Il peggior paziente del mondo

Questa è la storia, breve e intensa, di un paziente stronzo. Uno di quelli che nessun medico vorrebbe mai curare. Uno che non vorresti nemmeno come vicino di casa, perché sicuramente trasformerebbe le riunioni di condominio in storie dell’orrore alla Stephen King.

Il peggior paziente del mondo viene operato a un polmone: dopo aver fatto smadonnare un intero reparto di chirurghi e pneumologi, dai quali pretendeva tutto e subito. Come talora capita, l’intervento è impeccabile ma il decorso post-operatorio no: e nel suo torace si forma un empiema pleurico, ossia una specie di sacca purulenta che lo riduce in condizioni pietose.

Dopo vari tentativi terapeutici, liti con le infermiere, minacce di ritorsioni medico-legali e tutto quanto di sgradevole un paziente può rivolgere alla struttura ospedaliera che lo ospita, il chirurgo mi chiama e mi chiede di mettere un drenaggio in quell’empiema pleurico. Non prima di avermi avvisato: E’ un paziente difficile, stai molto attento.

Io, che sono un ottimista, lo accolgo con un sorriso in tac. Mi siedo accanto a lui e gli spiego cosa dovremo fare. Lui non è messo bene: febbre alta, colorito cereo, non sta nemmeno in piedi. Dopo avermi ascoltato replica che per nessun motivo al mondo si farà mettere le mani addosso da me. Ci sono altri modi di aspirare l’empiema, mi dice. La sua manovra è pericolosa, e io non voglio morire in questo modo.

Pazienza, gli dico. Se cambia idea mi trova qua.

E la mattina dopo, forse perché le sue condizioni sono ancora peggiorate e si teme il peggio, il paziente cambia idea. Torna in tac, io mi risiedo accanto a lui e gli rispiego cosa faremo. Punto per punto. E gli dico anche quello che dico a tutti i pazienti che arrivano in tac per procedure interventistiche: E’ qualcosa che dobbiamo fare insieme, lei e io. E ho bisogno del suo aiuto, non si metta in testa che io faccia tutto da solo.

E il paziente stronzo, miracolo, mi aiuta. Stringe i denti quando uso i dilatatori, il 7, poi l’8, il 9, il 10; fino al 14 che, credetemi, non è proprio sottile come uno stuzzicadenti. Stringe i denti quando infilo il drenaggio, stringe i denti quando comincio ad aspirare la schifezza che ristagna dentro l’empiema. Durante tutta la procedura gli comunico un istante prima quello che sto per fare: e lui mi appoggia, detta i tempi, mi chiede di continuare o di aspettare.

Alla fine la procedura dura quasi un’ora: che è davvero tanto, per un drenaggio toracico. Quando è di nuovo sul letto gli stringo le mani, come sa bene Lungalanotte, gli dico che andrò a trovarlo in reparto e che al prossimo controllo tac starà dieci volte meglio di ora. Non sto mentendo, non lo dico per fargli coraggio. Ho infilato tanti drenaggi in toraci disastrati dall’infezione, ed è sempre successa la stessa cosa: il miracolo. Per inciso, non racconto mai balle ai pazienti. Perché se io fossi al posto loro mi incazzerei parecchio.

E lo rivedo, infatti, al controllo tac. Dopo due giorni e dopo altri quattro. La prima volta parliamo: sta già molto meglio, la febbre è scesa e lui si sente più tranquillo. La seconda volta mi avvisa il chirurgo perché io sono di guardia in pronto soccorso. Per favore, vai a seguire tu l’esame, mi chiede; e io vado. Non lo portano in tac con il letto ma con la seggetta a rotelle: capisco che abbiamo finalmente scollinato. Non ha più bisogno di essere spostato a braccia, ma quasi quasi dal lettino ci scende con le sue sole forze. E poi, quando ha messo giù i piedi, mi fa la domanda che nessuno avrebbe mai potuto prevedere.

Dottore, la posso abbracciare? mi chiede con un mezzo sorriso.

Io annuisco e ci abbracciamo, sotto lo sguardo un po’ imbarazzato di infermieri, tecnici e portantini.

Poi vado in bagno a raccogliere le idee. Mi guardo allo specchio e per un attimo, ma solo per un attimo, mi chiedo se tutto questo servirà a qualcosa. Poi dal pronto soccorso mi chiamano al cordless: sta arrivando un’altra urgenza.

Il bello di questo mestiere è che non c’è tempo per pensare. Solo per ricordare: ma dopo, molto dopo, nel silenzio del proprio letto o sotto lo scroscio della doccia serale.

14 Responses to “Il peggior paziente del mondo”

  1. lungalanotte ha detto:

    Gentile Gaddo,

    Ti leggo sempre con piacere e curiosità, e le tue parole suonano come un integratore virtuale, che alimenta in me (paziente) la fiducia nella categoria, e in me (cittadina) l’orgoglio per l’operato del comparto.

