Il grido pieno di foja di chi ci crede ancora

Venerdì scorso è stata una giornata lunghissima: lezione agli studenti del 5° anno di medicina (tutti bellissimi, con quegli occhi pieni di luce quando abbiamo parlato del loro futuro, del lavoro che avrebbero fatto da grandi); una deviazione nel mio vecchio reparto, a presenziare la festicciola di commiato di un collega che sta per cambiare posto di lavoro; poi di corsa all’ospedale del fiume, per una riunione con i miei attuali colleghi a cui abbiamo attaccato un bel ragionamento clinico, e che si è prolungata fino a ore invereconde per essere un venerdì pomeriggio di bel sole. E la sera mi è venuta persino la foja (vedi notula finale) di uscire a cena: come diceva una vecchia amica sicula, mi sa che in certi periodi dell’anno ho davvero una produzione endogena di oppiacei.

Ma è del mio collega che voglio parlarvi: uno di quelli che, in tutti gli anni in cui abbiamo lavorato insieme, è arrivato ogni mattina in reparto con il sorriso sulle labbra. Uno di quelli che, se avevi bisogno di aiuto, non si è mai tirato indietro. Uno che potevi chiamare al telefono alle otto meno cinque di sera, senza preavviso, e correva senza storie a fare la notte di guardia del collega che si era sentito poco bene all’ultimo secondo.

Persone del genere, in un qualunque posto di lavoro, fanno la differenza. Pensare che facciano il salto dal pubblico al privato mi inquieta: un salto enorme, in un certo senso ideologico, e chissà quanto sofferto. Il mio collega non è il primo a saltare il fosso, in questi ultimi mesi: è già accaduto, nella mia più totale incredulità, che radiologi di grande valore (anche umano) cedessero di schianto e scegliessero strade alternative. Per una bestia ospedaliera, quale io sono, è quasi incomprensibile. Ma poi guardo la cosa da un altro punto di vista, e mi sembra di comprenderne i motivi più reconditi.

Siamo tutti stanchi, noi sanitari, chi più chi meno, di come stanno andando le cose. E’ una sensazione di esaurimento progressivo, un malessere che ti corrode da dentro e contro il quale non puoi lottare. E’ la sensazione che i tuoi sforzi, come medico, siano vanificati da una mala gestione complessiva di una delle sanità migliori del mondo: che un pezzo alla volta ti sottrae ambizioni, guadagni e soddisfazioni professionali. E ho anche tanta paura: paura che quando questo malessere esploderà in tutto il suo fragore sia troppo tardi per tornare indietro, e la nostra buona sanità pubblica irrimediabilmente finita nelle mani di privati a cui non starà a cuore la qualità del lavoro.

Ma questo è un altro discorso. Prima di tornare al mio ospedale del fiume ho abbracciato il mio collega (a fatica, perché è una montagna d’uomo) e gli ho augurato di cuore le migliori fortune. In macchina, sotto il sole, sorridevo e fischiettavo: ma io, lo sapete, sono un inguaribile ottimista e non faccio testo.


La canzone della clip è Gioia, di Tommaso Primo, tratto dall’album Posillipo Interno 3 (2014). E’ cantata in napoletano e il verso che ho scelto per il titolo contiene una parola che non è traducibile: foja. Foja si potrebbe tradurre in italiano con “impeto”, ma sarebbe una resa inefficace del termine. Foja è un sentimento bruciante, non sempre positivo, che squassa il petto e talora impedisce persino di star fermi e di ragionare; ma che al tempo, se bene indirizzato, è un motore inesauribile che ti conduce alla meta. La meta finale che auguro di cuore al mio collega, e che auguro a tutti quelli che vivono la vita con la giusta foja.

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