Harry Potter e il campionato mondiale di rugby

I medici di Pronto Soccorso, nel mio ospedale, hanno una caratteristica molto spassosa; e lo dico con affetto perché spesso ne rido anche con loro. Quando mi arriva un esame da refertare lo dovrei trovare corredato (com’è giusto che sia) da corrette notizie anamnestiche: dove il paziente ha male, quando è accaduto l’incidente, la dinamica del trauma, eccetera. Loro però a volte, e credo che alla base ci sia un meccanismo difensivo di natura psicologica, tendono a esagerare con i particolari secondari: tipo, che Tizio è inciampato nel secondo gradino delle scale di casa mentre trasportava le borse della spesa o che Caio è scivolato sulla buccia di banana che Sempronio, pochi istanti prima, aveva gettato a terra all’angolo tra via Verdi e via Bianchi.
Particolari, lo capite anche voi, che non influenzano più di tanto la mia valutazione radiologica: a me interessa sapere il paziente dove ha male e che tipo di trauma si è procurato (distorsivo, contusivo, eccetera); il resto è, per così dire, simpatica letteratura collaterale.
L’ultima che mi è successa è questa: radiografia dell’avambraccio destro a un ragazzo di quindici anni che, durante una partita di rugby (cito testualmente) subisce duplice scontro con un avversario di 120 e uno di 95 kg. Lì per lì ho riso: cosa volete che me ne freghi se un giovanottone che fa rugby va a urtare contro due macigni dal quintalaggio pari al suo? Ho preparato il referto (frattura composta del radio) e sono uscito.
Chi mi trovo davanti? Un ragazzino minuto e magro in casacca da rugbista, i capelli scuri e spettinati e gli occhiali rotondi: Harry Potter! E lì tutto è tornato chiaro: il peso massimo dei due avversari (che a questo punto nel mio immaginario si sono trasformati all’istante in Tiger e Goyle) era importante proprio per le dimensioni ridotte dell’infortunato.
Beh, che volete che vi dica: se io fossi il signor Potter preferirei che Harry continuasse a giocare a quidditch, a cavallo della sua scopa volante e tutto intento ad acchiappare il boccino d’oro. Il rugby è un gran bel gioco; ma, ahimè, è tutt’altro sport.
Anche senza bacchette magiche e maghi infernali di mezzo.

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