Il radiologo bruciato

Questa è una mail inviatami recentemente da Francesco, giovane radiologo, che con il suo permesso mi piace condividere qui sul blog.

Ciao Gaddo,
dopo diverso tempo che leggo il tuo blog ho deciso di scriverti una mail per condividere alcuni pensieri e per raccontarti alcune cose. Sono stato uno specializzando che ha frequentato il tuo reparto anni addietro (anche se al tempo ti ho seguito poco perché sinceramente la tua conoscenza in molti argomenti intimoriva parecchio un povero specializzando del secondo anno) e leggendo alcuni tuoi aneddoti è divertente ritrovare alcune situazioni ed ambienti che ancora ricordo.
Quando mi sono specializzato ed ho iniziato a lavorare in un reparto ospedaliero ero animato dal “fuoco sacro” del bravo medico. Durante il turno TC ad esempio pretendevo che il TSRM mi chiamasse dalla sala di refertazione per potermi presentare al paziente (“Buongiorno, sono il dott. XYZ. Sono il medico radiologo che si occuperà del suo esame”).
Mi occupavo personalmente di:
  • Accertare dell’identità del paziente.
  • Verificare che il paziente avesse compreso il tipo di esame a cui stava per essere sottoposto (cosa per nulla scontata).
  • Controllare le indicazioni e le eventuali controindicazioni all’esame e compilare il consenso informato.
  • Pianificare le fasi della scansione.
  • Dosare il MdC per quantità e velocità del flusso a seconda della qualità della vena riferita dall’infermiera e della tipologia d’indagine.
  • Verificare eventuali situazioni di emergenza misconosciute (embolia polmonare, trombosi venose, versamento pleurico/pericardico, aria libera endoaddominale)
  • Andare dal paziente a verificare il suo stato di salute una volta terminato l’esame.
Non ho mai lasciato che tecnico ed infermiera iniettassero del MdC senza che io fossi presente dietro al vetro piombato. Capirai meglio di me che di fronte a questa presumo buona prassi il tempo per refertare fosse ridotto all’osso in un turno di 15 pazienti.
All’inizio pensavo che la mia relativa lentezza nel refertare un esame TC torace-addome (40-45 min) fosse dovuta all’inesperienza e credevo che con l’andare del tempo le cose sarebbero migliorate. Tuttavia più diventavo esperto, più i tempi cominciavano a dilatarsi poiché mi rendevo conto di quante cose si potessero vedere in una TC total-body al di là del semplice polmone-fegato-reni-pancreas e di quanti errori venissero compiuti dai colleghi di altri ospedali. Negli ultimi mesi di lavoro avevo una media di circa 1 ora per TC torace-addome (Mi ricordo ancora la scaletta: polmoni in generale, vie aeree, noduli e micronoduli, mediastino, cuore, vasi polmonari, stretto toracico superiore, reni e vie escretrici, surreni, pancreas, milza, fegato, aorta e grossi vasi addominali, grosso intestino, mesentere e linfonodi mesenteriali, docce parietocoliche, vescica, pelvi, linfonodi retroperitoneali, ossa e masse muscolari, finestra per aria libera in addome). Durante il turno TC riuscivo a refertare le urgenze e poco più per poi trascinarmi gli esami per altre 10 ore successive durante la settimana. A fronte di una settimana di 36 ore di servizio rimanevo in ospedale all’incirca 50 ore settimanali a 2500 euro al mese lorde pagate a partita iva (i conti me li sono fatti da solo, il mio tempo valeva meno di quello della signora delle pulizie che non riuscivo a pagarmi).
Tralasciando il discorso riguardante la responsabilità medico-legale ho accettato il compromesso perché il mio lavoro mi piaceva. Stavo facendo del bene alle persone. Poi ho cominciato a capire perché i colleghi facessero degli errori nei loro referti. Ho conosciuto la madre single che voleva tornare a casa dal figlio. Il padre di famiglia con la recita delle bambine all’asilo alle sei di sera. Il marito che doveva andare dall’avvocato perché stava divorziando dalla moglie perché non era mai a casa. A quel punto ho capito che tutti noi abbiamo due modi di raffrontarci al nostro lavoro.
Esiste la persona per la quale il suo lavoro viene prima di ogni altra cosa, la persona che vuole lavorare per bene e che mossa da senso del dovere e da enorme professionalità dedica tutte le sue energie ed il suo tempo a fare bene il suo lavoro a scapito della sua vita personale, dei suoi hobby, delle sue passioni e della sua vita di relazione. Ma esiste anche la persona per la quale il lavoro viene giustamente in secondo piano rispetto al tempo da passare con i figli, alla cena al ristorante con la moglie, al tempo per se stesso perché in fin dei conti si lavora per vivere e non si vive per lavorare.
Ho visto questa seconda persona comparire periodicamente in alcuni miei colleghi che magari dopo una settimana di lavoro intenso cominciavano a far emergere alcuni comportamenti deviati (“il polmone in una TC addome non lo guardo”; “nella richiesta non è scritto per stadiazione. Se vogliono che io guardi le ossa me lo devono scrivere”; “non ho tempo di seguire il mdc, lo fa il tecnico e mi chiama se c’è bisogno”; “fammi solo la portale che non voglio guardarmi mille immagini”) ed ho capito il perché di alcuni errori.
