Il viaggio del falegname

Giuseppe fa il falegname in un villaggio sperduto della Galilea: poche baracche costruite ai piedi di una collina riarsa dal sole, qualche gregge di pecore magre condotto al pascolo sulla riva di un torrente quasi asciutto. All’orizzonte, un paio di donne si affaccendano intorno ai pochi alberi di fichi.

Giuseppe non ama molto il suo lavoro. Lo ha ereditato da suo padre, Zaccaria, un uomo di poche parole e dalle mani grandi e callose; come lui, non trae piacere dal manipolare la scorza ruvida del legno, la sua polpa dura e testarda. Ma fare il falegname, per un uomo che non possiede terreni o bestie da pascolo, è un modo come un altro per tirare a campare: c’è sempre chi ha bisogno di rimettere in sesto i cardini di una porta o le gambe di un tavolo marcito dai tarli.

Giuseppe ha una moglie, Maria.

Maria ha molti anni meno di lui e si occupa della casa: lo fa con l’amara e silenziosa rassegnazione delle donne galilee, che non aprono bocca se il marito, il Signore lo preservi da ogni male, non gliene dà il permesso.

La vera luce degli occhi di Maria è però il loro figlio maschio: si chiama Gesù ed è un bel bambino bruno e vivace, pieno di insondabili energie infantili. Dovrebbe avere ormai sei o sette anni, eppure la madre ha per lui ancora sguardi colmi d’amore e meraviglia: Maria all’epoca non si aspettava di essere incinta, era una ragazzina di appena quindici anni e la gravidanza l’aveva strappata con la forza a una fanciullezza che sembrava eterna.

Dopo di lui non sono arrivati altri figli ma a Giuseppe e Maria va bene così.

Una bocca da sfamare per loro è già abbastanza.

*

Giuseppe, da buon ebreo praticante, recita i salmi, il sabato frequenta la sinagoga e ogni Pasqua si incammina con la moglie e il figlio verso Gerusalemme: lui e Maria si alternano a dorso del mulo spelacchiato mentre Gesù scorrazza davanti a loro, giocando con l’agnellino che sarà sacrificato di lì a qualche giorno sulla spianata del Tempio. Qualche volta il bambino è stanco e allora lo tengono sulla sella insieme a loro, ben saldo per non farlo scivolare a terra, e Giuseppe ne approfitta per raccontare a Maria le storie della sua famiglia. Sono vecchie storie di nessun valore, che parlano di persone dimenticate e per lo più morte da decenni: ma Maria ascolta volentieri, anche quello è un modo per stemperare la crudezza e le difficoltà del viaggio.

Come d’inverno, quando fuori fa buio presto e tutti insieme siedono davanti al fuoco, Maria ascolta in silenzio.

Giuseppe non saprebbe spiegare cosa prova per la moglie.

E’ un uomo pratico e non crede nell’amore coniugale: per lui il matrimonio è stato una specie di destino ineluttabile e imprevisto, una tappa inaspettata nel suo cammino sulla terra.

Si è sposato tardi, ormai rassegnato a una solitaria esistenza di lavoro, a un’età in cui gli altri uomini hanno già i figli grandi. Ha preso in moglie una ragazzina orfana di padre e madre, senza dote, fra lo stupore di tutti. L’ha fatto perché il defunto genitore era uno dei suoi amici d’infanzia; e anche perché Maria è una gran lavoratrice, umile ed obbediente, che non avrebbe interferito più di tanto con la sua indole solitaria.

Eppure un giorno Giuseppe scopre la paura di restare solo.

Maria sta male. Ha continue perdite di sangue, dimagrisce a vista d’occhio ed è di un pallore quasi accecante: passa le giornate ad occhi chiusi, distesa sul loro povero giaciglio. Giuseppe di sera, chiusa la bottega, mangia un tozzo di pane e siede accanto a lei. Certe volte le appoggia una mano sul ventre e le sue dita ruvide palpano qualcosa di duro, una massa di consistenza aspra, diversa dalla densità buona del legno. Quando sente le lacrime salire agli occhi si volta dall’altra parte o ricomincia a raccontarle le sue storie: ma Maria capisce che Giuseppe è triste e allora i due, marito e moglie, finiscono per piangere insieme.

