Ho sognato un paese normale

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Ho sognato un paese normale.

Un paesaggio di casette linde e pinte. I giardini curati. Niente spazzatura nei prati, niente mozziconi di sigaretta gettati per terra, niente lattine di birra poggiate nottetempo sulle finestre della macelleria sotto casa. Le automobili parcheggiate negli spazi appositi, lontane da marciapiedi o piste ciclabili. Rotonde stradali dove la gente fa a gara a dare la precedenza agli altri automobilisti, con ampi sorrisi di cortesia.

Ho sognato un paese normale, in cui si può accendere la tivù e guardare i programmi nazionali senza sentirsi coglioni, rincoglioniti o entrambe le cose insieme. Un paese in cui i politici fanno i politici e non i comici, e i comici fanno i comici e non i politici o, peggio ancora, i giornalisti; e dove i giornalisti fanno il loro mestiere, che è quello di raccontare la verità, e non sono la sgangherata avanguardia di eserciti politici in disfacimento.

Ho sognato un paese normale, dove il livello qualitativo degli ospedali è uguale a qualsiasi latitudine e longitudine e negli ospedali tutti fanno il loro dovere: anche perché i dipendenti sono consci che ogni due anni qualcuno farà loro le pulci e che nessun lavoro, né pubblico né privato, e con buona pace dei sindacalisti miopi e affaristi, potrà più essere intoccabile. Un paese di sogno in cui si smetta di parlare di quantità e ci si concentri sulla qualità del lavoro svolto, e in cui questa qualità sia comunicata agli utenti in modo efficace: così che tutti sappiano cosa accade nel mondo dei camici bianchi, quali difficoltà operative vivono ogni santo giorno medici e paramedici, e che le assicurazioni tornino a considerare le aziende sanitarie luoghi in cui investire e non luoghi in cui si va in perdita.

Un paese così normale che un giovane non debba pensare all’Australia o alla Nuova Zelanda come gli unici luoghi al mondo in cui potersi realizzare o soltanto mantenersi decorosamente in vita, o alla Germania o alla Svezia come luoghi incantati in cui a contare qualcosa è il merito reale delle persone e non il babbo ammanicato o affratellato. Un paese normale, insomma, in cui si possa decidere di vivere nel posto dove si è nati e non essere costretti a emigrare altrove in cerca di decoro, regole e un po’ di pace.

(Questo post è dedicato a Linda e a tutti quelli che le somigliano almeno un poco: che, scusatemi il gioco di parole, non sono pochi)

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