Se da un lato l’errore interpretativo di un’immagine è comprensibile dal lato umano e giuridico ed anche più accettabile dalla persona che lo ha commesso (“cavolo ci ho messo tutto il mio impegno, pensavo fosse proprio un angioma atipico ma era una lesione”), l’errore di mancata diagnosi dal punto di vista personale lo ritengo una sconfitta (“come ho fatto a perdermi questa cosa? Bastava guardarla”). L’unica soluzione che avevo trovato era lavorare con i tempi giusti.
Purtroppo in una struttura pubblica con dei tempi d’attesa da rispettare altamente opinabili e dettati dalla pancia del volgo (altrimenti la poltrona del politico di turno salta), con il personale ridotto all’osso per risparmiare, con l’indicazione all’esame decisa da un medico di base che mediamente in vita sua ha fatto tutto tranne che il suo lavoro, con la gestione del percorso di un paziente dettata dai ritmi del parcheggiatore/portinaio/segretaria/TSRM/infermiera e mai del medico che deve refertare, ridurre i ritmi di lavoro non è fattibile. Ci stiamo muovendo in una direzione a mio parere impossibile da deviare fatta come dici tu da un aumento di richiesta motivato da un aumento di offerta a sua volta motivato da un aumento di richiesta. Gli unici anelli deboli di questa catena in cui quasi tutti ci guadagnano, gli unici soggetti che ne subiscono le conseguenze, sono i pazienti che veramente hanno una patologia per la quale l’esame è necessario e che necessitano di un analisi del loro esame come Dio comanda ed il professionista che si assume la responsabilità di quello che scrive.
Se i primi sono ben rappresentati, i secondi se la prendono in quel posto da soli perché accettano, come ho accettato anch’io a suo tempo, di lavorare in queste condizioni a scapito o della loro vita personale o della propria professionalità. L’evento che per me è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato dover eseguire a fine turno di un venerdì mattina una TC post-operatoria di una paziente complessa con emorragia arteriosa intra-operatoria per riparare la quale la sterilità era andata a farsi benedire. Ho ancora negli occhi lo sguardo della paziente con la febbre a 39 che mi guardava ridotta ad uno straccio distesa sul lettino della gantry. Le immagini sul monitor erano un casino. Pus dovunque. Un letto operatorio pieno di pus che non si sa come non aveva intaccato il tamponamento di un’emorragia arteriosa.
Mi ricordo che sono entrato nella sala di refertazione saltando il pranzo e sono rimasto da solo con il collega dei toraci a refertare.
Ho dato del mio meglio per cercare di fare il possibile sapendo che tutto il mio impegno probabilmente non sarebbe servito comunque a nulla e che, anche in caso di referto perfetto, se le cose fossero andate male avrei passato delle conseguenze solo per aver fatto il mio lavoro. Ricordo che dopo un’ora passata a descrivere il percorso fatto dalla raccolta negli spazi anatomici del retroperitoneo ed aver informato l’interventista di turno del percorso che doveva fare a partire dalla ferita chirurgica per raggiungere la raccolta tramite drenaggio, ho guardato il collega in sala di refertazione e gli ho detto: “ti prego controlla quello che sto facendo perché non ce la faccio più”. Sono andato avanti un’altra ora a refertare dopodiché ho firmato l’esame, sono tornato a casa e sono crollato. Lì ho deciso di cambiare vita. Lì ho capito che il mio lavoro per poter essere fatto bene necessita di un tempo che la sanità pubblica non concede. Lì ho capito come se le cose vanno bene è la struttura che funziona, se le cose vanno male sono cazzi tuoi. La paziente non si sa come fortunatamente è sopravvissuta all’emergenza.
Dopo un anno di lavoro ospedaliero a seguito di quell’evento in due mesi mi sono licenziato ed ho cominciato a lavorare esclusivamente in privato in ambito ecografico. E’ stata una scelta dettata dal senso di responsabilità nei confronti del paziente e dal rispetto che devo a me stesso ed ai miei cari. In 20 minuti riesco a parlare con il paziente, eseguire un esame in maniera corretta, scrivere un referto e sentirmi a posto con la mia coscienza. Sono passati anni dalla mia scelta e non ne sono affatto pentito. Per quanto lavori ad un livello di base non mi sento meno affermato di un radiologo interventista o di un collega che lavora in ospedale e torno a casa sereno nei tempi che decido io. Certo non ho nessuna garanzia sul mio lavoro, se mi ammalo non guadagno, se i soci dello studio mi vogliono mandare via perché gli sto antipatico nessuno glielo impedisce ed ogni semestre è un’incertezza ma mi sento libero. Libero di fare il mio lavoro nel modo per me più professionale possibile. Vorrei, se possibile in forma privata, sapere il tuo punto di vista riguardo al mio pensiero e sapere se in passato hai avuto delle esperienze simili alle mie.
Ti auguro una buona giornata e buon lavoro.
Un giovane collega “bruciato”.
Ecco, io ho fornito a Francesco le mie considerazioni, e l’ho fatto in forma privata come lui ha chiesto. Però mi piacerebbe molto sentire anche le vostre.

