I perché del senso di appartenenza

Tra le varie e-mail che mi giungono settimanalmente ce n’è stata una, in particolare, che mi ha colpito moltissimo. L’ha spedita un collega del nord ovest italiano: confessandomi candidamente di ammirare e invidiare non solo la passione per la mia (la nostra) professione ma soprattutto il senso di forte appartenenza all’ospedale in cui lavoro, che a quanto pare i miei post lasciano trasparire senza veli. Scrive: Io ho la costante impressione che per le alte sfere della mia Direzione non siamo che carne da macello, utili idioti manipolati per i loro scopi personali. E mi chiede da cosa nasca, appunto, questo mio senso di appartenenza; e me lo chiede con quella che a me, leggendo la mail, è sembrata una vena di sottile disperazione.

Io d’altro canto una risposta pronta a fine lettura della lettera non ce l’avevo, e quindi ho dovuto pensarci con attenzione: e la riflessione mi è costata due giorni di pensieri incostanti, infilati in mezzo a pile di referti, riunioni interdisciplinari, file alla cassa del supermercato, docce e attese di prendere sonno.

Alla fine ecco a quali conclusioni sono giunto. Io, di base, non sono uno che le rimostranze se le tiene dentro: il mio primario, che è un sant’uomo, lo sa meglio di chiunque altro al mondo. Ma il mio primario sa anche un’altra cosa: che per quanto vigorose possano essere state le mie rimostranze nei suoi confronti mai e poi mai, mai un solo giorno della mia vita lavorativa, ho pensato di infilare i bastoni tra le ruote sue e della struttura in cui entrambi lavoravamo.

Io, personalmente, ho un rispetto quasi sacrale per il mio lavoro: rispetto che, per estensione, riguarda anche il mio reparto, i colleghi, l’ospedale. Per me il lavoro non è soltanto timbrare il cartellino in ingresso e in uscita, con in mezzo solo faccende seccanti da svolgere nel modo più rapido possibile. No, io lo vedo piuttosto come una fatica buona, da muratore con i calli sulle mani. O forse no, meglio dire fatica da agricoltore: il quale sa bene che il frutto del suo raccolto è appeso ai dispetti di un anticiclone o di una grandinata ed è disposto a correre il rischio e ricominciare daccapo se le cose si mettono male.

Capite bene, quindi, che a vedere le cose in questo modo diventa difficile dire: faccio il mio e me ne torno a casa il prima possibile, e meglio se nel mentre nessuno sa dove mi nascondo così evito le seccature. È da qui che nasce quel famoso senso di appartenenza: perché le mura del mio ospedale io non ho contribuito fisicamente a tirarle su ma di certo negli ultimi dieci anni ho lavorato quotidianamente per rinforzarle. L’ospedale in cui lavoro non è solo il luogo in cui mi guadagno da vivere: è molto di più, è una ragnatela di rapporti costruiti giorno dopo giorno; è facce, persone, situazioni che ho contribuito a creare in prima persona. Così, anche quando non sono d’accordo con la politica della mia Direzione il mio atteggiamento non cambia: io lavoro nel mio ospedale e sono una rotella dell’ingranaggio, ma quello che conta è che il sistema nel suo complesso continui a funzionare.

Però è anche vero che le rotelle non sono tutte uguali: qualcuna è bene oliata, qualcun’altra parecchio arrugginita. A volte mi incazzo solennemente per la tendenza, che credo comune a tutte le Amministrazioni, di confondere la Qualità del lavoro con la quantità di tempo che uno passa in ospedale. Mentre invece la Qualità è altro: è per esempio un reparto che funziona come un orologio svizzero anche se il capo sta via due mesi, o che riesce a produrre professionisti in grado di portar fuori dalle mura dell’ospedale le proprie  capacità lavorative. Qualità è mole di lavoro unita alla buona fattura del lavoro prodotto: che nel nostro caso vuol dire avere il coraggio di firmare un referto conclusivo e non la fuffa di cui sono pieni i referti radiologici che girano per il mondo sanitario italiano. Questa è Qualità, si tratta di valori misurabili e oggettivi: il resto, ripeto, è fuffa spesso sostenuta da un cattivo carattere di circostanza, in un paese nel quale (non mi stancherò mai di ripeterlo) spesso la stima è costruita su questioni di forma e non di sostanza.

Perchè lo dico? Perchè è anche da qui che parte il mio attaccamento alla maglia. Il mio ospedale, in un modo o nell’altro, consapevolmente o meno, mi ha concesso di lavorare in un ambiente di qualità molto elevata. Gli devo molte delle soddisfazioni professionali che mi sono tolto; gli devo gratitudine per aver riconosciuto in modo ufficiale i meriti che posso aver accumulato in questi anni.

Quindi io non so esattamente se in questo caso è nato prima l’uovo o la gallina, ossia se sono stato io per primo a rimboccarmi le maniche o l’ospedale per primo a fornirmi gli attrezzi del mestiere. So per certo una sola cosa: che bisogna credere in ciò che si sta facendo e non pensare di risparmiarsi durante il lavoro di costruzione. Le persone passano: direttori, primari, colleghi, collaboratori. I luoghi rimangono, invece, e con loro l’eredità di generazioni di costruttori che ci hanno preceduti. È a loro che bisogna portare rispetto: con la speranza che lo stesso rispetto, un giorno, possa essere portato anche a noi.

