Gli amici, quelli che rimangono, quelli che se ne vanno

Questo è un post personale, non parla di Radiologia ma di vita reale; ed è una specie di lettera privata il cui contenuto però è pubblico, perché racconta di uomini e donne e di amicizia e di abbandoni. Parla, appunto, di vecchi amici che per abilità personale, casi fortuiti della vita o entrambe queste evenienze insieme riescono a realizzare i propri sogni lavorativi e magari pure a fare un sacco di soldi.

Quando succede di realizzarsi in questo modo, può accadere che uno si senta costretto a dare un’immagine di sé differente da quella a cui sono abituati gli amici. Se la tua immagine è quella di un vincente di successo, palestrato e inguainato in completi grigi di gran moda, può essere dura ricordarsi dei tempi in cui eri grasso e impacciato. Se la tua immagine prevede un qualche genere di saggezza o lungimiranza da comunicare (vendere) al prossimo, può essere imbarazzante ricordarsi dei tempi in cui bevevi, fumavi e frequentavi gentaglia. Se la tua immagine prevede che tu sia dotato di cultura, può essere imbarazzante ricordarsi dei tempi in cui le uniche letture erano i mensili di moda e gli unici film visti quelli di Stallone e Schwartznegger.

Gli amici, quelli veri, hanno una particolarità: ti hanno conosciuto quando non eri nessuno, hanno letto l’incipit della tua storia, quando nemmeno sapevi di avere dei progetti, e gli è piaciuto. Ti sono stati vicini quando eri alla canna del gas, quando morivi per amore, o quando semplicemente eri felice guardando i film d’azione che tanto ti piacevano o giocando a Doom2 fino alle quattro del mattino. Ma questa particolarità ha una doppia faccia: da una parte piacevolmente nostalgica, se non hai nulla di cui vergognarti; dall’altra di grande imbarazzo, se adesso la tua immagine pubblica è radicalmente differente da ciò che sei e sei sempre stato.

Gli amici, quelli veri, hanno anche un’altra particolarità: ti vogliono bene a prescindere. A loro non importa che tu sia diventato famoso, abbia fatto soldi e viva in una villa con piscina sui colli. Loro ti hanno visto depresso, squattrinato, sul cinquantino scassato con la morosetta seduta dietro. Hanno diviso con te pizze, birre, ti hanno visto disperato quando non sapevi cosa fare della tua vita e confortato quando hai intrapreso, tra mille dubbi, la strada fortunata che poi ti ha condotto al successo.

Ma c’è un problema: a volte, semplicemente, se le cose vanno come hai desiderato, non puoi più essere quello che eri prima. Di quel tizio abulico, grassoccio, intellettualmente pigro, non deve restare traccia: minerebbe l’immagine nuova che il mondo ha di te. E allora bisogna trasformarsi in sicari spietati: ammazzare (metaforicamente) uno per uno gli amici veri, tenerli lontani, non farli più partecipare alle tue cose. Perché loro sono i testimoni: potrebbero parlare, raccontare cose di te che tu non vuoi che si raccontino. E allora devono morire.

Questa è una piccola storia triste e anche un po’ squallida, come tante altre al mondo, di persone che prima si trovano e poi si perdono. Nel modo peggiore: non perché sia accaduto qualcosa, ma per pura e semplice paura di mostrarsi per quello che si è. Perché noi non siamo buoni o cattivi, simpatici o antipatici, falliti o di successo: siamo quello che siamo, nel bene e nel male, e che chi ci ha cari può testimoniare con affetto. Un affetto che non si estingue, qualunque cosa accada, perché certe porte si possono socchiudere, forse, ma non sprangare.

Se questa è la vostra storia, tuttavia, tranquillizzatevi: non siete stronzi, è solo che soldi e successo non hanno cambiato nulla e voi avete ancora addosso la stessa paura fottuta di molti anni fa. Ma il punto è un altro: prima di insegnare al prossimo a vivere in modo migliore, forse dovreste avere il coraggio di ammettere a voi stessi e agli altri la verità. Altrimenti è tutta finzione: e prima o poi qualcuno, tra il pubblico, scoprirà il vostro trucco.

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