22 Responses to “Il radiologo bruciato”

  1. giancarlo ha detto:

    È il dramma della nostra società: uno Stato che abbandona i propri sottoposti al loro destino mentre fanno il proprio dovere è destinato all’implosione ed all’autodistruzione. Cose simili devono provare le Forze dell’ordine, quando di notte, in pattuglia, sentono la radio gracidare l’ordine “…Portarsi a… per individui sospetti di furto in atto”. Sono sicuro che il primo loro pensiero siano la moglie ed i figli a casa ed il secondo che se le cose vanno male, il meglio che può loro capitare sia una lunga e dolorosa inchiesta su eventuali abusi perpetrati ai danni di onesti delinquenti. Così per noi. Troppe volte ho letto commenti cretini su casi di malasanità, del tono ” se sei un poliziotto non devi avere paura di scontri a fuoco e di morire, se sei medico una denuncia per malpractice te la devi aspettare…” Tutti bravi a dire agli altri come devono fare il proprio lavoro. Il punto è che noi medici siamo lerfettamente consapevoli, almeno in maggioranza, della delicatezza del nostro compito e della accuratezza che esso necessita. Quello che sentiamo ogni giorno sulla pelle, che brucia come un herpes, è la mancanza di sostegno della istituzione che serviamo, il lasciarti a te stesso quando ti arriva la busta verde del tribunale. Tribunale che, per l’atto dovuto che un giorno non lontano verrà considerato uno dei peggiori crimini sociali, ti tira dentro in ogni caso andato male, solo perchè, in quel giorno ed in quell’ora, hai avuto la sfiga ti trovarti in quel posto. Allora comprendo anche chi si pone la fatidica domanda “Ma, a me, chi cazzo me lo fa fare?”

    • Gaddo ha detto:

      Sono d’accordo, ma con una piccola postilla. La risposta alla domanda “ma chi cazzo me lo fa fare” è eminentemente etica: ogni 99 poliziotti perbene ne trovi uno che mena i ragazzini nella caserma Diaz. Ogni 99 medici coscienziosi e preparati ne trovi uno che si comporta come l’impiegato del catasto. Se hai la forza interiore che ti sostiene, e che deriva dalla tua onestà intellettuale, puoi anche fare a meno del sostegno costante delle istituzioni: certo, è doloroso, ma l’energia ti viene restituita dalle persone che stai curando (e non mi riferisco al mero dato fisico).

