Il 12 settembre

L’11 settembre di dieci anni fa, quando tutto accadde, ero al lavoro: una mattina tranquilla, laboriosa, e come tutte le giornate laboriose anche assolutamente anonima. All’improvviso, camminando lungo il corridoio, notai un assembramento anomalo nello studio del capotecnico, che all’epoca ospitava un piccolo televisore portatile. Il tempo di affacciarmi e il dramma mi apparve in tutta la sua enormità: il secondo aereo di linea si era già schiantato, le torri fumavano come fiammiferi accesi, le persone precipitavano dai piani alti invasi dal fuoco; e il cielo era pieno di fogli di carta che svolazzavano fuori dalle finestre degli uffici. Sembravano tante farfalle allegre, quei fogli bianchi al vento. E io pensai, piuttosto irrazionalmente, a quanto duro  lavoro andasse perduto in quel preciso istante: la mia mente si rifiutava ancora di registrare l’informazione essenziale, ossia che dei pazzi furiosi avevano dirottato due aerei di linea e li avevano scagliati contro le Twin Towers ammazzando tutti, passeggeri e abitanti delle torri.

Quel giorno, tornando a casa, ero molto incazzato. Ce l’avevo con tutto il Medio Oriente: ciò che era appena accaduto mi sembrava davvero troppo enorme per poter essere tollerato senza reagire. Ricordo che prima di andare a dormire scrissi anche una lunga e-mail sull’argomento al webmaster di questo blog: da lì nacque, forse, la nostra incredibile amicizia; ma questa è un’altra storia, e la racconterò un’altra volta.

La mattina del 12 settembre però mi svegliai di umore diverso.

Per una certa storiografia americana l’omicidio di Kennedy rappresenta il momento in cui gli Stati Uniti persero idealmente la loro verginità (personalmente, credo che l’avessero perduta già da molto tempo: ma questa è una mia opinione personale). La mattina del 12 settembre 2001, ecco, mi svegliai e mi accorsi che anche io in un certo senso avevo perso la verginità. Perché troppe cose non mi tornavano: per esempio, avevo casualmente seguito pochi giorni prima l’intervista televisiva a uno dei progettisti delle Twin Towers, che paragonava la struttura delle torri a quella di una zanzariera metallica da finestra. Se io pianto una matita in una zanzariera, diceva più o meno l’ingegnere, faccio un buco nella struttura, ma la zanzariera non viene divelta. In sostanza, affermava, le torri erano state progettate per resistere all’urto non di uno, ma di svariati aerei di linea. Da allora mi sono documentato, ho cercato interpretazioni alternative e spesso non convenzionali del dramma: come faccio sempre, d’altronde, per qualunque dogma di fede mi venga proposto o imposto.

Dieci anni dopo mi ritrovo a lavorare in un altro ospedale, con altri ruoli professionali; ho due figli e quando gioco a tennis mi fa male il ginocchio destro: tutte cose che dieci anni fa nemmeno immaginavo. E, lo dico in tutta franchezza, può anche darsi che le teorie dei complottisti sull’11 settembre siano boiate non comprovabili: personalmente, però, mi terrorizza molto di più il pensiero che, se un giorno si dovesse scoprire che le loro illazioni sono comprovate dai fatti, comprovate fino in fondo, dico, io mi sentirei addolorato come dieci anni fa ma di certo non stupito.

E quando più nulla può stupirti, beh, allora più nulla può infonderti fiducia: che è poi il dramma del mio 12 settembre. Di dieci anni dopo.

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