    Sono raggiante dal racconto di questo episodio, e felice. Non tanto per te, che di umanità ne hai da vendere (ma ciò non vuol certo dire che tu non ne abbia bisogno), quanto per quello str***o paziente che ha imparato sulla sua pelle una bellissima lezione di condivisione e di umiltà.

    Il momento del bisogno ci costringe ad abbandonarci nelle mani altrui, ed a chinare il capo in un gesto di fiducia che è un ancor più intimo affidarsi, e che implica la capacità di riconoscere l’altro da noi come complice ed amico.
    Molte persone mancano di fiducia nel prossimo, e lo dimostrano senza remore anche a spese di chi cerca di aiutarli.

    In questo caso, nella procedura che descrivi si è compiuto quello che neanche anni di riflessione o un’intera vita avrebbero potuto agire sul signore in questione.
    Sono sicura che lui ne sarà uscito guarito, ma non solo del suo peraltro serio empiema, quanto purificato in quell’atto della cattiveria e della malafede che covava chissà da quanto e da dove.

    In questo senso, un atto medico non è mai soltanto una sequenza di azioni empiriche volte spesso a salvare la vita, ma un gesto ben più ampio che mette in contatto due esseri umani con il loro bagaglio di vita, spesso messi a nudo davanti alle loro più intime paure.

    Con l’augurio che ognuno di noi possa incontrare sul suo cammino dei momenti così magici, ti ringrazio di aver descritto questa piccola, grande epifania che tanto racconta nella sua chiarezza del famoso e certamente molto dibattuto rapporto medico-paziente, ma anche più semplicemente della fiducia tra esseri umani che è alla base del rispetto e della dignità di una società.

  2. mollybloom82 ha detto:

    Gaddo…ma sei vero???? 😉

  3. Gaddo ha detto:

    @ lungalanotte

    C’è una precisazione che ci tengo a fare. In realtà il paziente del post è “stronzo” per modo di dire: si tratta solo di una provocazione, fa parte delle esigenze della narrazione. Un paziente è una persona che in quel momento ha bisogno di aiuto e conforto: che abbia un buon carattere o che ce l’abbia meno buono. E, per inciso, lo stesso potrebbe dirsi anche di qualunque medico. Il paziente del post alla fine mi ha abbracciato; magari un altro può aver pensato: guarda che razza di stronzo questo medico. Oppure, se ho sbagliato diagnosi: guarda che cane di radiologo.
    Insomma, tutto questo per dire che forse in questo caso non è il paziente ad aver imparato sulla sua pelle una bellissima lezione di condivisione e di umiltà. Forse sono io ad averla imparata da lui: e oggi, a un giorno dalla dimissione (è fatta!), sono andato in reparto a dirglielo.

    @ molly

    Sono solo una persona normale. Fidati. 😀

  4. mollybloom82 ha detto:

    Mah…selodicitu….dovròcrederti! 🙂

  5. lungalanotte ha detto:

    Gentile Gaddo,

    Felice di cogliere la velata differenza, e soprattutto il punto di vista interno del narratore.
    Povero paziente malcapitato, che si è pur beccato i miei **** di rinforzo e la mia lettura eroica (a suo discapito): sono stata inesorabilmente trascinata da entusiasmo e malcelata immedesimazione con il co-protagonista/paziente (con lecite distanze dall’imbufalimento del nostro). La mia lettura idealizzava un’epica ‘redenzione’ post-trattamento.
    Bello comunque il racconto, ancor più nel suo senso originario ed autentico, e lieto leggerne l’epilogo ex post.

    Mi piacerebbe lanciare un nuovo sassolino a questa finestra virtuale, sulla scia ‘diagnosi per esclusione’: che ne pensi, come medico e giovane uomo della ‘diagnosi-rifugio’? Sono pratiche parenti, figlie illegittime della stessa madre?
    Ho in mente non ben documentate, né pare ad oggi documentabili sindromi CFS e affini, sulle quali ho appena letto un poco aggraziato, quanto eloquente brano (l’autore, uno storico della medicina, le definisce in poche parole maschere sociali e mediatizzate delle conversioni somatiche dei nostri tempi, manifestazioni di confine già catalogate con termini ora in disuso, come la antica e romantica neurastenia o il più prossimo esaurimento nervoso).
    La questione è: che logica soggiace a queste ideazioni ed attribuzioni, e seppur nota la paternità (CFS e varie scuole), cosa ci dicono queste sindromi dal volto opaco e sfuggente di noi e di dove stiamo andando?
    Lungi da me con questo mancare di rispetto all’eventuale legittimità e serietà dei singoli casi, di cui se ben intendo non esiste però ancora letteratura, né screditare l’eventuale scintilla dietro la scoperta dell’affascinante fenomeno.
    Ma penso anche a quei GERD ‘atipici’, a quei poveri colon irritabili e a quei disturbi, perlopiù funzionali e non obiettivabili che prima o poi ci tocca vederci rifilare (non raramente da specialisti interpellati per faccende distanti dall’organo in questione, che si lanciano in meandri tanto suggestivi ai più). Pare che senza un colon arrabbiato o un esofago urente (e senza le miracolose cure prescritte in serie) non ci si voglia proprio lasciare.
    La mia domanda ha mai colto anche il lettore? Me lo auguro e vi saluto con allegria notturna, e con il solito fiume di curiosità.

