Filo di rame

Un cranio secco, come si usa dire in gergo.

Appartenuto a una persona come me, o come voi che leggete. Un tale vissuto chissà quando, chissà dove; un signore con un lavoro che lo appassionava o che forse odiava a morte, una moglie che lo aspettava a casa, dei figli che avrà visto crescere e poi andar via, come succede a tutti. Un tizio qualunque che ha passato cinquanta o sessant’anni a mangiare, dormire, andar di corpo, copulare, sorridere, pregare, bestemmiare. Uno di noi, insomma: uno di quelli che ti attraversano la strada, sulle strisce pedonali, e tu nemmeno li noti.

Un cranio secco che uno specializzando alle prime armi usa come fantoccio: gli inserisce un filo di rame nel canalicolo timpanico e poi lo infila nella Tac. Per vedere cosa? Ma signori, per vedere qual’è l’esatto decorso del nervo di Jacobson; e per farlo vedere anche a noi che ascoltiamo, in parte stanchi perché è pomeriggio avanzato, in parte annoiati perché le comunicazioni libere di un congresso hanno in genere la valenza scientifica del mondo di Quark, in parte ansiosi di uscire all’aria aperta e respirare un po’ di sano smog milanese.

E il cranio secco del tale che rimane lì, imbalsamato per l’eternità, sporco delle ditate di studenti distratti, fissato nella diapositiva finale, quella dei ringraziamenti, che non gli regalerà nemmeno la soddisfazione di una anonima fama postuma.

Poi il pensiero, purtroppo inevitabile, che il cranio di certa gente importante che sale sul palco e parla di radiologia (o di politica, o di religione, o di giurisprudenza, o di affari, fate voi) a quello potrebbe servire e a niente altro: al lavoro  certosino delle dita di uno specializzando che cerca, con il suo bravo filo di rame, dove si trova il canalicolo timpanico.

Quello dove passa il nervo di Jacobson, eh, non dimentichiamolo mai.

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