosa sceglieresti? Una delle mie tre è stata il prosecco. E le vostre tre?

29 Responses to “Fenomenologia del Prosecco applicato alla Radiologia”

  1. radioblob ha detto:

    Divano
    Copertina morbida
    Cuscino comodo
    (triste?)

  2. thepellons ha detto:

    Ancor meglio col Müller Thurgau, a mio modo di vedere.
    Tre cose?
    Libri
    Ragù
    Mare
    P.s. Ora tocca a te il gioco: quello delle dieci cose per cui val la pena vivere, ricordi? Un mio post dell’autunno 2010, credo.

  3. Gaddo ha detto:

    @ radioblob

    E perché?? Triste no, direi: ma il Paradiso non è un luogo in cui già di per sè ci si riposa?

  4. Gaddo ha detto:

    @ la pellona

    Troppo generico: ragù di cosa? Quale libro? Mare di dove? E il mare vale come oggetto da portarsi dietro?
    Poi: adesso mi tocca rivelare la mia triade al completo. 1) il prosecco. 2) Divina Commedia commentata da Manfredi Porena. 3) Breakfast in America dei Supertramp.
    Ma il gioco delle dieci cose? Deve essermi sfuggito, a che link lo trovo?

  5. Gaddo ha detto:

    @ per la pellona, ancora:

    Dimenticavo: il Müller Thurgau va bene ma è troppo fruttato e con retrogusto acidulo per portarselo in Paradiso. Va da sè che con i vini nessuno ha ragione e nessuno ha torto: peró, per dire, il Müller a stomaco vuoto mi’ stordisce, il prosecco no.

  6. guardaitreni ha detto:

    Direi mio marito, ma devo escludere le persone. Allora: l’e-reader, una bottiglietta di Sauterne e… la carta di credito di mio marito. So che quest’ultima potrebbe non servire, ma… e se poi non fosse come ce lo si aspetta, il Paradiso?

  7. guardaitreni ha detto:

    Ah, il Sautèrne perché mi piace, e perché San Pietro non potrebbe impedirmi di introdurlo: è un vino da meditazione!

  8. thepellons ha detto:

    Ragù di manzo, no altri animali please, che fa mia mamma o al massimo io in versione meno perfetta. Libri, ho usato il plurale apposta: ne finisco troppi troppo in fretta, è la mia bulimia. E mare… Mare sempre, non fossilizziamo i su quello bello estivo… Forse potrei dirti mare di Pollara, va bene?
    Per le dieci cose, invece, merda – absit iniuria verbis – non trivo manco io quel post. O che son rincoglionita, o che lo devo cercar meglio, opterei per la prima tuttavia. Ma non mi do per vinta.
    Vero che il Müller stordisce un po’. Purtroppo non ho esperienze di prosecco, mi puoi invitare per una degustazione peró.

  9. thepellons ha detto:

    Peró potrei introdurre le alici marinate al posto del ragù. Vedró.

  10. Gaddo ha detto:

    @ guardaitreni

    Il Paradiso sicuramente non è come ce lo aspettiamo, dunque bisogna rischiare qualcosa in ogni caso. L’e-book reader vale? Con quali libri dentro?
    PS Ho giusto in cantina una bottiglia da mezzo di Sauterne. Come devo meditarmelo??

  11. mollybloom82 ha detto:

    Greco di Tufo
    Uno Stephen King di almeno mille pagine (meglio la serie della Torre Nera)
    La mia cabina doccia 😉
    Devi trovate il tempo di leggere il post sul dr House, si già che non mi piacerà…btw ci sono possibilità che il dr House sia in realtà il Dr di Pellona?

  12. Gaddo ha detto:

    @ la pellona

    Allora, visto che parliamo di vino veneto, tu sei fatta per le sarde in saor!! 🙂

  13. Gaddo ha detto:

    @ molly

    Noto con piacere che tutte voi avete messo il vino nella lista delle tre cose! Questo blog è frequentato da gente che mi piace assai.

  14. guardaitreni ha detto:

    @ Gaddo. L’e-reader vale mettendoci dentro “Tre cavalli” di Erri De Luca, “Oggi avrei preferito non incontrarmi” di Herta Muller, “L’Orlando furioso” di Ludovico Ariosto e ogni altra cosa che ci ricordi che fummo corpi, storia e sogni, e anche come corpi, storia e sogni non ce la cavammo sempre bene.
    Il Sauterne, se è un’unica bottiglia in cantina, non va portato in Paradiso: va meditato su un terreno semifreddo al torroncino in una notte d’inverno, con il camino acceso, mentre si traccia il bilancio della vita assieme alla persona amata.

  15. Gaddo ha detto:

    @ pellona, ancora

    Anche se non hai il link basta che mi riassume in due parole il giochino, che io non mi tiro indietro mai di fronte a nulla.
    Circa la degustazione: passi da queste parti o abiti a 1200 chilometri come Molly?

  16. Gaddo ha detto:

    @ guardaitreni

    E non è già paradiso, quello??

  17. thepellons ha detto:

    Abito nel capoluogo lombardo… Sigh, per vari motivi.
    Il giochino era sulla scia di quanto lanciato da Saviano, dieci cose per cui vale la pena vivere… Faró una ricerca ma dal cell non riesco.

  18. Gaddo ha detto:

    Ahi, Pellona, come sei finita in terra meneghina? Salvo che tu non sia indigena del luogo, ma a naso non direi.

  19. thepellons ha detto:

    Modestamente lo nacqui, ma mi salvo per famiglia composta di bergamaschitudine, toscanitudine, e romagnolezza.

  20. Gaddo ha detto:

    Anche io ci ho nel sangue un ottavo di toscanitudine!!
    (nella fattispecie, di Lucca: quelli che quando parlano risparmiano sugli articoli determinativi e non)

  21. thepellons ha detto:

    Noi più giù, là dove gli acciai si fanno e i traghetti si prendono.

  22. Thumper ha detto:

    In paradiso ci voglio un iPod sempre carico, un PC connesso e cibo a volontà.

    Le dieci cose le trovi anche qui:
    http://thumperland.wordpress.com/2010/09/11/dieci-ragazze-per-me-posson-bastare/

  23. Gaddo ha detto:

    @ Thumper

    Un PC connesso in Paradiso. Ma non c’è il wi-fi cerebrale gratuito?

  24. Gaddo ha detto:

    @ la pellona

    Era quello di Thumper il giochino delle dieci cose eccetera? Perché se così fosse sarei in piena difficoltà…

  25. artemisia ha detto:

    Il mio cane (vale?), riso freddo, Lugana

  26. Gaddo ha detto:

    Ancora vino. Quanto mi piacete.

  27. radiocinio ha detto:

    una scala per scendere

  28. Gaddo ha detto:

    Perché, temi che lassù non si faccia radiologia? 😉

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