      • giancarlo ha detto:

        Ehhh, Gaddo… In teoria hai ragione, in pratica stanno facendo di tutto perchè questa tensione etica scada in opportunismo…

        • giancarlo ha detto:

          Voglio dire: ancora in me si agitano la voglia di studiare e far bene il mio mestiere e di aiutare, per quanto possibile, la gente. Ma non è detto che, alla prossima busta verde con annessa citazione in giudizio perchè non potevo non vedere un cancro mammario in un precedente mammogramma, dica anche io “ma che cazzo…”

  2. antonio.bellezza ha detto:

    Bella missiva. Prima di commentare mi ricollego al caso quiz. Una volta i colleghi “clinici” mi hanno inviato un paziente per i soliti “dolori addominali”. Un anziano ma non tanto ma purtroppo completamente demente.
    Mi chiedono una “eco addome completo”. Risulta evidente un quadro di occlusione. Il paziente viene spedito nella più vicina chirurgia. Arriva la telefonata: ma non li visitate i pazienti? Mio errore: era occluso, ma non gli avevo levato il pannolone. Se l’avessi farrto, o l’avessero fatto i clinici, risultava superevidente una ernia inguino scrotale strozzata che un pastore della val brembana avrebbe riconosciuto a vista , senza nemmeno pensarci.
    Morale. O si torna a vedere i pazienti, e se non lo fanno i clinici dovremo farlo noi, o si crede che le macchine ci forniranno le diagnosi. E se questo distacco dal paziente pesa sulla qualità, chi ci dirige deve rendersi conto che è un grave danno per il servizio che comunque rendiamo e del quale si fanno belli sui giornali, quando va tutto bene.
    Ma dopo tante battaglie, uno si arrende. Perde, ma almeno si riposa (citazione da pane e cioccolata con Manfredi).
    Al collega che scrive non posso che dire che la sua professionalità è verosimilmente sprecata. Ma forse guadagna in qualità della vita. Non è colpa sua. Sono altri che gradiscono questo regime. Sono i meidci di famiglia, i dirigenti infermieristici, i coordinatori del cazzo, i dirigenti regionali che ignorano di cosa si parli e non solo in ambito sanitario ma anche agricolo, commerciale, ambientale. Come dice il nostro blogger, sono gli incompetenti di turno che pretendono di organizzarci il lavoro a furia di timbrature, cartellini, moduli di consenso, permessi e ferie non godute.
    Attualmente nella mia piccola unità per fare un ginocchio a un vecchietto di Castelluccio di Norcia devo far compilare tre moduli. Se poi è giovane donna altri tre moduli di consenso, che salgono a quattro se minorenne. Ho messo un cartello: non chiedetemi perchè dovete compilare questi moduli. Non lo so nemmeno io. Chiamete il Direttore generale. Ma non lo fa nessuno. e qui si entra nell’altra faccia della medaglia. Il consapevole egoismo delle persone, che simulano un trauma al PS solo per fare una esame senza attesa e gratis. O che si rivolgono piangenti al radiologo ma non accettano di affrontare i loro problemi organizzativi con chi realmente dirige, che non sono certo io o il collega che ha scritto.
    E penso in tutta onestà (vedi “vergognatevi” di giancarlo) che sia proprio la gente, il nostro cliente, il primo responsabile dello sfacio. Perchè, caro collega, noi siamo un popolo di IGNORANTI. Analfabeti di ritorno presuntuosi e fanatici. Dobbiamo prevenire: da prima della nascita per tutta la vita dobbiamo prevenire: dentista, otorino, oculista, visitina periodica al menarca e alle mestruazioni, controllo urologico della prostata (da noi si chiama porpora o prospera) Visitina con addome completo, controllino audiometrico, polso per età ossea se non è alto almeno 2 metri.
    Siamo un popolo con le pezze al culo, caro collega.