  6. matteo ha detto:

    Cara lungalanotte,

    Innanzitutto complimenti per il tuo linguaggio forbito.

    Alcuni di questi termini (neurastenia – mastopatia fibrocistica – dolore intercostale – esaurimento nervoso ecc.) nascono dalla falsa esigenza di fornire un significato clinico a tutti i sintomi portati all’attenzione del Medico; in pratica il Medico si sente in dovere etichettare ogni quadro clinico anche inesistente pur di dimostrare che ha capito la situazione e pur di accontentare le esigenze del Paziente che in questo modo si sente per lo meno “inquadrato”…
    Anche se scientificamente possono non avere nessun significato, di fatto possono essere utili per indirizzare verso la diagnosi esatta sulla base di una non meglio precisata sintomatologia soprattutto quando si tratta di un problema psicologico con somatizzazioni di vario tipo che non ha una causa organica obiettivabile.
    In altri casi come ad esempio “colon irritabile” si tratta di diagnosi basate su determinati criteri e parametri derivati dall’ anamnesi, in questi casi però il criterio scientifico c’è visto che si tratta di un alterazione fisiopatologica e la cura anche.

    PS 1 Tieni presente che alcuni termini medici vanno di moda qualche anno poi dopo spariscono e lo stesso vale per alcune diagnosi.

    PS 2 La medicina è un’arte e non è una scienza esatta ( fino a prova contraria)

    PS 3 Raramente troverai un radiologo parlare di queste diagnosi aspecifiche generiche o di scarso significato clinico.

  7. Gaddo ha detto:

    Accidenti, quanta carne al fuoco: mi farete fare indigestione. Per cui cercherò di andare per gradi.
    Uno: il paziente. La prima lettura della nostra Lungalanotte non era sbagliata, ed era a rigor di logica la più ovvia da prendere in considerazione. Il problema è mio: ho ribaltato il punto di vista perchè, oltre a esserci abituato per indole e anche per mestiere, provo sempre imbarazzo quando vengo additato come quello che impartisce lezioni di vita al prossimo. Nonostante molte delle persone con cui condivido le cose della mia vita tendano a convincersi del contrario, sono molto più orientato verso le lezioni che, anche inconsapevolmente, mi giungono dall’esterno; anche da direzioni inattese. Il paziente stronzo è davvero stronzo, alla fine? Non lo so; io so solo che mio compito è prendermi cura anche dei pazienti stronzi, con la stessa pervicacia, la stessa ricerca del massimo impegno e del miglior risultato. La lezione per me, in questo caso, è stata l’abbraccio finale: simbolo di accettazione, di catarsi, gesto più di umiltà che di affetto. Forse. E faccio sincera fatica a dire: il merito è mio. Mentre è sicuramente vero il contrario: che ho ricevuto un insegnamento al quale bisognava contrapporre la più difficile delle parole. Ossia: grazie.

    L’altra questione è molto più complessa, e farò fatica a farla stare in due righe. Come ho detto tante volte, viviamo tempi in cui la malattia non è più un fatto “normale” della vita ma un dramma, una disfunzione, una a-normalità destrutturante e destabilizzante. A prescindere da come andrà a finire.
    Quando ero ragazzo e mi slogavo una caviglia guai a dirlo a casa. Adesso in PS arrivano bambini di sette anni a fare radiografie dell’intera colonna vertebrale: con che grave nocumento per la salute lo sappiamo noi radiologi. Nessuno più accetta di essere malato; e, se lo è davvero, nessuno accetta l’idea di non poter guarire.
    Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: richieste di esami radiologici ridicole, grottesche, prive di senso clinico, ma tutte urgenti. Liste di attesa che si allungano a dismisura perchè il servizio sanitario, già provato dalla malagestione politica degli ultimi anni, non riesce ad assorbire il flusso di esami richiesti. Per la paranoia generale del volgo a pagare sono i malati veri. E poi denunce: un altro campo in cui ci avviamo a eguagliare uno dei tanti record negativi degli stati uniti.
    Chi segue il blog sa quanta poca fiducia nutra in questo periodo storico e nell’umanità in generale: ma l’umanità è fatta di singoli, e ogni singolo merita sempre la massima considerazione. Ecco perchè avverso la diagnosi-rifugio, che come sottolineava Matteo trova poco ricetto tra i radiologi: perchè noi siamo abituati a guardare con gli occhi, a valutare il rapporto causa-effetto, e a scrivere quello che vediamo (si chiama referto). La diagnosi-rifugio è il segno dei tempi, la degenerazione del rapporto medico-paziente. E’ la paura di essere malati contrapposta alla paura ancora più grande che il medico sia superficiale, sbagli diagnosi, sottovaluti i nostri sintomi.
    E chiudo con un concetto abnorme, che tuttavia ripeto spesso anche sul blog: su questa terra oggi siamo in troppi. Bruciamo risorse, occupiamo spazio vitale. Siamo come i virus: che dopo aver invaso la cellula finiscono per distruggerla. Il nostro fine non dovrebbe essere quanto campiamo, ma come. La Qualità, e non la quantità dei nostri giorni. E’ la parabola dei talenti: bisogna averli, si, ma anche farli fruttare. Alltrimenti occupiamo solo spazio vitale e consumiamo risorse: come mucche al pascolo. Che per sentirsi vive hanno bisogno di sfiorare la morte: grazie anche alle diagnosi-rifugio.