Anche Gesù si è accorto che la madre soffre. Lui piange in silenzio, lontano dai genitori; più che altro prega il Signore che Maria guarisca. Si addormenta di fianco a lei con gli occhi ancora umidi, sognando di imporle le mani e di restituirle la salute, il colorito roseo e quei suoi grandi e buoni occhi color nocciola.

Ma Maria non guarisce.

Semmai peggiora.

*

Allora Giuseppe si rivolge agli anziani della Sinagoga. E’ in preda allo sconforto, le vecchie donne pratiche di cose femminili gli hanno rivelato che Maria è destinata a morire lentamente, fra molti tormenti.

Gli anziani sono sconcertati quanto lui, ascoltano in silenzio il suo sfogo amaro e tacciono addolorati.

Solo uno di loro si leva in piedi, esitante. Dice: “Ho saputo che un guaritore di Cafarnao va in giro per i villaggi della Galilea a compiere miracoli. Si racconta che sia capace di guarire qualsiasi male. Potresti raggiungerlo e convincerlo a seguirti”.

Giuseppe lo guarda e annuisce dubbioso. Non sa dove cercare questo guaritore e non esiste nessun motivo per il quale, anche se lo trovasse, l’uomo dovrebbe seguirlo fino al villaggio: non saprebbe come ricompensarlo. Forse, con Maria ammalata, non avrebbe neanche cibo da offrirgli.

Ma l’anziano insiste.

“Parti, Giuseppe. Provare è meglio che vederla morire giorno dopo giorno”.

E’ vero.

E infatti Giuseppe parte, a dorso del vecchio mulo, dopo aver baciato Maria sulla guancia smorta e raccomandato a Gesù di prendersi cura di lei.

Dopo alcuni giorni di viaggio, Giuseppe raggiunge Cafarnao.

Cafarnao è una cittadina di tutto rispetto, altro che il suo pidocchioso villaggio di baracche. C’è gente dappertutto e un gran fermento lavorativo: muratori, mercanti, venditori d’acqua; sulle sponde del lago i pescatori smerciano il pesce della mattina urlando a squarciagola. Ogni tanto incrocia soldati romani: vanno in giro in piccoli drappelli, armati fino ai denti, senza guardare in faccia nessuno. Parlano una lingua che Giuseppe non conosce e non ha nessun desiderio di imparare.

La vista del lago di Tiberiade gli dà le vertigini: non è avvezzo alle grandi distese d’acqua e alle grosse barche da pesca che lo solcano, ornate di vele multicolori. Lo scintillio argentato del pesce morto sulla riva gli ricorda che non mangia da due giorni.

Ma non c’è tempo da perdere.

Maria è il suo pensiero fisso.

Si avvicina titubante a un capannello di pescatori che si raccontano storie sconce, ridendo e dandosi manate sulle spalle, e chiede notizie del famoso guaritore. I pescatori lo guardano e una luce di gaiezza si accende nei loro occhi cisposi.

“Stai parlando di Gesù di Nazareth? Quel matto che se ne va in giro a guarire i moribondi e a predicare l’amore per i nemici? Fosse rimasto qui con noi a Cafarnao, adesso sarebbe il pescatore più ricco del lago”.

Giuseppe ha un moto interiore di esultanza. Il guaritore esiste davvero e porta il nome di suo figlio: la notizia gli sembra di buon auspicio.

“Dove si trova adesso?” chiede, pieno di accanita speranza.

“E chi lo sa?” ribatte uno dei pescatori. “E’ sbucato fuori dal nulla, saliva sulle nostre barche e le reti si riempivano di pesci come per magia. Speravamo che rimanesse a lungo qui a Cafarnao, abbiamo persino provato a trovargli una moglie ma non c’è stato nulla da fare. I nazareni hanno la testa dura”.

Giuseppe ringrazia i pescatori, un’ansia strisciante gli colma il ventre. Aver saputo che il guaritore esiste davvero e non sapere ancora dove trovarlo gli sembra crudele: ma Cafarnao è grande e lui non ha perduto le speranze.

Mentre si allontana, uno dei pescatori lo chiama.