  3. giancarlo ha detto:

    …E non frainterdermi, Gaddo, un pò mi conosci: sono uno che per nulla al mondo rinuncerebbe al,piacere di un referto ben articolato, studiato ed approfondito di una tac multislice, quando il momento della discriminazione diagnostica ti si presenta come un lampo davanti agli occhi e trovi giustificazione a tutti i sacrifici che hai fatto sui libri, magari passandoci sopra ( lo dico con vergogna e senso di colpa) ben più tempo che ad aiutare tuo figlio a fare i compiti. Ma ricordo anche cosa diceva, nei primi anni ottanta, il buon Pistolesi in una delle sue oceaniche prefazioni di un suo Perona. Il buon prof si stracciava le vesti contro le “sirene sindacal-popolari” che a suo dire avevano sminuito la figura del Medico. ” Non si è mai sentito” diceva ” un prete che chiamato al capezzale di un moribondo si richiami a turnazioni e reperibilità di sorta”. Bene, tempora mutantur et nos mutamur in illis… Vorrei rileggere di nuovo quelle righe al prof e chiedergli se al giorno d’oggi la “mission” non si scontri inevitabilmente con la “reality”.

    • Gaddo ha detto:

      Credo che Pistolesi stesso, che a quanto pare aveva ragione su quasi tutto (rileggere le introduzioni ai suoi Perona è quasi imbarazzante per quanto lontano riuscisse a vedere), oggi rivaluterebbe il suo punto di vista. Ma non perché avesse sbagliato le previsioni sul futuro o partisse da premesse errate: no, solo perché nel mentre tutto è cambiato.
      Lo dirò chiaramente: qualcuno può chiudere gli occhi e far finta di non vedere, ma la realtà dei fatti è chiara e lampante. Chi crede che quella in corso sia una crisi economica ciclica, che prima o poi passerà lasciando le cose come prima (o meglio), sta incorrendo in un errore madornale. Questa non è una crisi economica ma strutturale della società in cui viviamo, il cui risultato sarà la proletarizzazione della classe media e la schiavizzazione della vecchia classe proletaria: i risultati sono evidenti e sotto gli occhi di tutti, per quanto i nostri capibastone proclamino ai quattro venti riforme strutturali che ci salveranno la pelle. E’ tutto così chiaro da essere persino irritante.
      La conseguenza, ovvia, di tutto ciò è che la sanità a cui siamo abituati finirà inghiottita nel buco nero dei tagli lineari e della analfabetizzazione della classe medica (e non). A questo dovrebbero pensare quegli amministratori infami che stanno svendendo i loro ospedali in cambio di piccole prebende personali, nel tentativo misero di salvare il (loro) salvabile: le scelte scellerate che stanno facendo, o accettando di fare per pressioni esterne, ricadranno se non su loro sui loro figli. Quindi altro che questioni sindacali: qui è in gioco la nostra stessa soppravvivenza di sistema sanitario nazionale.

  4. antonio.bellezza ha detto:

    Aggiungo qualcosa. Nei tempi la disciplina si è evoluta. Ormai si deve parlare a buon diritto di radiologia clinica. La enorme suddivisione delle modalità di diagnostica ci fa perdere di vita la globalità del caso. Non parlo in senso “olistico” generale, ma nel senso di lavoro in collaborazione. Non è nemmeno necessario avere un chirurgo o un ginecologo un radiologia, ma poter discutere del caso, e in tempi rapidi. Purtroppo questo non è possibile in tutte le realtà lavorative. Anzi, proprio in quelle più piccole come la mia dove dovrebbe essere facile, si realizza il fenomeno inverso. La sanità di base è basata sui turni. Importante è timbrare. Poi puoi anche farti una pennichella. Non importa. Importante è che alla direzione non arrivino lettere di protesta, in particolare in periodo preelettorale come questo. In periodo preelettorale anche un cesso di ricovero per moribondi come Cascia diviene un “fiore all’occhiello” per l’azienda.
    E visto che ci siamo confesso a voi tutti cosa devo fare.
    Un giorno alla settimana, ma prima erano due, devo andare da Norcia, dove dispongo di una attrezzatura decente, a Cascia per fare quattro ecocazzografie a pazienti che provengono da tutta l’umbria meno che da Cascia. Vista la qualità delle macchina, li devo quasi sempre riportare a Norcia e studiare con la dovuta attenzione.
    Ma la logica è assente dai nostri dirigenti. Una volta mi è capitato di non avere la macchina. Hoa chiamato a Norcia i pazienti, ho fatto gli esami, nessuno si è lamentato. Dopo poco mi arriva la telefonata del DG: che cazzo combini? non sei andato a cascia! Guarda che gli esami sono a posto, tutti fatti e nessuna protesta. anzi, ne ho potuto fare anche qualcuno in più.
    Torna a cascia e stai li un’oretta
    Ma a fare che?
    Non importa. Vai e non rompere i coglioni.
    Andai e dopo un’oretta, presente il sindaco, sono andato via. Avevo fatto la presenza politica.
    Ma che devo pensare di questa gente?
    Aspetto la pensione, purtroppo ancora lontana, ma sinceramente odio chi chi ci dirige.

