Ho una promessa da mantenere

Oggi devo mantenere una promessa, certo. Ma prima devo raccontarvi una storia breve breve: quella di un uomo, si chiamava Pietro, che conobbi nel 2007 in occasione del suo primo cancro alla laringe. Avemmo a che fare, ci capimmo al volo: lui voleva fare i controlli solo con me e con nessun altro. Io, nel mentre, avevo capito di essere stato adottato: e, come dico sempre agli specializzandi, se un paziente vi adotta non fate resistenza, lui vi ha solo chiesto di percorrere un pezzo di strada insieme.

Pietro all’epoca guarì, perché a 65 anni aveva voglia di vivere ancora a lungo: avete presente quelle persone con un entusiasmo naturale, che si appassionano ancora alle cose anche se ne hanno viste di cotte e di crude? Ecco, Pietro era proprio così. Entusiasta.

Ma la sua strada sconnessa non era ancora finita. Qualche tempo dopo si ammalò ancora di tumore: al fegato, questa volta. Fu trattato, la malattia sembrava essersi fermata ma ogni volta che ci vedevamo lui mi diceva: Chissà quanto durerò ancora.

Pietro ha voluto fare i controlli con me fino alla fine. Quando si è sentito male, a metà agosto, mi ha telefonato al cellulare. Io gli ho detto che ero via, lui ha risposto che avrebbe aspettato il mio ritorno. Quando sono tornato, ed erano passati pochi mesi dall’ultimo controllo, la malattia se l’era mangiato. A morsi. In così poco tempo.

Non ha retto molto alla botta, Pietro. Ma non perché non avesse più voglia di vivere: è che anche l’acciaio ha un limite di resistenza alla rottura. Gli ultimi giorni, era ormai ricoverato in un ospedale della zona, ci sentivamo solo via what’s up.

Come sta, Pietro?

E lui: Stanco.

Finché le notifiche di ingresso a what’s up hanno cominciato a essere ferme alla stessa ora dello stesso giorno, e io mi sono preoccupato. Ma non conosco nessuno dei familiari salvo il consuocero, e non avevo altri numeri di telefono. Ho provato a chiamare il suo, ma il cellulare di Pietro era sempre spento. Conoscendolo, ho provato a cercare la sua pagina di Facebook: una volta tanto l’infernale strumento mi è stato utile perché Pietro una pagina ce l’aveva, e anche tanti amici. I quali erano preoccupati, proprio come me.

Finché, stamattina, la pagina è stata invasa da strazianti messaggi di addio a Pietro. Il quale, da bravo pilota quale era, alla fine ha preso il volo sul serio.

Io non so come facciano i miei colleghi, ma a me quando muore un paziente dispiace. Non ho ritegno: mi incazzo, perché non sono stato abbastanza un bravo medico o perché non sono stato disponibile come dovrei sempre e sempre e sempre essere. Piango, pure, perché mi sembra che le lacrime accompagnino con la dovuta dolcezza chi muore e facciano bene a chi resta: un po’ me ne vergogno, ma ragazzi, che ci devo fare, son fatto così.

Una delle ultime volte Pietro, che si era letto tutto il mio blog con una pazienza impressionante e ogni volta che ci vedevamo commentava gli ultimi post, mi aveva raccontato una storia. Parlavamo del degrado economico e sociale italiano e lui aveva narrato la storia di un imprenditore locale che aveva fatto fortuna negli anni 70. Come? Presto detto: all’inizio erano lui e un operaio e poi, a fine anno, invece di pagare le tasse, il cumenda aveva comprato un macchinario e assunto un altro operaio. A fine anno successivo stessa storia: tasse evase e altri due operai assunti, e avanti così fino a fondare un impero.

Morale della storia? Non quella che credete voi, perché Pietro era onesto ma conosceva bene l’animo degli uomini. Mi diceva: Vede, dottore, l’Italia è un paese che non si può governare come gli altri. Il mio amico imprenditore ha evaso il fisco ma ha dato lavoro a un sacco di gente e ha messo in moto l’economia. È vero, non ha agito onestamente, ma sarebbe stato meglio se avesse pagato le tasse fino all’ultimo centesimo senza dar lavoro a nessuno?

Non lo so, Pietro.

Nemmeno io, però la racconti lo stesso questa storia. L’Italia è un posto così, le cose funzionano solo se tutti rubano.

