Già si sentono tuoni aprire il cielo, però grida forte e sai che correrò

Ed eccomi qui, sul Frecciarossa iper-extra-supervelocerrimo, seduto su una poltrona in pelle umana, direzione Rovereto: mi attende l’ottavo, e dico ottavo, corso di anatomia del testa-collo insieme ai miei amici trentini. Uno dei tanti luoghi del mio cuore, Rovereto, e uno di quelli più cuorosi di tutti.

E forse si tratta dell’occasione buona per affrontare uno dei problemi che in questo periodo mi sta preoccupa più di altri. Sarà che sto invecchiando inesorabilmente, sarà che tutto cambia più rapidamente di quanto sia disposto ad accettare, ma il futuro mi spaventa. E mi terrorizza, in particolare, il futuro sanitario italiano. Provo a essere schematico.

Punto 1 (fonte: Quotidiano Sanità del 18 aprile 2018). Tra cinque anni, dice, tra specialisti e medici di famiglia soffriremo una carenza di circa 45.000 medici. Tra dieci anni, il numero dei medici pensionati sarà quasi raddoppiato. Le uscite, in base alla programmazione di questi ultimi anni, non saranno mai e poi mai coperte dalle nuove assunzioni: perché, semplicemente, non-ci-saranno-abbastanza-nuovi-medici. Il che vuol dire che a) il mestiere del medico sarà svolto da altre figure professionali non mediche e b) è mancata, a monte, una politica sanitaria che tenesse conto di scenari futuribili. Che esistesse una gobba pensionistica di un certo rilievo lo sapevamo già a metà anni 2000, bontà loro, ed è solo grazie ai disastri della Fornero che ancora non siamo in mezzo a una strada.

Punto 2 (fonte: Espresso del 18/01/2018). La fotografia della sanità pubblica degli ultimi dieci anni recita quanto segue: a) 70mila posti letto in meno negli ospedali, ma d’altronde b) 175 ospedali sono stati chiusi senza sostituirli con altro servizio; c) 10mila medici sono andati in pensione e non sono stati sostituiti, ma al tempo stesso d) i medici giovani restano spesso precari; e) le apparecchiature sanitarie sono obsolete nell’83% dei casi ma f) anche i medici non scherzano perché il 52% di essi ha più di 55 anni, uno dei tanti record europei al negativo che fanno di noi una terra tanto infelice.

Punto 3. Quando il PIL nazionale, e manca poco, scenderà sotto quota 6,5%, la stessa OMS sostiene che non sarà più possibile garantire un’assistenza sanitaria di qualità e l’accesso alle cure mediche, con conseguente e ovvia riduzione dell’aspettativa di vita: se ci pensate, è ciò che sta già accadendo in Grecia, dove sono state espletate le prove tecniche di trasmissione per l’Europa che qualcuno ha in mente per i nostri figli.

Punto 4. Nel mentre, si raschia il fondo del barile. L’Emilia Romagna, dice sempre l’articolo dell’Espresso, memore di evidenti trascorsi filo-staliniani, sta usando la strategia del bastone e della carota. La carota sono i 15 milioni l’anno di incentivi alle aziende sanitarie virtuose; il bastone è la minaccia di licenziare i dirigenti incapaci di risolvere l’emergenza entro 18 mesi. E per non sbagliare, la regione si è dotata di un software che settimanalmente monitora il servizio in ogni struttura: come a dire che ci stanno, letteralmente, col fiato sul collo. Come a dire che gli insolventi sono sempre i medici (al punto che esiste anche la proposta, che nemmeno so se possegga i crismi della legalità, di sospendere la libera professione medica se le liste d’attesa non sono rispettate) e non i politici che hanno creato questa situazione cronica di sotto-organico e sotto-risorse. Come a dire, al solito, che non basta tenere in piedi un sistema traballante: no, dobbiamo pure subire umiliazioni senza fine.

