Il paese della disperanza

Una coppia davvero insolita: marito e moglie, indiani o comunque di regioni limitrofe. Lui con il caratteristico turbante e un barbone nero da asceta; lei giovane, sotto i trent’anni, eppure già con lo sguardo da ultracentenaria rassegnata al peggio.

Il problema ce l’aveva lei: un dolore costante a entrambe le mammelle, senza alcun apparente motivo, da cui la richiesta di ecografia mammaria. Faccio accomodare la signora; un attimo prima di iniziare l’esame lui si avvicina e mi dice, a voce bassa: Fai un buon esame mi raccomando, il ticket mi è costato 40 euro e io sono senza lavoro.

Quanto basta perché un medico si adombri, ritengo: io però non mi sono adombrato. Ho capito benissimo ciò che il marito indiano voleva dirmi, con quelle due frasi scandite in cattivo italiano: che quel ticket gli era costato un sacrificio immane, solo quello. Che quando sei senza lavoro anche un ticket di 40 miserabili euro può fare la differenza tra il mangiare e il non mangiare. E che proprio a causa dell’entità del sacrificio, probabilmente enorme per quella coppia straniera, bisognava che l’esame valesse la spesa. Ho capito, insomma, che quell’uomo non voleva mettere in discussione le mie competenze: solo chiedermi la massima attenzione, affinché i soldi del ticket non fossero stati soldi sprecati. E io sono stato zitto, ho annuito e ho condotto l’esame con la massima attenzione: ancora più del solito, se è possibile.

Alla fine, quando li ho congedati con una risposta per fortuna rassicurante, mi sono attardato un attimo alla scrivania. Pensando che è proprio triste quello che sta succedendo in questi ultimi anni in Italia: il paese che ha accolto nei decenni scorsi centinaia di migliaia, forse milioni di immigrati, e ha permesso loro di rifarsi una vita e di coltivare speranze per sè e per i propri figli, non esiste più. Sostituito da un luogo dove la speranza per il futuro, se non è già morta, è letteralmente agonizzante. C’è differenza, lo so, tra un ventenne figlio di buona famiglia che non sa se cominciare un corso di studi che forse non lo condurrà da nessuna parte e un ragazzo di colore che mentre sto mangiando un toast, in un bar nel centro, mi chiede se ne pago uno anche a lui perché ha perso il lavoro da due mesi; ma meno di quanto si potrebbe credere. Perché le due storie, apparentemente così diverse, hanno un denominatore comune: l’assenza di speranza per il futuro.

E allora ridatemela indietro, quella vecchia Italia delle barcarole strapiene di albanesi che sbarcavano sulle coste adriatiche in cerca della loro personale ammerica. Ridatemela indietro: perché, qualunque sia il vostro punto di vista sull’immigrazione degli stranieri, e so per certo che alcuni di voi hanno opinioni abbastanza drastiche sull’argomento, è meglio vivere in paese che agli stranieri regala una speranza che in uno in cui la speranza l’abbiamo persa anche noi che ci siamo nati.

6 Responses to “Il paese della disperanza”

  1. mollybloom82 ha detto:

    Che tristezza…vorrei tanto che tu non avessi ragione!
    Ma invece non posso che concordare, e biecamente sperare nella mia piccola bolla di felicità-ché sennò mica mi sarei imbarcata in quel che ho fatto!
    Btw, anch’ io ho posizioni drastiche sull’ immigrazione..al contrario 🙂

  2. sabino ha detto:

    penso che dovremmo aver un pò più di profondità storica e ricordare che POCHI anni fa (gli anni ’50 del secolo scorso sono pochi anni fa, vero?) succedeva questo (agli italiani)
    http://www.youtube.com/watch?v=3Z2jCtQMJJA&list=WL1A48BF2606EC6BC6&index=5&feature=plpp_video

    sta per risuccedere ?

  3. murialdog ha detto:

    Mi vergogno un poco a far pagare il ticket a un poveraccio e fare esami inutili agli esenti ticket pieni di soldi: è una delle tante vergogne italiche.
    Pensate che il nostro regolamento di libera professione intramoenia VIETA di eseguire esami gratis perchè sarebbe di danno (?) all’amministrazione che non può riscuotere il relativo pizzo.
    Fatti salvi gli esami eseguiti di straforo esentiticket, nemmeno inseriti nel RIS, per raccomandati vari, amici di e parenti di…
    Credo capiti dappertutto.

  4. Gaddo ha detto:

    @ molly

    Anche io condivido le tue posizioni drastiche sull’argomento. Peccato che a quanto pare il problema si sia risolvendo da solo, senza leggi speciali e spari sugli scafisti.

  5. Gaddo ha detto:

    @ sabino

    Lo abbiamo fatto e ancora oggi lo facciamo: non mi sembra che io e te, giusto per fare un esempio al di sopra di ogni sospetto, viviamo dove siamo nati. Il nostro guaio è che abbiamo la memoria corta: continuiamo a vedere la minaccia là dove invece si profila un arricchimento. Chiamatelo problema culturale, chiamateli come volete: fatto sta che saremo di nuovo noi, tra un pò, a chiedere asilo ad altri popoli.

  6. Gaddo ha detto:

    @ Johhny

    Capiti, certo che si. Mi ricordo che una volta, a “Porta a porta”, il gran sacerdote Vespa si stracciò le vesti di fronte agli innumeri episodi di malasanità italiani. Io avrei voluto sapere dove va lui, quando ha un problema: forse chiama il professorone suo amico e in cinque minuti ha già l’appuntamento? Insomma, in pieno stile italico, delle cose parla chi non ne ha un’idea; e degli ospedali pubblici, chi non c’è mai entrato.

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