  8. lungalanotte ha detto:

    Gentili Matteo e Gaddo,

    @ Matteo, complimento gradito, ma solo perché la maestra delle elementari, alla quale devo il mio entusiasmo per questioni lessicali ed annessi, mi sognava scrittrice (la cosa chiaramente non si è avverata, ma in qualche modo ci sono andata velatamente vicino, ma questa è un’altra storia).
    Quanto dici è confortante (nel sapere che la pratica di cui vi chiedo è malvista dalla categoria), e al tempo stesso un po’ penoso. Quelle diagnosi rifugio mi paiono solo un compiacimento al paziente, un terreno fertile per speculazioni spicciole e un detonatore di una schiera di malati immaginari, che come nota sempre Gaddo finiscono per infoltire le file del SSN e per aggirarsi con la loro sindrome, amaramente perlopiù senza cura (leggasi psicoterapia, pratica che peraltro converrebbe tanto al sano che si sente impropriamente malato, quanto al malato che aspira a sentirsi sano, se me lo concedete). Queste categorie di ‘disturbi’ godono di fortune effimere quanto esagerate e gettano fumo negli occhi in chi le riceve in risposta, seppure spesso vi aneli (il rifugio è tacitamente duplice per chi le concede, e per chi le accetta).
    Concordo nel considerare patologico il sintomo (o meglio il quadro) suffragato da evidenza strumentale e/o laboratoristica, e il resto è fantascienza; il paziente stesso non dovrebbe accettare etichette standardizzate, né sindromi in via di definizione, ma mettersi in mente che la sua salute, come la sua malattia sono personali quanto i sintomi, anche a rischio di sentirsi consigliare un consulto psicologico o di sentirsi dire che, finché Dio o chi per esso vorrà, il suo corpo è sano. Non vedo perché dovrebbero esistere delle diagnosi non suffragate, o patologie non riconosciute.
    Per questo sono convinta che per la gestione routinaria della salute sarebbe sufficiente una formazione base, e dico poco, composta da un solido medico, sempre lo stesso e magari uno che alzi anche la cornetta volentieri, un buon radiologo, idem come sopra e magari uno capace anche di dire no al momento giusto, e un dentista dalla visione illuminata se vogliamo concederci un terzo attore che con il suo peso non indifferente veglia anche lui sulla nostra salute globale. Non per piaggeria, ma lo penso davvero: lo pensavo prima di leggervi, e forse adesso mi sento solo legittimata a crederlo. Gli altri stanno in panchina e sono chiamati al bisogno (e dico al bisogno quello vero, e quindi non l’otorino per una faringite, l’ematologo per un linfonodo reattivo e via dicendo). Poi si finisce che gli specialisti vengon sollecitati per banalità, le famose file si ingolfano, e i sintomi seri si diluiscono. Il medico generico visita, fa un bell’esame obiettivo dalla testa ai piedi (magari includendo anche valutazioni base di tipo specialistico), compone il quadro e richiede gli esami di primo livello (che conosce); il pronto soccorso serve per le urgenze vere. Peccato che il medico di base sia un passacarte, che spesso non conosca nemmeno l’ABC della diagnostica, come il simpatico Gaddo ci ricorda nella sezione dedicata, né tantomeno la reale utilità di indicare il sospetto, e che alzi a fatica la cornetta; e che l’internista sia diventato solo uno dei troppi specialisti, visto che sono lontani i tempi in cui potevamo sperare nell’appoggio di un semplice quanto esperienziato cardiologo/pneumologo/gastroenterologo, cui delegare la gestione della nostra storia in fatto di salute.
    Il paziente dovrebbe smettere di improvvisarsi medico di base, tornare dalla sua a nutrire quella fiducia che limita le richieste, smussa l’insistenza e gli concede (impone) di delegare la gestione della sua salute. Non dovrebbe conoscere nemmeno certi termini e pratiche, cosa peraltro resa anche difficile dal fatto che come ben saprete, non solo testi scientifici, manuali e consulti medici, ma persino i protocolli di risonanza magnetica sono disponibili online, come forse già dicevo. Ma anche questa è un’altra storia.

