Il signor Pulce

Il signor Pulce occupa tutto il lettino dell’ecografia. È alto e ha la faccia buona che potrebbe avere un vecchio zio coi baffi, il tecnico onesto che viene ad aggiustarvi la lavastoviglie, l’infermiere in pensione che faceva le iniezioni sulla pancia della nonna malata.

Gli guardo una cicatrice a forma di ipsilon sulla pancia, chiedo come se l’è procurata. Una doppia ulcera gastrica, risponde asciutto. Ci sono stati tempi in cui di ulcera gastrica si moriva, anche se qualche paziente poco paziente dei giorni nostri se lo è dimenticato.

Il signor Pulce viene dalla Bosnia. Aveva studiato, si era laureato e aveva un buon lavoro. Poi nel fatidico 1992 la guerra, i serbi che sfollano i non serbi e tu che la sera prima eri benestante e la sera dopo ti ritrovi con quello che hai in tasca. Niente più lavoro, niente più casa, niente di niente.

Avevo quarant’anni, dice il signor Pulce. Troppo presto per aver fatto qualcosa di buono, troppo tardi per imparare a fare qualcos’altro.

Come tanti, il signor Pulce fa l’unica scelta possibile: scappa in Italia. Sono gli anni di Lamerica, il film di Gianni Ameglio, gli anni delle barcarole albanesi che fanno rotta verso le coste adriatiche italiane. Nessuno di noi italiani ha mai avuto a che fare prima di allora con albanesi, rumeni e altri popoli dell’est europeo: ci limitiamo a fissare attoniti i filmati dei telegiornali che mostrano valanghe di disperati che approdano sulle rive pugliesi in cerca di un posto migliore, e i pugliesi che li accolgono come lontani cugini. Ma sono gli anni novanta, in Italia girano un po’ di soldi e soprattutto all’epoca c’è ancora la lira. Gli albanesi, perché per noi e per almeno un decennio saranno tutti albanesi, a prescindere dal luogo di origine, faranno i lavori più umili, quelli che nessuno vuole fare. Quelli per cui oggi c’è gente italiana che ammazzerebbe, pur di averne uno.

Come si è trovato in Italia?

Il signor Pulce è educato, sorride amaro e si limita a scuotere le spalle. Dice: Adesso, dopo quasi venticinque anni, mi trovo bene. Tutti i miei amici sono italiani.

Lo dice con una pacatezza sospetta, sotto la quale cova la cenere di anni difficili, di integrazioni complicate. Forse di bocconi amari da buttare giù, per un laureato in psicologia che è costretto a fare il muratore o il magazziniere nel florido nord-est italiano, la locomotiva d’Italia.

Alla fine ripongo la sonda ecografica nel suo alloggiamento, lo guardo, gli dico che è tutto a posto. Lui sorride ancora, ha una signorilità non comune anche nei gesti più comuni. Mi stringe la mano con una certa energia e prima di andar via dice: Noi popoli mediterranei siamo ospitali, ci somigliamo tutti. Con i tedeschi e gli inglesi è più difficile andar d’accordo.

Io annuisco: in questi giorni sto leggendo libri che, almeno per quanto riguarda noi italiani, gli danno tanta di quella ragione che lui neanche immagina. La perfida Albione e l’amico Fritz, responsabili storici di tanti danni italici.

Poi infila la porta, alto com’è, e deve quasi chinarsi per non battere la testa. No, decisamente quel cognome così insolito, Pulce, un cognome che (ha detto poco prima con un certo orgoglio) dalle sue parti risale al 1200, proprio non è adatto a lui.

5 Responses to “Il signor Pulce”

  1. kweedado ha detto:

    Hai mai fatto un’ecografia a un sommergibilista italiano 90enne della II guerra mondiale? Una delle ecografie più lunghe e divertenti della mia vita.

  2. Gaddo ha detto:

    @ kweedado

    Potresti raccontarcelo, se ne avessi voglia. Per quanto mi riguarda, la migliore è stata quella di un vecchio comandante dei partigiani che mi raccontò dell’attentato a una caserma dei carabinieri da lui organizzato e capeggiato durante la resistenza. Devo averlo raccontato sul blog, qualche anno fa.

    • kweedado ha detto:

      Raccontava di quando hanno dovuto evacuare di corsa gli italiani dalla Tunisia dopo la disfatta di El Alamein, di come si ingegnavano per non farsi beccare dai cacciatorpediniere inglesi, di che effetto facevano le bombe di profondità: quell’ecografia non finiva più. Non so se ero più contento io che lo stavo a sentire o lui che raccontava.

  3. antonio.bellezza ha detto:

    E’ morto l’anno scorso un mio paziente, 96 anni, reduce dalla campagna di Russia. Era un fante di vedetta sull’ansa del Don controllata dagli italiani, quando ha cominciato a sparare verso un “nemico” che vedeva nell’ombra del tramonto. Lui stesso mi disse che non sapeva quanto era paura e quanto vino ingurgitato per resistere al freddo.
    Visto che il “nemico” non si muoveva, prese il coraggio che gli restava e si mise a correre verso l’ombra che vedeva. Era un albero.
    Poi iniziò per lui la lunga ritirata. 3000 km a piedi fino alla Romania. Purtroppo non ricordava i vari punti di sosta. Era un falegname. Sopravvisse e continuò a fare il falegname al rientro in patria.

    Ma il ricordo più bello riguarda un novantenne chiamato dal medico a fare una ecografia addominale. Storia recente. Dal lato ecografico non aveva un piffero ed è vivente e in buona salute. Mi raccontò di essere stato artigliere in africa, in una buca per mortai. I carri inglesi passavano e li ignoravano, come effettivamente riportato in molta memorialistica. Tanto li avrebbero fatti prigionieri dopo. Lui aveva sete, fame, temeva ovviamente per la sua vita.
    Fatto prigioniero, dopo quattro anni in India, tornò in Italia.

    L’ho salutato dicendo che non vedevo nulla di patologico nel suo addome, par altro ancora tonico, da contadino. Ricordava il suo reparto e gli amici deceduti.
    Non voleva nemmeno farselo l’esame, e si può capire.
    Ma al momento di lasciare la sala ecografica l’ho salutato militarmente, come meritava.
    All’improvviso i suoi occhi si sono illuminati. Si è irrigidito sull’attenti e mi ha salutato militarmente. (Sapeva che sono un ex ufficiale).
    Gli ho detto che il saluto glielo dovevo per quanto aveva sofferto e era un onore averlo conosciuto.
    E’ andato via contento, camminava diritto, non volle l’aiuto della figlia.
    Piccole cose.

  4. giancarlo ha detto:

    Vorrei qui ricordare un paracadutista della Folgore, che a Quaret el Himeimat sul fronte di El Alamein si ficcava in una buca e piazzava mignatte magnetiche sulla pancia dei carri inglesi. Purtroppo un epatocarcinoma gli avava fatto più danni delle granate britanniche. Ma il mio vero rimpianto è di non aver mai fatto un esame ad un cavaliere di vittorio veneto. Nel caso, avrei chiuso l’ecografia quel giorno per farmi raccontare…

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