Il caso Welby

welby

Due internauti mi hanno chiesto via mail cosa ne penso del caso Welby: non ho capito bene si riferivano a cosa ne penso da medico o da privato cittadino.
Da privato cittadino sono convinto che il diritto a una morte dignitosa sia legittimo quanto quello a una vita dignitosa. Credo che esistano situazioni-limite in cui la rinuncia all’accanimento terapeutico diventi sacrosanta: qui non si tratta di ammazzare una persona che con un’adeguata terapia avrebbe qualche speranza di sopravvivenza, ma di staccare una spina a un uomo che senza di essa non vivrebbe nemmeno cinque minuti (e che anche con la spina attaccata potrebbe avere qualcosa da ridire circa il termine “vita” che conduce).
Da medico invece devo essere più cauto, accertare la possibilità che chi implora una risoluzione così drastica sia nel pieno possesso delle sue capacità psichiche: insomma, bisognerebbe prendere visione della documentazione clinica perchè un conto è quello che ti raccontano politicanti e giornalisti, un conto la verità sulla salute di una persona.
Da medico, inoltre, sono doppiamente sconfortato: il privato cittadino può interrogarsi sul perchè di realtà cliniche così terribili e magari trovare una giustificazione all’orrore, se possiede il conforto della fede in realtà soprannaturali. Il medico vive nella zona d’ombra che appartiene a tutta quella sfilza di malattie terribili di cui non conosce l’origine e la cura: e al senso di incredulità per quello che accade si somma anche un senso di impotenza che non finisce più.

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