    @ Gaddo, che la malattia rappresenti un’onta, è indubbio. Nonostante, o forse a colpa dei progressi scientifici, siamo nel Medio Evo della condizione umana, dove qualsiasi disfunzione è spesso vista, vissuta e agita come vergogna, se va bene, o come colpa o tabù (termine che pensavamo impropriamente di poter archiviare, ma che trovo quantomai calzante) nella peggiore delle ipotesi. Nulla hanno potuto l’emergenza spaventosa delle malattie croniche, se non creare il falso mito della cura ad ogni prezzo e della remissione garantita, o quasi (dove a volte la cura diventa una seconda malattia, ma guai a pensarlo o a dirlo). In una società dove tirare il carretto come muli fino all’ultima ora è l’imperativo assoluto, a discapito di ogni impedimento, non è possibile mollare la presa, né issare bandiera bianca nemmeno davanti alla malattia.
    Peccato che il concetto di Qualità sia solo appannaggio delle cure di fine vita, quelle dove (sulla carta) finalmente e per sua ingrata consolazione, il malato diventa persona, il medico uomo e l’assistenza si fa integrata ed olistica. Come dire, dove la quantità ha fallito, allora entrano in gioco amaramente la dignità del malato, l’ascolto, l’attenzione alla malattia. Tutti concetti di cui ogni patologia, perdipiù cronica si gioverebbe, e che dovrebbero fare parte integrante della medicina e non soltanto di quel momento in cui la sanità prende le distanze dal sogno infranto della guarigione, per affidare il malato-rifiuto, o quel che ne resta alle mani caritatevoli di chi, spesso, la malattia la sa guardare negli occhi e chiamare col suo nome più di altri operatori che la vedano ugualmente ogni giorno.
    Le tue parole sono belle, e il concetto che esprimono epocale: la quantità ha eroso la qualità in molti aspetti delle nostre vite. Dall’istruzione, all’alimentazione, dal divertimento, fino chiaramente agli oggetti di cui scegliamo di circondarci per sentirci vivi, la democratizzazione chiede un prezzo caro in cambio, ed è quello di apprezzare sempre meno il valore a discapito dell’accumulo, dell’accessibilità e della rapidità. Un po’ come il tuo mandarino, penso ai tempi in cui l’ananas era un frutto tropicale che si mangiava a Natale, il viaggio un lusso e il cappotto lo si ereditava dalla sorella maggiore. Non erano forse piccole e grandi soddisfazioni, forse sudate, ma la cui intensità restava impressa più a lungo del sapore della frutta del supermercato, dei week-end mordi e fuggi e dell’abbigliamento a buon mercato? Ma anche questo è un altro discorso, e certo sempre un po’ amaro.

    PS: le parole difficili, azzarderei, sono due, e sono grazie, e scusa; forse anche ti voglio bene, ma solo per alcuni. Ma sono forse solo quelle le poche formule magiche che rendono le nostre vite degne in un solo istante e ci mostrano l’illusione dell’eternità e al contempo il senso della nostra finitezza. Chi non sa pronunciarle, o chi le pronuncia troppo spesso, manca di coraggio o di rispetto a se stesso e agli altri. Almeno, così penso.

    Il nick-name purtroppo resta, l’ora è sempre tarda, ma in queste pagine un po’ mi illumino al riflesso dei pensieri che leggo con rinnovata curiosità.

  9. matteo ha detto:

    Carissima lungalanotte

    se non avessi il software iReadFast che mi consente di leggere 325 parole al minuto probabilmente ignorerei i tuo commenti.

    Condivido gran parte delle tue affermazioni: in particolare sull’utilità di inviare dallo psicoterapeuta i finti malati e gli ipocondriaci (che intasano un buon 20-25% delle liste di attesa per visite ed esami diagnostici).

    Per quanto riguarda i medici di famiglia, mi spiace per loro, ma io penso che siano solo delle figure che appartengono alla tradizione o al folclore del SSN.

    Per quanto riguarda invece il dire “no” al Paziente al momento giusto…beh non sai quant’è faticoso al giorno d’oggi dire no a un Paziente rompiballe che è convinto di avere qualche malattia, magari si è documentato su internet o ha già girato mille specialisti e arriva agguerrito in Pronto Soccorso per un sintomo banale; e chi ce lo fa fare a noi medici di prenderci questa responsabilità? per poi magari correre il rischio di sbagliare ed avere ritorsioni medico-legali per i sucessivi 10-20 anni ? Sai quanti Pazienti vanno in direzione sanitaria a protestare per i “codici bianchi” di PS o per sciocchezze simili e ottengono quello che vogliono indipendentemente dal fatto che abbiano un problema di salute oppure no? E no, mia cara. Io non voglio rischiare di perdere il lavoro per ste cagate…Molto meglio visitare il finto malato e fare l’ecografia inutile e accontentare il Paziente rompiballe pur di non vederselo contro di fronte al giudice. Spero di essere stato chiaro.