7 Responses to “I perché del senso di appartenenza”

  1. guardaitreni ha detto:

    Se traspongo la tua riflessione nel mio campo e nella mia esperienza, riconosco praticamente tutto. C’è però una cosa da dire, secondo me: la variabile “leadership” riesce a fare la differenza. Per anni ho lavorato con dirigenti in grado di capire quello che capisce il tuo primario, e cioè che nel rapporto di lavoro può esserci anche uno scambio veemente di idee, ma quando c’è rettitudine (e qui un leader deve avere la capacità di intuirlo) non si deve temere nessuna insubordinazione. Da tre anni mi trovo a lavorare con un dirigente che ha molti aspetti positivi, ma anche la paura di vedersi sfuggire di mano le situazioni, pertanto… obbedire e tacere. La sua è una leadership che valorizza le poche persone disposte a prolungare oltre ogni misura le permanenze sul lavoro. Risultato: molti di noi, non partecipando a nessun processo, quindi non potendo riconoscere come proprio nessun sassolino, tengono ben strette in mano le chiavi di casa propria. Senso di appartenenza al luogo di lavoro? Per il momento l’ho dimenticato. Scusa la lunghezza del commento, ma è un tema sul quale rifletto spesso, anche per recuperare o mantenere viva la passione per il mio lavoro.

  2. thepellons ha detto:

    Mi trovo molto in quel che dici. Lavoro in un piccolo ospedale ma quel che facciamo è assolutamente peculiare e raro, forse per questo provo un senso di appartenenza cosí forte e non vado a lavorare per esempio in strutture private dove lavorerei con orario da posta guadagnando il doppio. Certo ci sono cose che non amo e cose che detesto, certo c’è stanchezza, a volte amarezza. Poi c’è quella giornata in cui fai una cosa bene e hai la più grande soddisfazione che si possa avere.

  3. Gaddo ha detto:

    @ guardaitreni

    Infatti hai ragione. Se scorri all’indietro di qualche mese i miei post, ne scoprirai diversi sul tema del capo, che tradotto in medichese vuol dire “primario”. Se poi volessi farti male, ma male davvero, e non te lo consiglio perché è estate e probabilmente ti stai riposando a casetta, potresti sfogliare la mia Guida e trovare riassunte tutte le riflessioni sul tema. E comunque, in due parole, un sistema costruito a piramide funziona solo se il vertice è illuminato. Sebbene ci siano tempi confusi, come questi, in cui qualunque regola è stravolta e persino i capi illuminati fanno fatica a venir fuori dal ginepraio in cui i nostri burocrati/politici ci hanno infilato.

  4. Gaddo ha detto:

    @ pellons

    Sono felice del tuo entusiasmo. Bisogna conservarlo come una cosa preziosa, nutrirlo, eccetera. E convincere i nostri capi a fare altrettanto, sempre che ne siano in grado.

  5. guardaitreni ha detto:

    Lo farò con piacere. Proprio perché sono in vacanza e ho la calma che voglio.

  6. matteo ha detto:

    Caro Gaddo,
    sono contento del tuo entusiasmo e della sua dedizione al lavoro ma purtroppo io mi riconosco maggiormente nel collega nel Nord-Ovest italiano.
    Posto che il mestiere di radiologo è veramente bello e io sono contento di farlo indipendentemente dal luogo in cui lo faccio, tuttavia mi pare che l’ambiente ospedaliero in cui lavoriamo non è sempre così armonioso ed entusiasmante e ricco di relazioni interpersonali stimolanti come quelle che descrivi e purtroppo può capitare che gli ingranaggi arrugginiti di cui tu parli possano essere situati ai vertici e rovinare tutto ciò che di buono potrebbe essere, fino a ridurre in modo considerevole l’entusiasmo sul lavoro.
    Mi fa piacere che tu abbia sottolineato l’attenzione maniacale agli orari di lavoro, perché dimostrano la completa miopia dei nostri amministratori, che non hanno ancora capito che il nostro mestiere non può essere scandito da un tempo predefinito :ogni caso clinico è diverso dal precedente, così come un chirurgo non può prevedere la durata di un intervento e un radiologo non può prevedere la complessità del caso che lo porterà alla diagnosi finale.

    Mi soffermerei su tre punti che sono emersi dal tuo discorso.

    1) qualità: hai espresso bene il concetto di qualità in radiologia che si concretizza con un reparto che gira ” come un orologio svizzero”, con referti conclusivi, radiologi che crescono professionalmente nel tempo al punto da diffondere la loro cultura anche al di fuori le mura dell’ospedale. Beh non credere che per tutti sia così. Dalle mie parti ciò che conta unicamente è fare numeri, numeri, numeri, esami, esami, esami per il raggiungimento di obiettivi che diventano sempre più onerosi, con primari che costringono ad effettuare sempre più esami per raggiungere questi maledetti obiettivi, in modo da poter ottenere i relativi benefici economici.
    In poche parole l’esatto contrario della qualità.

