Il cappello in testa

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Corridoio dell’ospedale, tarda mattinata. Un uomo e una donna di una certa età lo percorrono in direzione di qualche reparto: lei davanti, con incedere nervoso; lui dietro, più indolente.

A metà corridoio lei si gira verso di lui e gli dice, a voce bassa ma imperiosa: Levati quel cappello da testa, no?

Lui non fa una piega, nemmeno sbuffa per il fastidio. Lo toglie e se lo infila nella tasca del giubbotto.

In quel momento a me è venuta subito in mente quella follia priva di senso pratico che è stato il mio anno di militare: del quale, tuttavia, a distanza di molti anni conservo qualche buon insegnamento. Uno di questi, per esempio, è che in luoghi coperti il soldato non può indossare il cappello. Non so quale sia il razionale di questa regola, so solo che è un principio di buona educazione: una donna può indossare una parabola satellitare anche in chiesa, per dire, ma l’uomo no. Figuriamoci un militare, poi.

E allora questo è il punto: in un momento storico in cui non esistono più regole, e anche i rudimenti della normale cortesia sono finiti nel dimenticatoio, avrei voluto fermarmi e dire all’anziana signora: Grazie per la sua buona educazione.

Poi però ho pensato a quello che si vede in giro, i jeans sotto al sedere con tanto di mutande in vista, i tatuaggi globali, i piercing ovunque, carne esposta senza pudore, parolacce nei treni alla presenza di bambini, e mi è sembrato di intuire che il cappello in testa in un corridoio ospedaliero non rappresenti proprio il massimo né della trasgressione né della maleducazione. Forse è solo che sto invecchiando.

Ma d’altronde io sono uno che quando vede in strada un militare senza cappello gli vien voglia di mollargli uno schiaffone sulla nuca e affibbiargli quindici giorni di punizione: perciò siate buoni con me e non vogliatemene, giuro che diventando vecchio cercherò di migliorare. O quantomeno di non peggiorare.

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