  10. Gaddo ha detto:

    Lungalanotte, ormai l’ho capito, si diverte come una matta a portare avanti il rimpiattino dei commenti: ogni volta nasconde nei suoi, quelli che Matteo legge con l’iReadFast, degli spunti di riflessione davvero pesanti. Mascherati dalla leggiadria con la quale comunica, ma comunque pesanti.
    Quando scrive: “…quelle diagnosi rifugio mi paiono solo un compiacimento al paziente, un terreno fertile per speculazioni spicciole e un detonatore di una schiera di malati immaginari” sfonda una porta aperta, che dico, un portone spalancato. Perché viviamo tempi difficili, come non mi stanco di ripetere, tempi in cui persino il Paziente non è più una persona da curare, se va bene, o da accompagnare con dignità alla dipartita, se va male, ma solo un cliente. Un consumatore. Un usufruttuario di beni di consumo. E’ parte del mercato, la parte fragile: e si sa, ne abbiamo le prove, l’unica cosa che al mondo conta davvero è il denaro, no?
    La schiera dei malati immaginari porta soldi, e molti: alle case farmaceutiche, alle strutture private. Meglio ancora se il malato è cronico: con soli 210 di colesterolo il “malato” acquisterà statine fino a che campa. E (per il solito gusto del paradosso) che ne sappiamo, anche noi comuni mortali medici, che non sia stata già scoperta la cura per qualche genere di cancro, e che non sia resa pubblica semplicemente perché quella attuale rende di più a chi vende i farmaci? D’altro canto assistiamo già ogni giorno a come la più importante cura del cancro venga inevasa: con la prevenzione tutti si riempiono la bocca, e poi i tabacchini vendono sigarette, nella piazza sotto casa ci costruiscono l’antenna del noto gestore telefonico, e nel film che vince l’oscar l’uomo di successo beve liquori alle quattro del pomeriggio, così, giusto per darsi una calmata.
    E allora? C’è che allora sono deluso, e quando va male persino sconfortato. Un terremoto ha fatto saltare in aria le centrali nucleari in Giappone: adesso ce le vogliono costruire anche sotto casa, e se ti permetti di dire che è una cagata pazzesca passi per sciacallo perché non ti stai preoccupando del futuro dei tuoi figli, no, stai solo sfruttando l’immane tragedia dei nipponici per chissà quale tuo occulto progetto di destabilizzazione. E magari chi oggi difende con ardore la sicurezza delle centrali nucleari vent’anni fa manifestava a favore del referendum abrogativo, o ha passato la vita a curare, si spera, il cancro. E tutti e due insieme i loschi figuri hanno centotrenta anni, mentre i miei figli in due ne hanno sei e cazzo, la loro vita avrebbero diritto a viverla senza fottersi di paura perché il prossimo terremoto gli potrebbe far saltare il reattore nucleare sotto casa. Io sono cresciuto con una centrale nucleare a trenta chilometri da casa: ho visto le foto dei vitelli nati con due teste, gli agricoltori della zona disperati, ho parlato con chi di quella cupola bianca che spezzava il panorama rurale si è portato addosso le cicatrici a vita.
    E quindi scusatemi per il cattivo francese, ma quando ci vuole ci vuole: va bene che vogliano fotterci, e tanto comunque ci riusciranno, ma almeno che non ci si prenda per il culo.

  11. lungalanotte ha detto:

    Gentili radiologi e a volte cittadini imbufaliti,

    @ Matteo, provocazione accolta, tentativo di brevità arduo: l’auspicio di resistenza si riferisce a quanto più volte riferito da Gaddo, e cioè sottolineare l’invasività e inutilità di alcune ‘proposte diagnostiche’ (quale paziente sottoscrive con raziocinio i consensi informati, me lo direte voi). Vale più un consiglio verbale, e non tutti i pazienti sono assetati di vendetta o intimidazione legale. E’ ovvio che nessun medico può, né deve rifiutarsi di eseguire (aspetto etico presente in tutte le professioni, anche in quelle che non salvano vite umane). Vero è anche che spesso c’è un vuoto tra chi prescrive e chi esegue, e che il medico di base è un burattino nelle mani di pazienti ipocondriaci. Constatazione amara contro la quale si può poco, ma leggo con piacere che ancora si prova a difendere i concetti di prevenzione reale, urgenza, e necessità (suffragata da intuizione reale e non da auto-tutela, né tantomeno da mitra puntati dei pazienti). Lo dico perché ho incontrato sia chi prescrive senza criterio, sia chi aiuta a riflettere. E ho rifiutato un esame impegnativo/invasivo/rischioso propostomi (intimidatomi) da un cattedratico, passando attraverso un secondo parere (sarei stata esaminata invano in un distretto errato, con un mezzo non necessario e in tempi urgenti per un diabolico mix tra un sintomo malinterpretato, un timore di ritorsione immotivato e uno zelo solo apparente, che sarebbe costato caro a me e alla mia progenie radioattiva). Da quel giorno auspico chiarezza, ascolto e franchezza nei medici che incontro, e tendo a preferire chi si assume il rischio di un esame in meno, a chi ha la penna facile nel prescriverne di tutti e di più. Punto e basta.