“Straniero!” urla con voce roca. Giuseppe si volta lentamente.

“L’ultima volta che l’ho visto si era imbarcato per l’altra riva. Potrebbe essere ancora là”.

E’ già qualcosa.

Giuseppe si inchina, poi riprende il viaggio.

Sull’altra riva del lago, nel paese dei Gadareni, la musica cambia.

Ogni volta che Giuseppe chiede informazioni su quel Gesù di Nazareth i volti si rabbuiano e le porte vengono sprangate: sembra che gli abitanti del luogo non vogliano avere nulla a che fare con quell’uomo. Solo una donna, china a riempire la brocca d’acqua ad una fontana, gli racconta la storia del guaritore. Gesù aveva affrontato due indemoniati che terrorizzavano da mesi la gente del posto. Li aveva incontrati da solo, lungo una strada deserta, senza nessuna paura di quei farabutti: aveva scacciato i loro demoni e questi si erano impossessati di una mandria di porci che grufolavano in un campo poco lontano. I porci erano finiti in mare, almeno così raccontavano i mandriani che avevano assistito alla scena, e la gente del luogo aveva allontanato quel mago galileo dalla loro terra.

“Meglio due pazzi indemoniati che una mandria di porci annegata” aveva sentenziato la donna, accomiatandosi da Giuseppe.

Poi è la volta di Nazareth.

Giuseppe è convinto che là troverà qualche notizia di quell’insolito guaritore: i suoi genitori e i suoi fratelli, perlomeno, sapranno di sicuro dove si trova Gesù.

Nel piccolo paese, invece, nessuno sa nulla. I nazareni gli ridono in faccia, gli raccontano che Gesù non è che un empio bestemmiatore, un folle che ha dichiarato di essere il messia che libererà Israele.

“Noi conosciamo lui e la sua famiglia” gli raccontano in sinagoga. “Sappiamo chi sono suo padre e sua madre. Conosciamo Giacomo, Simone e gli altri suoi fratelli. Quando il messia sarà giunto tra noi, nessuno saprà da dove viene”.

Ancora una volta, Giuseppe saluta con rispetto gli anziani di Nazareth e prende in mano le redini del mulo.

“E il messia sarà un re, non un misero falegname” conclude con sdegno uno di loro.

*

Giuseppe è stanco, il suo mulo pure.

Tiro, Sidone, Cana, Betsaida: l’uomo e il suo animale stanno percorrendo in lungo e in largo la Galilea ma il guaritore nazareno sembra introvabile. Peggio ancora, ogni volta che Giuseppe raggiunge un villaggio la risposta alle sue domande è sempre la stessa: Gesù è appena passato da quelle parti, ha predicato la venuta del nuovo regno di Israele, ha guarito decine di malati e poi se n’è andato con il suo codazzo di discepoli. Qualcuno lo ricorda con piacere e parla di lui come di un angelo del Signore: uno di essi è il lebbroso guarito nei dintorni di Cafarnao, che va in giro piangendo di gioia e mostrando a tutti la sua pelle guarita. Qualcun altro ne parla come di un bestemmiatore, si vanta persino di aver provato a lapidarlo.

Ma a Giuseppe non importa. Ormai stremato dalle fatiche dell’interminabile viaggio, smagrito dalla fame e quasi rimbecillito dal sole implacabile che gli cuoce il cranio, non sa fare altro che procedere a testa bassa e gli occhi semichiusi. Divide quel poco che c’è da mangiare con il mulo, anch’esso ormai ridotto a pelle e ossa, e si rimette subito in cammino in quelle lande polverose e riarse dal sole.

Non gli importa che il guaritore sia un pazzo, non gli importa nemmeno che sia il messia di Israele: le sue uniche preghiere sono per Maria e per suo figlio.

A volte, quando riposa, sogna sua moglie: Maria è distesa sul giaciglio, la pelle incartapecorita. Respira a fatica e un rantolo continuo ed impercettibile è il solo suono che esce dalle sue labbra smorte. Il piccolo Gesù le è accanto e piange.

Quando si desta, con la luna ancora alta nel cielo, anche le guance di Giuseppe sono rigate di lacrime.

*

All’improvviso, le tracce del guaritore deviano verso la Samaria e poi verso la Giudea.

