I poeti sono un’invenzione come la razza

Voi avete mai pianto per la morte di un personaggio famoso? E se si, quale? E perché? Cosa vi ha spinto a provare così tanto dolore  per un uomo o una donna che nemmeno conoscevate personalmente, ma solo attraverso le pagine di un libro o lo schermo televisivo?

Vi dirò quali sono i miei tre: uno del sud, uno del nord e uno del centro Italia. Rispettivamente, in un certo senso, un fratello, un padre e un nonno.

Ho pianto quando morì, nel 1994, Massimo Troisi. Decise di andarsene, in una specie di suicidio cinematografico annunciato perché le riprese de “Il Postino” erano state talmente faticose che il suo cuore malato non resse alla fatica, un paio di settimane prima della mia laurea. Piansi perché Massimo, per i campani della mia età, era stato una specie di fratello maggiore: aveva portato alla ribalta i disagi di una intera generazione, e al tempo stesso una voglia di riscatto che da allora mi è penetrata nelle vene senza più abbandonarmi. Le scene di “Ricomincio da tre” in cui al protagonista, Gaetano, viene chiesto più e più volte se è un emigrante, mentre lui cerca maldestramente di spiegare che un meridionale può essere in viaggio anche per altri motivi, testimoniano al tempo stesso la vergogna e la voglia di cambiamento di noi campani, schiacciati da una storia crudele e da troppo tempo incapaci di immaginarne una alternativa. Massimo mi piaceva perché sapeva far ridere le persone senza mai cadere nel banale o nello sguaiato: immaginate quanto potessi ammirarlo, io che all’epoca avevo il terrore di raccontare anche solo una banale una barzelletta.

Poi ho pianto quando morì, nel 2003, Giorgio Gaber. Gaber per me è stato come un padre: da quando il mio amico Carlo mi fece conoscere gli album dei suoi spettacoli dal vivo, per anni interi non feci che ascoltarli: sapevo a memoria tutte le parole delle canzoni, ogni singolo passaggio degli sketch. Se oggi, nel bene o nel male, ho un qualche tipo di struttura morale alla base del mio sistema di pensiero, è a lui che lo devo. Ricordo l’ultima volta che lo vidi dal vivo, al teatro Toniolo di Mestre, nel 1999. Era invecchiato, così magro che la giacca gli stava larga come su uno spaventapasseri. Portava avanti lo spettacolo senza grande voglia, si vedeva da lontano, forse costretto da bisogni economici: quando si chiuse il sipario mi venne voglia di andare ad abbracciarlo forte come avrei fatto, appunto, con un vecchio padre. Mi si spezzava il cuore ad aver capito che da lì a poco se ne sarebbe andato, proprio lui che sulla terza di copertina di “Anche per oggi non si vola”, a 35 anni, con la camicia aperta sul petto e lo sguardo ispirato, mi sembrava bello come un dio, e si che bello Gaber proprio non era. Dal palco illuminato, giovane e in piena salute, emanava tutta quell’energia che a me sarebbe piaciuto possedere almeno una volta nella vita: il respiro rotto dalla rabbia, mentre cantava “Io se fossi Dio”, è la prova di un coraggio indomito che gli invidierò finché campo, e che probabilmente non sarò mai in grado di eguagliare.

In ultimo, piansi quando nel 2007 se ne andò Enzo Biagi. Non so bene come definirlo: aveva la faccia e il portamento di un maestro di scuola elementare o di un impiegato del catasto, e invece era stato uno dei più onesti e capaci giornalisti della nostra storia. A guardarlo te lo saresti immaginato in un bar di Lizzano a giocare a briscola con i coetanei, come tuo nonno, bestemmiando in bolognese e bevendo lambrusco, e invece aveva girato il mondo in lungo e in largo e i personaggi della Storia li aveva conosciuti tutti, uno per uno, individuandone le fragilità con un cinismo dolente che secondo me scaturiva non dalla presunzione ma dal disincanto di chi nella vita ne ha viste troppe, e ha capito che in questa vita non esiste alcuna possibilità di redenzione. Mentirei se omettessi che il ritmo della mia scrittura è stata largamente ispirato dalla sua: ma lui era capace di pennellate incredibilmente rapide, in due frasi riusciva a ricreare una situazione, un carattere, come io non saprò mai fare nemmeno se dovessi campare cent’anni. Ai tempi della lista di proscrizione del Berlusca fu tristissimo vederlo messo da parte, intuirlo sofferente e frustrato per l’impossibilità di esprimersi negli spazi e nei tempi che erano sempre stati suoi. Ma anche in quella situazione disperata fu capace di insegnare qualcosa: la drittezza morale, l’incapacità di scendere a compromessi, l’onestà intellettuale che mancava, e purtroppo ancora manca, alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi.


La canzone della clip è “Le gattine”, di Massaroni Pianoforti, che apre l’album “Rolling Pop” (2019). Ragazzi, è un album fantastico: lo dovete ascoltare tutto, c’è dentro qualcosa di Battisti, al solito, ma anche di Fossati, e comunque, e soprattutto, di Massaroni.

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