I guai della Radiologia

Chi mi segue da tempo lo sa: ogni volta che ho potuto ho sempre dato voce a chi mi ha scritto. Oggi è il turno di Silvio (il nome è di fantasia): che si è laureato in medicina da poco e ha in testa di fare, guarda un pò, proprio il radiologo. La sua lettera, come vedrete, è la summa dei guai odierni della radiologia: spero che la leggano con molta attenzione i nostri professori universitari, i massimi dirigenti SIRM e, perchè no, anche e soprattutto i primari ospedalieri sparsi in Italia.
(…) stamattina ho avuto un incontro ravvicinato con uno specializzando del III anno di Radiologia (…) e da lì la discussione è finita sulla Radiologia oggi. Più che altro mi è sembrato di raccogliere uno sfogo e una critica, non so quanto realistica. Innanzitutto i Radiologi come casta, dipinti come un soggetto passivo, inerme davanti ai “furti” che quotidianamente si consumano nei riguardi della specialità; una casta che durante i congressi discute prevalentemente su come non farsi rubare il lavoro dalle altre specialità per non estinguersi. La cosa che mi ha reso più perplesso è stata la descrizione della figura del Radiologo del futuro: che assumerà sempre meno importanza (a suo dire) vuoi perchè il processo di “invasione” delle altre specialità continuerà inesorabile, vuoi perchè la tecnologia renderà fruibile ogni tecnica. Lui mi diceva che alla fine basterà un buon tecnico per tante cose!! L’interventistica avrà vita fin quando le branche specie chirurgiche gli daranno ancora spazio… insomma, ammazza che allegria! Anche da un punto di vista lavorativo, per quanto si legga di richieste di radiologi e anestesisti, lui mi spiegava che la realtà è molto diversa, uno specializzato fatica a trovare un contratto discreto, e che le prospetiva di crescita anche economica sono molto limitate attualmente (…) Nei tuoi post spesso c’è tanta autocritica alla Radiologia, ma questo scenario di frustrazione e di “impotenza” sul futuro mi ha un pò destabilizzato (…)

