Ho sempre pensato troverò il mare e sarò bagnato

La vecchiaia ha molte facce: alcune mi affascinano, altre mi terrorizzano. Alcune vorrei viverle con la giusta compagnia, e non è detto che ciò non possa accadere; altre desidererei viverle da solo, per non infliggere a nessuna delle persone che amo la sconfitta definitiva della mia dignità di uomo.

La vecchiaia è l’uomo ultranovantenne che risale il viottolo della spiaggia, a passi incerti, gli occhi vacui di chi rischia di essere schiantato dal solleone estivo e tuttavia si ostina a passare i tre mesi canonici nella casa a mare, in perfetta solitudine. Mentre guadagna l’atrio del suo residence, l’uomo molto anziano cerca invano con le mani appigli nelle siepi di bosso che ornano il sentiero, mentre torme di adolescenti ipermuscolari gli saltano intorno, persi come sono in follie ormonali di cui forse comprenderanno l’inutile significato solo alla veneranda età del vecchio che oggi barcolla verso l’atrio di cui sopra. Il passo di colpo si fa ancora più stentato, a tratti sembra che perda l’equilibrio, una goccia di muco gli pende da una delle narici disidratate. Ha bisogno di aiuto, signore? No, risponde brusco, faccio da solo. Perché certe vecchiaie, oltre che tristi,  sono anche ostinate e cattive.

Ma la vecchiaia è anche la donna quasi novantenne, ben pettinata, sorridente, che ogni agosto saluto al solito ombrellone di sempre: quest’anno l’ho vista per la prima volta sorreggersi con un bastone ma alla fine è splendida come sempre, rotondetta e ben pettinata, e il suo sorriso illumina l’intera spiaggia. Ogni volta mi dice che da quando è mancato suo marito è triste, e ogni volta non manca di ricordarmi il numero crescente di anni da quando è vedova. Quest’anno sono nove anni, dottore! Ma lei è sempre così sorridente, signora, dico io. La signora si adombra per un istante, uno solo, poi dice: Sono così perché era così che a lui piacevo, e quindi così sarò fino alla fine.

Insomma, questa volta ho imparato che la vecchiaia non è solo pervicace ostinazione a esistere ma può anche trasformarsi in una forma estrema di amore, apparentemente fuori tempo massimo, che ci insegna tantissimo sui modi e sulle forme con cui esso può manifestarsi ai comuni mortali, a quelli che ci credono, a quelli che invece non ci credono più, a quelli che attendono con ansia la vecchiaia come se fosse un’occasione unica per praticare il disincanto e che invece nemmeno da vecchi riusciranno a disincantarsi perché il fuoco che hanno dentro brucia, brucia forte, brucia più forte di tutto il resto.


La canzone della clip è “Vita tranquilla”, di Tricarico, dall’album “Giglio” (2006). Non so voi, ma io l’ho sempre trovata la migliore risposta possibile a quel grandissimo bluff canoro rappresentato da “Vita spericolata” di Vasco Rossi. La prima volta che gliela sentii cantare pensai che Tricarico era diventato molto bravo, e che era proprio arrivata l’ora che qualcuno si prendesse la responsabilità di scrivere una canzone del genere: amara, folle, piena al tempo stesso di speranza, amore per la vita e disperazione. Sentimenti che le nostre stesse esistenze, d’altronde, trasudano quotidianamente dai loro pori.

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