  5. Francesco1 ha detto:

    Salve a tutti voi! E’ la mia prima comparsa su questo apprezzatissimo blog, ma lo seguo già da molto tempo ed è oggettivamente difficile non condividere molte posizioni e spunti di riflessione.
    Sono un giovane radiologo in attività da circa 3 anni presso una clinica privata di una certa rilevanza (sociale e sicuramente anche politica…) per il territorio in cui opera.
    Fatte queste dovute premesse, volevo esprimere la mia solidarietà e l’apprezzamento per coraggio dimostrato dal collega protagonista della missiva col Gaddo.
    Impossibile giudicare se egli abbia fatto bene o meno; di sicuro ha fatto ciò che si sentiva, o meglio non è stato disposto più ad operare in quelle condizioni lavorative che, purtroppo, oggi stanno costantemente rendendo quantomeno più complesso il nostro lavoro.
    Sono d’accordo con Antonio sul fatto che paradossalmente le strutture “piccole” siano anche quelle in cui il mestiere del radiologo viene reso più difficile, ancora di più se trattasi di strutture private. In questi casi infatti la mole di lavoro è davvero di un livello insospettabile e aggravata oltre che dal fatto di essere appunto una struttura che, nell’immaginario del paziente, debba fornire tutte le prestazioni “migliori” e subito, anche dagli esami in evidente eccesso prescritti dal CAPO… Ma tant’è!
    Da questo punto di vista invidio maledettamente il pubblico…
    Detto ciò, mi viene in mente un articolo del Gaddo in cui si distingue tra i vari “tipi” di radiologo, ovvero coloro i quali si approcciano al lavoro con metodo prevalentemente ipotetico-deduttivo o viceversa induttivo e chiaramente in certe circostanze penso che faccia davvero la differenza.
    E’ più forte di me: io non riesco proprio a vederlo il lipoma intramuscolare in una TC eseguita per un politrauma o per una dissezione aortica…

    • Gaddo ha detto:

      Francesco ha fatto una scelta difficile e coraggiosa: rinunciare al bello del nostro mestiere, lavorare senza sicurezze per strutture che hanno a cuore più il portafoglio che la salute dei pazienti, e comunque cercare di far bene il suo lavoro. Il che dovrebbe far riflettere chi non lo ha saputo mettere in sicurezza quando cominciava il suo percorso ospedaliero e aveva bisogno di appoggio. Io non critico la sua scelta, della quale è tutto sommato felice, quanto il sistema pubblico fallato che lo ha costretto a emigrare nel privato.

  6. Pier Silverio ha detto:

    Meh… mi piacerebbe che tutti i miei colleghi ancora dentro ai 6 anni pre-laurea leggessero questa lettera (e i commenti sotto).

    Ma se i vostri figli vi dicesserto che stanno valutando l’idea di studiare medicina e fare il medico, cosa gli direste?

    • Gaddo ha detto:

      Io sosterrò i miei figli in qualunque loro scelta, a prescindere, anche se non dovessi condividerla. Se uno loro vorrà seguire la mia strada non sarò di quelli che dicono di lasciar perdere: io il mio lavoro lo amo, dunque come potrei dissuaderli? Il punto nodale è che c’e bisogno di cambiamento, e il cambiamento parte dalle singole persone passando attraverso di esse. Non esiste evoluzione senza qualcuno che si prenda la briga di cercare una strada per realizzarla.

  7. giancarlo ha detto:

    Cosa direi a mio figlio? Beh, gli direi che nel 99% dei casi è di gran lunga il più bel mestiere del mondo, peccato per quell’1% che ti fa venire i capelli bianchi…

  8. Gaddo ha detto:

    Prima di ogni altra cosa, mi permetto di commentare anche io con un pezzo (piccolo ma credo significativo) della mia risposta a Francesco. Ecco cosa gli ho scritto.