Sarò sincero: non è stato piacevole leggere la lettera di Silvio. Così come non mi sono piaciute, ma davvero per niente, le esternazioni dello specializzando di radiologia del 3^ anno. Uno così, anche se fosse davvero bravo, non lo vorrei mai nella mia squadra; perchè non ha ancora cominciato a lavorare e già dimostra una mentalità da passista, tristemente votato alla sconfitta. Ma in fondo non è colpa sua: gli specializzandi sono l’aria che resipirano nelle loro scuole, e questo dovrebbe far riflettere molto i professori universitari e tutti quelli che, a vario titolo, sono deputati alla formazione culturale dei radiologi del futuro.
Perchè una cosa è vera: ai congressi si parla molto di come combattere l’invasione di campo da parte degli altri specialisti e sui rischi di estinzione del radiologo come figura professionale. C’è però un particolare che lo specializzando ha trascurato: che a parlare di questo problema sono sempre e solo i vecchi radiologi, gli ultrasessantenni, quelli che negli ultimi decenni hanno rischiato di mandare in vacca la Radiologia lasciando che interi pezzi della nostra disciplina ci fossero strappati senza opporre resistenza; e che adesso nei vari congressi (anche nazionali, ahimè) si autocommiserano e piangono il morto. Tuttavia abbiamo anche una buona notizia: non ho mai sentito parlare di spazi rubati o di estinzione della specie radiologica, in nessun congresso o occasione ufficiale, nessun radiologo dai trenta ai cinquanta anni. Mai. Piuttosto ho sentito dibattere del contrario, ossia di come il Radiologo Clinico stia progressivamente invadendo gli spazi altrui rendendosi sempre più indispensabile al clinico e al chirurgo; i quali, come ho più volte raccontato, se hanno a che fare con una Radiologia seria non muovono un passo senza aver consultato i radiologi. Hanno capito, ancor più dei nostri vecchi, che avere a che fare con un radiologo serio e preparato conviene, eccome se conviene.
Il discorso si potrebbe estendere anche alla branca interventistica della Radiologia: qualcuno mi spiega perchè un chirurgo dovrebbe aprire un torace o una pancia se il radiologo può ottenere lo stesso risultato terapeutico con un catetere vascolare o un tubo di drenaggio? Ecco perchè i chirurghi ci richiedono sempre più prestazioni interventistiche: conviene, e molto, sia a loro che al paziente.
Alla fine, l’atteggiamento inerte del radiologo è la vera causa del suo male; ma garantisco di persona, perchè lavoro in un posto di persone combattive e molto preparate, che quando il radiologo affronta il suo lavoro con basi cliniche solide l’elemento centrale dell’iter diagnostico diventa lui. Abbiamo reparti, nel mio ospedale, che non ci inviano più le richieste di esame ma il solo quesito clinico: poi ci pensiamo noi a risolverlo, con le metodiche di imaging che riteniamo opportuni.
E qui ci colleghiamo a concetti che ho già espresso diecimila volte nel mio blog, ma che non mi stancherò mai di ripetere: il radiologo è l’unica figura medica in grado di gestire non tanto una singola metodica di imaging, quanto l’intero iter che conduce il paziente dal sintomo clinico alla diagnosi finale. Ha voglia l’internista a cimentarsi in ecografie, o il chirurgo vascolare in eco-Doppler, o il cardiologo a far finta di capire una risonanza del cuore, o lo pneumologo a puntare il ditino contro una radiografia del torace. La tappa obbligata é la radiologia, e di lì non si scappa: e non è presunzione o strenua e sterile difesa del fortino, ma il nostro background culturale che ce ne fornisce la piena, legale facoltà.
La giusta e dovuta autocritica nasce invece dalla inevitabile considerazione che, come in ogni altra disciplina medica, anche la radiologia da’ ricetto a un discreto nucleo di cialtroni, medici poco aggiornati, marchettari avidi di denaro e del tutto indifferenti alla qualità del loro lavoro; gente che ha scelto di fare il radiologo non per passione ma perchè così si lavorava prima senza grossi problemi; e perchè la radiologia, se condotta con animo impuro, è uno dei luoghi ideali dove imboscarsi (specie con primari che ti lasciano imboscare perchè fanno gli imboscati loro stessi per primi).
Il guaio è che fin quando l’indicatore dell’efficacia di un reparto di Radiologia saranno le sole liste di attesa la vedo dura: e credetemi, per me è sempre più dura dover scendere a patti con l’evidenza, maturata in tutti questi anni di lavoro, che per un amministratore ospedaliero troppo spesso la quantità è l’unico valore che va perseguito, possibilmente in iso- o iporisorse (eufemismo per esprimere un concetto oggi assai in voga: non scucio una lira, se posso ve ne tolgo, dunque arrangiatevi con quello che avete). Ed è ancora più triste considerare che i pazienti, per primi, non si accorgono della differenza e una struttura privata qualunque può assurgere a esempio di modernità ed efficienza se l’esame radiologico richiesto te lo fa il giorno dopo. Lo sapete che gli oncologi e gli ematologi del mio ospedale, sulle loro richieste, aggiungono la frase: da eseguire tassativamente nella Radiologia dell’Ospedale? Sarà un valore aggiunto, questo, o no? Vorrà significare qualcosa, o no?
Insomma, la Radiologia ha tanti guai: ma i guai non sono quelli di cui ha parlato a Silvio lo specializzando triste del terzo anno. Ha i guai della medicina di oggi, che non è mai stata al tempo stesso così evoluta ed efficace e così bistrattata; e ha le stesse caratteristiche della società in cui opera, ossia la mala gestione, l’ingerenza politica ovunque, anche nelle scelte puramente tecniche, lo sperpero delle risorse, la maleducazione del personale e dell’utenza, la cialtroneria che lavora nella consolle accanto all’accanimento qualitativo e poi rivendica privilegi legati all’anzianità di servizio. Però la Radiologia oggi ha un vantaggio enorme sulle altre: ha il ruolo più centrale, tutte le altre discipline le girano intorno, nessun medico con un minimo di sale in zucca si azzarda a mettere un dito addosso al paziente senza esami radiologici; e, anzi, il problema oggi è il contrario, ossia come frenare l’esondazione di richieste inutili e spesso folli che ci arrivano. La misura di tutte le cose, come al solito, sono gli uomini: si potrebbe parafrasare Protagora di Abdera e dire che il radiologo è misura di tutte le diagnosi, quelle che si fanno perché vengono fatte, e quelle che non si fanno perché non vengono fatte.
Io, personalmente, sono ottimista: credo che la mia disciplina non sia mai stata così in salute. Certo, sarei più felice se i vecchietti costernati e pessimisti facessero spazio a chi, con vent’anni in meno e molti meno sensi di colpa, sta mangiando nel piatto dei clinici e recupera il terreno perso dai loro padri negli ultimi decenni. Ma non sono così tanto ottimista: in fondo viviamo in Italia, uno strano luogo in cui la reputazione te la giochi non perchè sei un disonesto, un mafioso e un  incapace dimostrato nel tuo mestiere, ma perché, come del resto quasi tutti gli itagliani, vai a puttane.

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