    @ Gaddo, la tua deduzione è corretta, la pesantezza degli argomenti chiaramente non voluta, ma imposta. Ma tant’è.
    Sono figlia delle paure di Chernobyl, e quanto scrivi mi ricorda in piccolo la tenerezza degli sforzi della mia ben più inconsapevole mamma, nel comprendere come e se tutelare la sua gentile creatura, peraltro lontana migliaia di KM dal fattaccio (mentre non si accorgeva che le minacce alla salute correvano come tu dici sotto casa, al supermercato e nello stress che la vita avrebbe imposto a tutti i figli del benessere).
    Quanto dici del nucleare è assolutamente vero, si tratta dell’ennesimo argomento dove ogni ragionamento rischia di essere additato, ogni opposizione taciuta in nome di un mito del progresso sterile e ignorante, che ha solo dell’ideale e poco si confronta con il suo caro e ben più reale costo sociale. Vale la pena opporrvi la voce opinionata dei singoli, la preoccupazione ben informata e legittima e le domande circa il reale futuro dei nostri figli, anche se a volte mi chiedo se questo serva davvero, se non sia un mero problema di forza contrattuale, che vede le lobby opposte ai cittadini, le aziende agli individui, e la stampa e le sue piaggerie alle storie vere e dolorose delle persone.
    Ma è anche vero, e forse più doloroso ancora nel suo rivelare un declino strisciante e silenzioso, che banalmente mangiamo polli triangolari (in risposta ai tuoi vitelli deformi), verdura che sa di frutta e alimenti sintetizzati, e poi corriamo a fare rx (ora TAC, grazie alle intuizioni di quell’ex Ministro della Salute e dinosauro), marcatori e endoscopie che non ci diranno nulla del degrado in cui siamo nati e cresciuti e del danno che l’uomo sta facendo su ogni fronte alla stessa catena alimentare, ecosistema e affini, ma ci racconteranno solo tante piccole storie mostruose e silenziose.
    La terra si è spostata con il fattaccio giapponese, ma silenziosamente si muove ogni giorno tutto un equilibrio che non ha mai avuto un senso e un ordine, ma che almeno un tempo non inneggiava a parole come prevenzione e cure innovative (e strapoteri sottesi). Come dire, meglio ignoranti, ma felici, che non spaventati, prevenuti, illusi di essere informati, ma certamente gabbati, il tutto all’ombra del progresso neopositivista.
    Un caro saluto e una condivisione sincera della tua arrabbiatura, con l’invito a tenerla viva e darle voce e risonanza, prima che la delusione diventi accettazione, lo sconforto noia, e costi quel che costi.

  12. Gaddo ha detto:

    Non ci posso credere, l’hai fatto un’altra volta! 🙂
    Mi hai piazzato una bombetta atomica da niente in una serie di considerazioni sensate, pacate, praticamente in un prato di margheritine!
    Perché quando scrivi: “…anche se a volte mi chiedo se questo serva davvero, se non sia un mero problema di forza contrattuale, che vede le lobby opposte ai cittadini, le aziende agli individui, e la stampa e le sue piaggerie alle storie vere e dolorose delle persone”, beh, sollevi davvero un bel polverone.
    Rischio di allontanarmi dal tema del post e anche dal tema stesso del blog, ma non posso trattenermi: l’Italia è per eccellenza la terra delle lobby opposte ai cittadini. A partire da quella dei politici, che è la più vergognosa di tutte e ha metastatizzato dappertutto come un vero tumore maligno: noi sanitari ne sappiamo qualcosa, sulla nostra povera pelle e su quella ancor più povera dei pazienti (ma loro ci tengono: clienti, non pazienti). E dove non arrivano le mani sporche della politica ci arrivano quelle dei servizi segreti deviati, dei servizi segreti non deviati degli altri stati, malavite organizzate, massonerie di ogni genere e grado. Al punto che a volte si fa fatica a distinguere gli uni dalle altre. Se mi fosse morto un genitore nella strage di Piazza della Loggia o nel disastro di Ustica, beh, altro che giramenti di balle.
    Ma non voglio andare oltre: precipiterei nell’invettiva, e il mio webmaster giudiziosamente mi consiglia di raccontare solo storie, e non di tenere comizi (che a quelli già ci pensa qualcun altro). Dirò solo che la gestione complessiva, mediatica, della sanità rientra nel progetto di rincoglionimento di massa: se il programma televisivo della domenica sera mi rimbambisce sulle problematiche della pressione alta, o su quelle del colesterolo alto, il lunedì mattina sarò molto meno propenso a riflettere sull’assurdità della situazione politica ed economica che ci tocca vivere in questi tempi bui. Il mal di schiena viene reso più importante del degrado culturale della nostra comunità nazionale. La tac per lo screening del cancro al polmone assume un peso decisivo nelle nostre esistenza, roba che neanche lo tsunami giapponese o Gheddafi che fa sparare all’impazzata in mezzo alla folla.
    Diciamo sempre che i politici dovrebbero vergognarsi, ed è vero. Ma se ogni tanto ci vergognassimo anche noi, della nostra mediocrità, della nostra supinazione a qualunque forma di potere costituito, forse questo paese avrebbe ancora qualche speranza. E forse ci sarebbe ancora il tempo per farli, gli italiani.