    Passo al dunque: il modo in cui svolgevi la tua professione non ha niente di strano, è solo il modo in cui deve essere svolta. La tua attenzione al paziente, alla tecnica dell’esame, alla refertazione, tutto parla di uno scrupolo che al giorno d’oggi ci appare eccezionale, ma che invece è o dovrebbe essere la norma. Io lavoro allo stesso modo, dunque non credere di essere un’eccezione patologica. Il problema è stato forse un altro: nella fase iniziale del nostro mestiere si ha bisogno, se manca il tempo (io ho cominciato a lavorare nel 1999, i ritmi non erano quelli di oggi), di un supporto tecnico e psicologico. Se i reparti di radiologia fossero retti da primari degni di questo nome tu avresti dovuto essere seguito da vicino, guidato a una refertazione più sicura, supportato quando ti sentivi stanco e insicuro, e con il tempo i problemi sarebbero diventati meno pressanti. Così non è stato, purtroppo, perché fatte salve gloriose eccezioni il nostro lavoro viene diretto da ineffabili cialtroni che di Radiologia ne sanno la metà dell’ultimo arrivato e si guardano bene dallo sporcarsi le mani una volta raggiunta la scrivania primariale.

    (…)

    La risposta alla tua domanda te la sei data da solo, firmandoti non con il tuo nome ma come “un giovane collega bruciato”. Perché è così che ti vedi, che percepisci il tuo futuro. Bruciato. Quanti anni hai? Trenta? Trentacinque? Eppure ti sei già “bruciato”, come dici tu, e probabilmente la tranquillità di uno stile di vita più sereno non riesce a toglierti dalla testa che non hai studiato per fare un mestiere che, fuori dalle mura di un ospedale, sembra avere qualcosa di impiegatizio. Sai, io lo capisco benissimo. Ho fissa in mente l’ossessione della parabola evangelica dei talenti: quei pochi che ho ricevuto in dono cerco di farli fruttare in ogni modo, ho sacrificato anche troppo in questi ultimi anni sull’altare del lavoro e adesso ne pago conseguenze personali: conosco bene i problemi di chi ha figli da seguire con attenzione o litiga con una moglie che a volte rifiuta di comprendere i motivi intimi di un impegno che non ti rende economicamente più del collega che timbra allo scadere del turno e se ne torna a casa con una coda di referti infami alle spalle. Ma il punto, vedi, è che i rapporti personali cambiano: da una moglie puoi divorziare; i figli crescono e seguiranno una strada differente dalla tua; gli amici, salvo pochi, cambiano nel corso degli anni. Il lavoro, invece, è quello che ti contraddistingue nella vita, è il marchio di fabbrica della tua esistenza, ciò per cui verrai ricordato nel bene e nel male anche dopo la pensione, la nostra occasione di dimostrare che un altro mondo, meno di merda di quella nel quale viviamo, è possibile. La nostra professione, da questo punto di vista, è perfetta: ti occupi delle persone praticando un mestiere intellettualmente molto raffinato. E’ una sfida continua a migliorarsi, a passare a chi ti segue la tua esperienza: io non conosco altri modi per farlo che non mi degradino come persona e come medico.

    Ecco, questa è la parte della mia risposta che riguarda il sottoscritto. Il resto riguardava Francesco, dunque resterà privata, una cosa tra me e lui.

  9. antonio.bellezza ha detto:

    Sono d’accordo con te Gaddo. Tu sei un bravo medico e radiologo eccellente, e sai perchè? Perchè non ti fermi all’immagine ma cerchi sempre di capirne l’origine.
    Ma non diventerai mai primario, se le cose non cambiano, purtroppo. Infatti sei un tipo problematico e alla dirigenza i “problematici” non piacciono e sono spesso definiti “caratteriali”.
    Per quanto riguarda il collega francesco, vorrei esprimere la mia solidarietà e comprensione e ricordare che un Medico resta tale nel pubblico e nel privato. Per andare avanti bisogna studiare sempre e ricordarsi del nostro compito in ambito sociale , come dice Gaddo. Purtroppo ognuno ha una vita privata, importante e a volte dolorosa. Non è semplice conciliare le cose e l’armonia dipende spesso dal caso.
    Forse di una cosa avremmo realmente bisogno: la comprensione.
    Comprensione da parte dei pazienti o presunti tali, da parte dei politici, da parte dei colleghi.
    Io non l’ho mai trovata. Ma francesco è giovane, saprà trovare le giuste motivazioni. Poi, alla fine, c’è sempre l’Uganda.
    un salutone

