Hai percorso milioni di miglia, quanto lontano vuoi arrivare

Parlavo, ieri, con un’amica. Le ho raccontato un po’ di cose che stanno accadendo, nella mia vita, e di come la vita stessa possa cambiare o non cambiare, dipende da infinitesimali inclinazioni di un piano ipotetico su cui le vite stesse scorrono, le quali a loro volta nemmeno sempre dipendono da scelte personali o atteggiamenti consci (o forse si, dipende da cosa intendiamo per scelte personali: ma qui ci stiamo addentrando in un terreno filosofico che in questo momento di somma stanchezza mentale non riesco a affrontare compiutamente).

Insomma, parliamo e viene fuori una questione apparentemente futile: come potrei mai cambiare lavoro? Io, a pensarci bene, io non so fare niente altro nella vita che quello che faccio, cioè il radiologo. Salvo forse scrivere, probabilmente: ma far diventare quello un lavoro serio è piuttosto difficile, per non dire improbabile, sebbene a volte la vita possa riservare sorprese e aprire spiragli che un minuto prima sembravano pura fantascienza. Quindi glissiamo, perché questo è un altro discorso ancora, e torniamo al punto di partenza.

Se domani finisse il mondo come lo conosciamo, se una tempesta magnetica solare distruggesse in un secondo la nostra tecnologia superba da terzo millennio, se una pestilenza decimasse la popolazione, se l’asse magnetico si inclinasse di un paio di gradi, e io sopravvivessi insieme ad altri pochi sfortunati, ecco, cosa saprei capace di fare? In che modo potrei rendermi utile alla comunità di disperati a cui finirei per appartenere? Non so alzare un muro di mattoni né riparare la suola di una scarpa; e a dire il vero anche montare un lettino di Ikea mi manda in ambascia, l’ultima volta che mi sono cimentato nell’impresa ho fatto scappare da casa il resto della famiglia per le bestemmie che tiravo e a fine montaggio mi è venuto il gomito del tennista (dopo otto mesi ce l’avevo ancora, mi è toccato farmi fare un’infiltrazione di cortisone da un ortopedico che nel mentre ghignava sadicamente). Non so prevedere il tempo guardando il cielo, non so capire se un pezzo di terra è buono da coltivare o meno, non distinguo un albero dall’altro e figuriamoci se potrei essere in grado di riconoscere un’erba con proprietà medicinali, che pure dovrebbe essere remoto retaggio del mio mestiere. Ho fatto il militare ma odio sparare pur avendo una mira della madonna, e non sarei un buon soldato perché odio prevaricare il prossimo e l’unico modo per farmi combattere sarebbe minacciare la vita dei miei cari, e allora solo la morte mia o del mio nemico potrebbe fermarmi (dunque non sarei un buon soldato, insisto). Forse non saprei nemmeno occuparmi di ciò che resterebbe della cosa pubblica, ossia fare il politico, perché la diplomazia non è mai stata il mio forte sebbene negli ultimi tempi, come immaginate, io abbia dovuto imparare in fretta i fondamentali e abbia in mente idee grandiose e rivoluzionarie che chissà se andranno a buon fine, e soprattutto in che direzione. Insomma, un disastro. Pavento che un radiologo, dopo la terza guerra mondiale, sarebbe utile come uno spremiaglio elettrico.

Poi però ho pensato che una qualità ce l’ho: sono curioso, ho voglia di imparare e imparo in fretta, e il mio problema semmai è controllare l’entusiasmo che ho per le cose della vita affinché non travolga come un fiume in piena anche le persone incolpevoli che ho vicino. Ho pensato anche che i mei sentimenti sono sempre esponenziali: quando le cose vanno bene cammino su cuscino d’aria e canto per strada, quando vanno male non mi limito a intristirmi ma faccio le tragedie greche; e tutto tollero fuorché quello stato dell’animo intermedio, né carne né pesce, che a quanto pare è il rifugio della maggior parte delle persone che abdicano alla vita e scelgono semplicemente di sopravvivere in attesa di tempi migliori. A vent’anni ero un ragazzo assennato; adesso, con più del doppio degli anni, brucio come uno scapigliato milanese di fine ottocento e mi commuovo pure guardando i film d’amore.

Alla fine, credo, tutti cerchiamo di sopravvivere in qualche modo. L’importante è capire, come recita il poeta, che riposarsi va bene: ma solo dopo morti, grazie, se è possibile.

La canzone della clip è Secret garden, di Bruce Springsteen, pubblicato nel 1995 e compreso nella raccolta Greatest Hits. Ognuno di ha il suo giardino segreto, come dice il mio ghost writer (cit.), dove c’è tutto quello di cui qualcun altro ha bisogno. Fortuna che il nostro è segreto: se no immaginate il casino che verrebbe fuori in attesa di scoprire dove si nasconde il giardino segreto, quell’altro, dove c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno noi.

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