    2) primario: il tuo primario ti ha scelto e ti ha permesso di crescere professionalmente, magari in un settore specifico, ha riconosciuto in te un valido e affidabile collaboratore su cui poter contare, ma lui stesso è stato un valido confronto e un aiuto importante nei casi difficili perchè conosce il mestiere e ha padronanza delle varie metodiche.
    Sei stato fortunato: ci sono primari del tutto incapaci e inadatti al ruolo.
    Mi sono già espresso in merito sulle pagine di questo blog ma io ti ribadisco che ci sono primari che non sanno nulla di risonanza magnetica, nulla di ecografia, nulla di tomografia computerizzata multistrato, nulla di radiologia interventistica. Ovviamente non fanno turni in pronto soccorso quindi non hanno più nemmeno l’idea di cosa succede in una radiologia di pronto soccorso, il mio primario credo non sappia più nemmeno la strada per raggiungere la radiologia di pronto soccorso…
    Se almeno fossero in grado di organizzare bene reparto, magari piazzando dei professionisti preparati per ogni singola metodica o delegando le varie funzioni, li capirei di più.
    (scusate lo sfogo)

    3) merito: hai detto che lavori in un ambiente di qualità molto elevata, con soddisfazioni professionali e qualcuno ha riconosciuto in modo ufficiale i tuoi meriti. Credo che ti riferissi al tuo incarico, primo gradino per una carriera ospedaliera oltre al sostegno per la tua attività didattica ormai nota a tutti e credo giustamente premiata dall’attenzione sul territorio Nazionale.
    Ebbene, sappi che non tutti hanno la fortuna di vedersi riconoscere la propria professionalità o il sostegno per le proprie inclinazioni scientifiche.
    Molto spesso i medici si trovano costretti a mettersi in proprio o addirittura a cambiare ambiente per ottenere il giusto e sacrosanto riconoscimento delle proprie capacità e della propria crescita culturale.

    In conclusione, caro Gaddo, tutti ammiriamo il tuo senso di appartenenza ma non tutti si tovano in un ambiente lavorativo come il tuo e forse non possono permettersi neppure di cambiarlo (o di cambiare aria).
    Quindi io mi riconoscono maggiormente nel tuo collega del Nord-Ovest.

  7. Gaddo ha detto:

    @ Matteo

    Forse non te ne sei accorto, ma il tuo non è solo un commento al mio post: è a sua volta un post. Che mi obbliga, si fa per dire, a riflessioni supplementari che pure in larga misura ho già fatto in passato. Secondo il tuo punto di vista le rotelle arrugginite sono al vertice (primari, direzione), il che entro certi limiti è anche vero: maggiore è il potere e maggiore è la responsabilità che ne consegue, come diceva lo zio di Peter Parker (mi sarebbe piaciuto usare questo argomento il giorno in cui Bettino Craxi, in parlamento, si erse in tutta la sua grandezza di statista dicendo: chi non ha mai preso soldi si alzi in piedi e lo dichiari. Ma questo è un altro discorso).
    Insomma, lo sai anche tu quante parole poco gentili ho indirizzato all’ambito delle figure primariali, e guarda che anche il Veneto è pieno di primari che sono rimasti alla radiologia di fine novecento e neanche di quella capiscono molto. Il problema però va molto oltre, riguarda un atteggiamento diffuso per il quale, come sappiamo bene, il merito non va di pari passo con il suo riconoscimento ed è per questo che i primari sono costretti a perseguire la quantità: perchè nemmeno sanno cosa sia la qualità e non possono mettere nulla altro sul piatto della bilancia degli amministratori che quello. Io vivo una situazione anomala: ho un primario che nel suo campo è un’autorità, ma è anche un radiologo molto appassionato del suo lavoro e con in testa un metodo scientifico che gli hanno insegnato da specializzando. Il che vuol dire possibilità di confronto sempre e richieste pressanti da parte sua anche sulla qualità del lavoro: e scusate se è poco. Poi può essere vero che in certi periodo i suoi impegni extralavorativi lo portano via: ma intanto il reparto va come un treno su rotaie. È qualità anche questa, e dipende non solo da lui ma anche dal materiale umano che compone la sua equipe.
    E con questa riflessione torniamo a noi, piccoli soldatini di trincea. Io non credo che noi si possa solo lavorare e far numero. Ognuno di noi ha il potenziale di cambiare qualcosa: nel modo di scrivere un referto, di porsi nei confronti di un collega ospedaliero, di creare un’armonia di reparto, di avere a che fare con i pazienti. Sono piccole cose, ne convengo, ma a volte creano una corrente energetica che trascina anche gli altri colleghi e migliora la performance dell’intero sistema. Bisogna crederci, però, non essere convinti che ogni sforzo sia inutile. È vero che non tutti hanno lo stesso carisma personale, ma il carisma è come un muscolo e come la radiologia: ci si può esercitare e diventare migliori.

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