  13. lungalanotte ha detto:

    Sei gentile Gaddo,

    Posso solo immaginare sia complesso lavorare per voi in un momento in cui paradossalmente sembrano esserci più mezzi e conoscenze (non ne ho le prove, ma forse come spesso si teme persino malauguratamente occulti), ma anche criticità – e con queste non intendo solo le emergenze cliniche di diverso grado (quelle del primo, secondo e terzo mondo), ma anche e soprattutto i conflitti e le inferenze cui alludi, le lungaggini, la crisi del rapporto medico-malato e gli impacci a cascata cui accennavamo, lo slittamento pubblico-privato, e il derivante disordine degli utenti (concediamoci almeno questo aggiustamento al termine clienti, và). Roba da mettere in ginocchio anche quei (molti) medici che lavorano con e per passione, vocazione, carità. Gli ostacoli – culturali, politici, sociali e quindi pratici, in un mestiere che ha per definizione l’altro da noi e il numero dei suoi giorni come destinatari finali (o dovrebbe) immagino generino arrabbiatura, se non frustrazione.
    Posso solo invitarti a raccontare ancora una delle tue storie dal tuo lato del vetro, ma anche a continuare ad indignarti in maniera opinionata e cortese come ti abbiamo letto finora (con rispetto per il gentile webmaster ed i suoi graditi suggerimenti).
    Dalla mia, ho solidarietà per la categoria, anche, e forse proprio perché a volte ho ingrossato le file, e spesso devoluto il mio gruzzoletto al privato (ripromettendomi di ‘smettere’ tra i sensi di colpa, e che col giorno avrei fatto di tutto per redimermi, restituendo parte delle cure e del sollievo comprato a chi non se lo può, o più caparbiamente non se lo vuole concedere).
    Un saluto, in piacevole attesa dell’occasione che sia per te spunto ad un nuovo capitolo.

  14. Gaddo ha detto:

    Non so, a volte credo nella funzione catartica ed evoluzionistica della rabbia, ma altre volte mi sembra di trasformarmi, come dice una mia cara amica, in un vecchio brontolone con l’angolo della bocca piegato all’ingiù.
    Un mio collega universitario, che è una persona per la quale nutro una grande stima non solo professionale, una volta mi ha proposto la metafora dell’onda. Sarebbe a dire: noi 40-50enni siamo rimasti sempre alla base dell’onda, e sulla cresta invece hanno surfato a lungo i nostri padri. Adesso la cresta sta per abbattersi sulla spiaggia, e sulla cresta ci troveremo noi. Il problema è: saremo degni del compito che ci spetta? O ripeteremo gli errori di chi ci ha preceduto?
    Boh. Io invidio molto l’ottimismo del mio amico universitario: ma so che il suo ottimismo affonda radici profonde nell’impegno civile quotidiano che può chi ama il suo lavoro e rispetta le regole della convivenza. E’ solo che a volte mi domando: ma basterà far bene il proprio dovere, basterà perseguire la qualità nelle proprie vite, sarà sufficiente l’esempio di una vita integerrima a cambiare anche una sola virgola del marcio che ci circonda? O dovremmo fare altro, scendere nellle piazze, fare buona politica per cancellare quella cattiva, parlare a voce alta, scrivere a voce alta?
    Io ho paura che la nostra rabbia, non adeguatamente incanalata, servirà solo a farci scoppiare il fegato. O a farci guardare negli occhi, in un tardo pomeriggio di giugno, dopo una lunga chiacchierata, e scoprire di essere sempre più soli e sempre di meno a credere che l’unica cosa che conta sia l’onestà intellettuale, e che il proprio onesto lavoro quotidiano ripaghi degli sforzi fatti.

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