Giuseppe costeggia il Giordano senza più energie, ormai lo tengono in sella solo le sottili forze dell’istinto e della volontà. Di tanto in tanto viene soccorso da qualche caritatevole pastore che gli offre un piatto di ceci e un po’ d’acqua; giusto per placare l’arsura che gli brucia l’anima. Persino Maria è un ricordo lontano: a volte, mentre avanza imperterrito lungo la strada, deve sforzarsi di ricordare i motivi che lo hanno spinto fin laggiù; ricordarsi di avere una moglie malata e forse già morta da tempo, un figlio abbandonato a sé stesso.

Passa per Gerico, dove si parla ancora con meraviglia dei due ciechi guariti dal mago nazareno; punta con decisione verso Gerusalemme, pensando che l’ultima volta è stato lì con Maria e il piccolo Gesù, che Gesù giocava con l’agnellino e Maria ascoltava le sue vecchie storie in silenzio, con un vago sorriso sulle belle labbra.

Arriva a Gerusalemme di pomeriggio.

Il cielo è buio, nuvole nere oscurano il sole e c’è un vento gelido che taglia le strade: eppure le strade sono piene di gente, l’atmosfera è carica di una sottile tensione che Giuseppe fa fatica a decifrare. Una volta tanto non deve preoccuparsi di chiedere nulla, tutti quelli che incontra gli raccontano la stessa storia: hanno preso Gesù di Nazareth, lo hanno crocifisso, i suoi discepoli sono fuggiti come cani bastonati, era ora che questa storia finisse, non gli hanno creduto e lo hanno ucciso, era un pazzo e un bugiardo, era il figlio di Dio.

Giuseppe avverte qualcosa dentro di sé che si incrina e poi si rompe, una sorgente di dolore che gli sconquassa il petto e gli annebbia la vista; e allora comincia a correre, corre in mezzo a un fiume di gente vociante, corre senza darsi cura delle donne che spinge con violenza a terra, degli storpi e dei mendicanti che calpesta senza pietà, corre in mezzo alla pioggia e al vento come se nella sua vita non avesse fatto altro, povero falegname di un misero villaggio ai confini del mondo, corre verso la collina che gli hanno indicato, corre mentre il cielo nero è scosso dai tuoni e incendiato dai lampi, corre e il suo viso è di nuovo bagnato ma questa volta non sa se sono lacrime o pioggia, corre e corre e corre.

Poi, alla fine, lo vede.

Lo vede inchiodato a una croce di legno, in mezzo ad altre due croci uguali alla sua, con il volto magro e terreo reclinato da un lato. Le sue mani sanguinano.

Ai piedi della croce un gruppo di donne si strappa i capelli, urla il suo nome e piange.

Dappertutto, soldati romani e gente confusa, in preda a un’inspiegabile irrequietezza.

La terra trema.

Giuseppe cade in ginocchio e urla.

*

La strada del ritorno è più agevole, Giuseppe ormai la conosce bene.

Avanza costeggiando ancora il fiume Giordano: la vista dell’acqua che scorre pigramente gli dà refrigerio, lo distrae dai suoi pensieri di morte.

Sa bene che, tornato a casa, non troverà più Maria. Il viaggio è stato inutile, ha fallito la sua missione.

Solo adesso comprende quanto la moglie fosse importante per lui e si maledice per il tempo perduto, per tutte le volte che non è stato ad ascoltarla; che non ha allungato la mano per farle una semplice carezza sul viso.

*

Non è passato molto dalla sua partenza: il villaggio di baracche non è cambiato, i suoi greggi di pecore magre, i suoi alberi di fichi; il nulla intorno, l’incurabile sensazione di essere ripiombati al confine del mondo.

Gli corre incontro il piccolo Gesù, lo chiama più volte da lontano: padre, padre, sei tornato a casa.

Il padre e il figlio si abbracciano in mezzo al sentiero, le loro lacrime si mescolano alla polvere di cui Giuseppe è sporco dalla testa ai piedi. E’ il tramonto.

Poi Gesù si scioglie dall’abbraccio e gli indica un punto lontano.

C’è Maria sulla porta di casa.

Maria gli sorride.

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