Il viatico di Giorgio Faletti

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Quando ho letto (su Twitter, che per aggiornarsi è sicuramente meglio di Bruno Vespa) della morte di Giorgio Faletti, ho provato il distaccato dispiacere di quando muore un vicino di casa che conosci da quando sei nato, pur senza aver avuto con lui rapporti più che tangenziali.

Sarò sincero fino al fastidio fisico: Faletti non mi faceva ridere da comico, mi risultava illeggibile come scrittore e inascoltabile come cantante (sono sempre stato convinto del fatto che Minchia signor tenente fosse nata canzone cazzara, e solo durante la stesura avesse preso l’involontaria china amara che tutti conosciamo). Faletti era il Fabio Volo 1.0: l’italiano estroso che sa far tutto ma in realtà non sa far niente bene, e alla fine ottiene un successo del quale è lui il primo a meravigliarsi.

Ma di una cosa devo dar atto a Giorgio Faletti: non aver mai finto di essere qualcos’altro. Faletti non si è spacciato per intellettuale (a differenza di parecchi emeriti asini che presenziano diuturnamente l’arena culturale nazionale), non ha preteso di creare mode letterarie, ha composto canzonette con la onesta consapevolezza del canzonettaro. In un panorama culturale sconsolante e del tutto autoreferenziale come quello italiano di inizio terzo millennio, mi sembra un degno viatico da lasciare in eredità a chi rimane.

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