Punto 5. Anche perché, non va dimenticato, il contratto collettivo nazionale dei medici è fermo dal 2009. Percepiamo gli stessi stipendi di allora e anzi guadagniamo di meno, lavorando forse il doppio come quantità, perché nel mentre si è esaurita tutta l’attività aggiuntiva che pure portava benefici alle famigerate liste di attesa. In questi mesi è in atto una specie di vergognosa contrattazione sull’argomento che somiglia molto da vicino a una delle tre guerre puniche, ma se vi dico che l’aumento salariale previsto per i medici sarà in media di 67 euro lordi al mese non mettetevi a ridere. È la verità.

Punto 6. In più, ci menano. Letteralmente, ce-menano. Se c’è un ritardo per l’esecuzione di un esame, gridano nei corridoi facendo tragedie greche davanti agli altri pazienti. Urlano in faccia ai medici che non hanno fiducia in loro, che i referti sono segno certo della loro cavernosa stolidità e incompetenza. Mandano pacchi di reclami in Direzione, che poi li gira ai poveri cristi come me: destinati a perdere ore preziose di lavoro per giustificare quello che in 99 casi su 100 non avrebbe bisogno di giustificazioni ma solo di puro e semplice buon senso. Se va male, appunto, ci menano proprio: digitate pure “aggressione a medici” su Google e poi sbizzarritevi a leggere i resoconti da guerra civile che riempiono le cronache locali. Nell’ingresso dei miei ospedali campeggia una piramide con foto, nomi e recapito telefonico dei membri della Direzione strategica: ma come cavolo è potuto succedere che il signor Rossi, solo perché un usciere gli ha risposto in modo secondo lui non consono alle aspettative, possa pensare di poter rompere le palle al Direttore Generale in persona? Figuratevi se a creare il presunto disservizio è una giovane dottoressa o un giovane infermiere. Per quanto mi riguarda, l’indirizzo ufficiale attualmente è: se succede, non rispondete agli insulti e chiamate subito i carabinieri.

Punto 7. Ci menano anche metaforicamente, peraltro. Non voglio soffermarmi su questioni delle quali ho già parlato abbondantemente su questo blog, ma ogni denuncia a un medico è una stilettata nel fianco che continuerà a sanguinare per anni, che lui sia realmente colpevole o, come capita nel 98% dei casi, non colpevole del danno di cui viene accusato. Perché, vedete, è sacrosanta l’osservazione che noi medici non siamo tutti uguali: io stesso ho lavorato accanto a personaggi che avrebbero fatto meglio a dedicarsi ad altro, qualsiasi altra cosa, e comunque non a un mestiere che li ponesse diuturnamente a contatto con il prossimo loro. Un prossimo spaventato e preoccupato, dunque meritevole di ogni sforzo, di ogni possibile tipo di carità cristiana e non. Ma è anche vero che, mediamente, noi medici ci teniamo assai al nostro lavoro. Quello che il volgo non comprende è che il sistema disastrato di cui ho discusso oggi sta attualmente in piedi solo grazie ai sanitari: al loro impegno, al buon senso, allo spirito di collaborazione che li anima (quasi tutti). Un reclamo violento, un urlo o un pugno in faccia a un sanitario, la denuncia per un danno presunto al solo scopo di scucire qualche migliaio di euro all’Azienda ospedaliera e riempire le tasche di quegli avvoltoi che fomentano le rivalse medico-legali, sono picconate che voi stessi assestate al vostro sistema sanitario. Quello che, cono ogni probabilità, i vostri figli non faranno in tempo a vedere.

Punto 8. Già. Perché, se ancora non lo avete capito, il futuro della sanità italiana è privato e non pubblico. Ve ne parlavo qui, se volete rinfrescarvi le idee. Ma, ancora meglio, per farvi un’idea chiara della situazione leggete questo articolo. Due dei miei più valenti colleghi hanno già fatto il salto della barricata, e mentirei spudoratamente se negassi di averci pensato, in passato, anche io stesso. E voi mi conoscete, io sono una bestia da ospedale, levatemi l’ospedale e potrei sfiorire come una margherita nel deserto. Ecco, questa è la situazione. Non dateci più contro, ve ne prego. Usate con noi medici la stessa cura che avreste per una specie animale in estinzione. Perché è questo che sta succedendo, ora e qui.


La canzone della clip è “Cambierà”, di Neffa, tratto dall’album “Alla fine della notte” (2006).

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