E così, Pietro, ho raccontato la tua storia. Sono ancora un po’ arrabbiato con te, perché tutto sommato un saluto, dopo tutti questi anni, me lo sarei meritato. Però poi penso che l’ultima volta che sei venuto a trovarmi ci siamo abbracciati forte, e in fondo anche questo è un saluto. O almeno così mi piace credere.

18 Responses to “Ho una promessa da mantenere”

  1. giancarlo ha detto:

    Bella, bellissima, evocativa e da meditare… L’affetto che ci lega ai nostri veri maestri, i pazienti… La differenza tra idealismo e pragmatismo… Il tuo migliore pezzo, Gaddo…

  2. Pier Silverio ha detto:

    Proprio un bello scritto: affinco il mio commento a quello di giancarlo.

  3. giancarlo ha detto:

    E perchè mai, Gaddo? La trovo tremendamente attuale. Giusto che ognuno di noi ricerchi la sua Città Ideale, ma è anche doveroso il paragone tra l’Italia, senz’altro imperfetta, che si era costruita e quella attuale, paralizzata da un idealismo malato. Ce ne ricorderemo se verremo dominati da altri Paesi che si stanno comportando ben peggio di come ci siamo comportati noi e stanno avanzando a passo di carica.

    • Gaddo ha detto:

      Non mi hai capito. La storia che non volevo raccontare è quella di Pietro: del paziente che perdi. Peraltro, sono appena di ritorno dal suo funerale. Il figlio mi ha abbracciato che neanche fossi stato suo fratello.

      • giancarlo ha detto:

        C’entra poco, ma fatemi sfogare. Stasera, dopo il Tg1, litigata feroce con mia moglie. Ampio servizio sulla povera malata di tumore cerebrale statunitense che ha scelto l’eutanasia per il 1 Novembre. Ho espresso, forse in maniera troppo violenta, l’opinione che i casi limite vengano troppo ampiamente trattati quasi si dovesse “educare” il popolo che simili situazioni abbiano solo quella soluzione. Ora, a prescindere se sia giusto o sbagliato, non trovate che sk stia andando un pò troppo dietro al “pensiero dominante”, pubblicizzando casi limite ( penso a Welby, a Eluana) per giungere alla conclusione che debba essere lo “Stato”, entità astratta e immateriale, a gestire i nostri ultimi giorni? Quando ho iniziato gli studi un malato di linfoma era un morto che camminava, ora se va male gli si prospettano anni e anni di esistenza dignitosa, se va bene, e sono la maggioranza, guarisce. Avessimo al tempo attuato una soluzione così drastica trent’anni fa, ci sarebbero stati gli indiscutibili avanzamenti scientifici che hanno portato questi risultati? Oppure i malati terminali sono considerati un peso economico e sociale e debbono essere convinti che la soluzione migliore sia farla finita? Ed anche: tutti conoscono chi siano stati Eluana e Welby, ma se vi dico Mario Melazzini, senza cercare su internet, vi dice qualcosa? No? È un medico nostro collega malato di SLA, che da anni in sedia a rotelle si batte per garantire una esistenza dignitosa a quelli come lui che vogliono vivere. Durante il caso Welby si è pubblicamente lamentato che la sua associazione, che cerca di favorire la vita, non abbia ricevuto nemmeno un centesimo dell’attenzione mediatica data al caso Welby. Come se chi cerca la vita abbia meno importanza di chi pubblicizza la morte. Scusate la divagazione e grazie per qualunque contributo vogliate dare.

        • Pier Silverio ha detto:

          «Come se chi cerca la vita abbia meno importanza di chi pubblicizza la morte»
          Beh, direi che è palese il fatto che la morte faccia più notizia della vita, in qualsiasi caso, di qualsiasi portata, in qualsiasi contesto. Siamo sempre nell’area del “gusto del macabro”, no? Le inevitabili aberrazioni insite nell’industria mediatica hanno annullato ogni possibile valore educativo/formativo.
          Una delle cose che odio dei casi cosiddetti “limite” è che istigano a schierarsi, manco ci fosse una guerra. Pretendere che ci sia un colle da conquistare è fraintedere completamente una realtà fatta di casi tanto particolari quanto individuali, la cui migliore soluzione è nel buon senso dei diretti interessati. E il buon senso doveva essere particolarmente assente dalla trasmissione che avete visto, se è riuscita a farvi litigare (sempre che non foste già predisposti :D)

