Il raduno annuale di Bankitalia

La situazione peggiora, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e adesso diventa francamente difficile voltare gli occhi da un’altra parte o ficcare la testa sotto la sabbia come lo struzzo della fiaba con cui impartiamo ammestramenti morali ai nostri bambini. Per noi parlano le cifre, i numeri, che a differenza di quanto normalmente accade in un paese in cui al potere ci sono sempre stati gli aspetti più deteriori della fantasia, dicono il vero e lo dicono in modo oggettivo.

Poi mi capita di assistere, perché smonto dalla notte di guardia e sto mangiando qualcosa sul divano prima di andarmene a dormire, all’intervento del governatore Visco nel corso della relazione annuale di Bankitalia. Lo ascolto mentre parla a questa platea di uomini ben pasciuti, con la pelle del viso rosea e distesa, dentro questi completi fatti a mano che costano più di un mio stipendio mensile, le pettinature senza un capello fuori posto come se il taglio e la messa in piega fossero davvero parametri determinanti per pesare la pasta di cui sei fatto, lo ascolto enunciare la solita tiritera di ovvietà sul bisogno di cambiamento, sull’ottimizzazione della produttività, la distribuzione dei redditi, il funzionamento dell’amministrazione pubblica, e tutto il baraccone ha l’aspetto di un tabellone del Risiko, quel famoso gioco di società in cui lo scopo è conquistare il mondo a spese dei tuoi avversari accumulando carrarmati che poi vengono mandati al macello; tanto a fine partita, se hai perso, hai perso soltanto nell’orgoglio perchè l’avversario è stato più furbo o più fortunato di te ma poi torni a casa e un letto caldo dove dormire lo trovi, e domattina il tuo lavoro ti aspetta, e con esso il tuo sacrosanto stipendio mensile.

Allora lo chiedo sinceramente: che democrazia è quella in cui i cittadini non contano più nulla, sono carne da macello, semplici numeri, le loro storie non hanno alcun valore e puoi privarli di un giorno all’altro di un lavoro, della casa, della famiglia? Cos’è diventato questo paese, questo luogo dell’iperuranio in cui pochi uomini ben pasciuti, con le iniziali sulla camicia e il rolex sul polsino, tengono tutti gli altri per le palle e spostano i carrarmati da un punto del tabellone all’altro?

Si, perché io nella pubblica amministrazione ci lavoro: e per un ministro Visco che pontifica sul rinnovamento che tarda a venire da decenni, sul fallimento di una costruzione basata sulla difesa delle rendite e sul particolare di ciascuno, sui costi e sugli sprechi eccetera, c’è uno come me che passa la giornata a fare gli slalom tra gli sprechi stessi, la burocrazia e il particolare di ciascuno, compresi quelli che vanno a rivestire cariche di varia natura senza nemmeno averne non dico il merito, ma anche solo una lontana idea, uno come me che ne avrebbe da dire sulla gestione dei costi e la sclerosi delle strutture amministrative e della selezione del personale, ma che a parte brevi sfoghi come quello di oggi sta zitto e cerca di fare al meglio almeno il suo piccolo, insignificante lavoro, per quanto poco questo possa valere, perché farlo è comunque più dignitoso che desistere aspettando la pensione, se mai quest’ultima dovesse arrivare.
Anche perché, e qui torniamo in parte in ospedale e in parte al raduno annuale di Bankitalia, vi posso garantire che un conto è discettare dei massimi sistemi con le scarpe Prada ai piedi e il capello fluente da Principe Azzurro di Schrek e un conto è tenere la mano a un paziente che piange, immerso nella puzza del suo stesso piscio, perché sa che le sue ore sono contate e la paura di schiattare gli fa battere i denti.

Questo vorrei dire al ministro Visco, subito dopo essere sceso dal palco e aver letto il suo discorso programmatico e dattiloscritto: vieniti a sporcare le mani di merda anche tu, caro ministro, vieniti a sporcare anche tu le mani di merda e di lacrime e di sangue e di sofferenze ingiuste e inspiegabili, vieni a vedere cosa succede in quei pochi posti in cui qualcuno ha ancora la fortuna di poter lavorare, che poi dei massimi sistemi ne riparliamo con calma e a bocce ferme.

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