    • Gaddo ha detto:

      Due considerazioni, collegate tra loro. Forse hai ragione tu, la mia strada potrebbe non essere quella per cui mi sono impegnato: gli eventi degli ultimi mesi mi hanno molto provato da questo punto di vista, lo dico con rabbiosa sincerità, al punto da tirare i remi nella barca delle mie ambizioni. Il problema non è che io sia problematico, credimi, perché tutto sommato sono un bravo soldato; il problema sta molto più in alto (o in basso, questione di prospettive: ma d’altronde Ermete Trismegisto ci insegna che quello che sta sopra è uguale a quello che sta sotto), su livelli a cui non posso ma soprattutto non voglio arrivare. Il che porta a due conseguenze: una, per esempio, è il bisogno di comprensione di cui parlavi e che si accentua ogni giorno di più. Se non puoi dimostrare con i fatti e con i calli delle tue mani che un altro mondo è possibile, viene da dire, con le parole di Giancarlo, ma a me che cazzo me ne frega? La comprensione, in questi momenti, aiuta a uscire dal tunnel in cui credi di trovarti. Può essere quella di un collega, del tuo primario, di un altro blogger o, meglio ancora, dello specializzando che ti manda la brochure del congresso in cui parlerà, tra non molto, in uno degli ospedali più prestigiosi di Parigi.
      L’altra conseguenza è il senso di assoluta libertà che ti pervade quando scopri di essere senza vincoli, di non avere contratto debiti morali e materiali con nessuno, il che ti permette di dire quello che pensi sullo stato delle cose senza nessun genere di remora. La libertà intellettuale mi tiene in vita. Non ho intenzione di rinunciarci: le cose delle vita mi renderanno più indurito, ma questo, credimi, sarà un problema più per i miei interlocutori che per me stesso.

  10. matteo ha detto:

    veramente toccante questa testimonianza del giovane radiologo, mi ha fatto riflettere. Più che di bruciatura, io credo sia consapevolezza della situazione (e dei propri limiti) e coraggio nelle proprie scelte. Lavoro nel pubblico da alcuni anni tra colleghi che entrano in reparto avendo l’unico obiettivo di timbrare l’uscita più in fretta possibile e arrivare al 27 del mese con poca o nulla passione per quel che fanno. Le soddisfazioni sono poche e il fardello dei problemi (mai risolti) è pesantissimo.
    Fortunatamente per noi che abbiamo scelto questa specializzazione, la Radiologia è una miniera di opportunità e con un po’ di impegno e le giuste competenze ci permette di lavorare in molti modi diversi. Per cui non credo sia “bruciato” ma semplicemente ha cercato e trovato il modo di lavorare più adatto alle sue attitudini. Per cui al giovane radiologo va tutta la mia stima e simpatia.Bravo!

  11. matteo ha detto:

    dimenticavo..
    quando ho letto queste parole di Francesco :”A fronte di una settimana di 36 ore di servizio rimanevo in ospedale all’incirca 50 ore settimanali a 2500 euro al mese lorde pagate a partita iva (i conti me li sono fatti da solo, il mio tempo valeva meno di quello della signora delle pulizie che non riuscivo a pagarmi) ” mi è subito tornato in mente questo http://www.unradiologo.net/radiologo-notturno-un-post-di-matteo
    Le mie considerazioni provocatorie sulla signora delle pulizie non sono poi così lontane dalla realtà!

  12. Gaddo ha detto:

    @ Matteo

    Certo che non sono lontane dalla realtà. Quando parlavo di proletarizzazione della classe media è a questo che mi riferivo: una volta a fare i medici si diventava ricchi, adesso è tanto se puoi permetterti qualche sfizio ogni tanto. Io al nostro collega non ho detto: hai sbagliato. Ho solo pensato che qualcosa gli rodesse, se ha deciso di scrivermi una lettera del genere. Ma forse no, forse è solo questione di condivisione e di comprensione, da ricevere e da dare.

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