          Secondo me, per il bene tuo, di tua moglie e (quindi) del vostro rapporto, fareste bene a sbarazzarvi del televisore. Girando alla RAI la ricevuta dello smaltimento all’area ecologica potrete anche risparmiare i soldi del canone 😀
          Se poi il silenzio vi assedia, consiglio bbc/worldserviceradio

          PS: visto che è tardi e non sono sicuro della resa del mio scritto, aggiungo che ironia e buonsenso sono necessari tanto nella vita quanto nella lettura di questo (e qualunque altro) messaggio 😛

          • giancarlo ha detto:

            Ironia graditissima e sdrammatizzante, grazie Pier… Ma hai detto anche cose molto giuste sui casi limite.

  4. giancarlo ha detto:

    Perdonami, ero andato troppo avanti… Hai perfettamente ragione.

  5. mollybloom82 ha detto:

    Se non perdessi nessun paziente non saresti un medico migliore, saresti Dio.
    Ciò detto, è davvero uno dei tuoi pezzi migliori.

    Per il discorso morte/vita/eutanasia…mi sembra un po’ fuori luogo paragonare un malato di linfoma ad un tetraplegico tenuto in vita dalla ventilazione invasiva…non credo che, in presenza di speranza di salvezza/recupero/vita dignitosa qualcuno sano di mente sceglierebbe la morte. La “pubblicità”non entusiasma nemmeno me, ma credo che accanto al diritto alla vita a condizioni accettabili esista anche il diritto all’autodeterminazione.

    • giancarlo ha detto:

      Infatti, Molly, il mio non voleva essere un invito al dibattito “Eutanasia si- eutanasia no” del tutto fuori luogo e inconcludente, ma una riflessione di come il Pensiero Debole oggi dominante tenda all’indottrinamento occulto. Francamente lo troverei alquanto inquietante, anche se corrispondesse a come la penso io…

      • giancarlo ha detto:

        Io francamente ho paura di una società che, in modo sottile, inculca nella mente dei miei nipoti/parenti l’idea che io ormai sono vecchio/malato e se mi tolgo ‘volontariamente’ dalla scatole, forse è meglio. Chiaramente qui parliamo di un caso estremo, di una ragazza di 29 anni con un brutto male, la cui scelta rispetto assolutamente. Rispetto meno quella di quei giornalisti, opinionisti, politici etc che non perdono occasione per propagandare queste scelte, con articoli strappalacrime da libro cuore, ma veicolando il messaggio che tutto sommato va bene così, senza porre l’accento in modo pesante sul dramma che deve aver vissuto questa povera ragazza e che sta vivendo la sua famiglia.

      • Gaddo ha detto:

        Beh, questo argomento merita qualcosa in più di una serie di commenti al post. Ne tratteremo più approfonditamente. Magari se Antonio avesse voglia di sviscerare il problema: il suo punto di vista è molto interessante.

  6. Renghen ha detto:

    Non so cosa dire, su quella storia che il tuo Paziente ha voluto raccontarti. So che lui, lettore del tuo blog fedele, avrebbe voluto vederla scritta, da quaggiù e non da lassù, e che questo ci ricorda che ci sono richieste che sono urgenti, anche se piccole. E che noi dobbiamo tenere in conto anche queste, piccole, modeste richieste, ricordandoci che tutto ha una sua urgenza. La vita, in primis.

  7. gianni ha detto:

    Bel pezzo… vorrei che un giorno tu potessi parlare con un medico che avevo conosciuto da poco arrivato nel mio reparto, uno che riusciva a separare il dovere (del lavoro) dal piacere (di fare il medico), e che è arrivato a dirmi che se l’Amministrazione non pagava il dovuto lui allo scattare delle fatidiche 7 ore e 36 minuti si sarebbe lasciata cadere la penna dalla mano, non capendo che dietro una immagine radiologica c’era quel paziente che tu ha perfettamente descritto… quel ragazzo adesso è cresciuto ed è maturato, ma mi chiedo quanti ce ne sono come lui adesso, e come far loro capire che il nostro è un mestiere particolare, dove questo tipo di rapporti – anche se meno intensi di quelli che tu riesci a stabilire – sono il nostro vero guadagno…

  8. Gaddo ha detto:

    Sono sicuro che alla fine la penna di mano non se la sarebbe mai fatta cadere, il giovane collega, se davvero era animato da buone intenzioni.

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