Io amo quando mi regali qualcosa

Tu lo sai, siam fatti di meraviglie. E io non sono come il mio professore di istologia, quello un po’ guercio, che durante la lezione in cui ci spiegava l’epitelio disse: Beh, se io fossi stato nei panni del Padreterno avrei fatto le cose un po’ diversamente. Come a dire: che principiante, quel Padreterno lì.

Siamo fatti di meraviglie, dicevo: e io ho scelto il mestiere migliore per godermi le meraviglie. Io non sono come il patologo, che vede tutto quando ormai è troppo tardi per porci rimedio e le meraviglie cominciano a emanare cattivo odore. E non sono nemmeno il chirurgo, che non ha tempo per guardarle perché quando le ha sotto gli occhi il campo è immancabilmente imbrattato da sangue, pus e schifezze varie. Io, salvo i casi in cui c’è malattia, vedo il corpo umano così come deve essere, come il Padreterno tanto bistrattato dal professore di istologia deve averlo immaginato nel suo momento di massima ispirazione. Vedo simmetrie, incastri da Tetris tridimensionale, ardite ingegnerie, soluzioni semplici a problemi complessi. E ogni volta non riesco a restare impassibile, mi stupisco come un bambino e penso che la questione abbia dell’incredibile: una macchina fatta della stessa sostanza dei sogni, a momenti, eppure così adatta alla sopravvivenza e talmente robusta che, come ho detto e ripetuto fino allo sfinimento, morire è una delle cose più difficili del mondo.

Ecco perché quando penso al tuo naso, alla tua bocca che mi strappa baci, al bel collo che ti circonda la trachea, ai polmoni che contengono i bronchi, io mi commuovo. Perché è quella la strada attraverso la quale l’aria arriva ai tuoi polmoni, conduce l’ossigeno negli alveoli e di lì in circolo: e tu allora puoi correre, studiare, sorridere, e se fai tutte queste cose io sono felice. Felice due volte: per te e anche per me, che sapendoti felice a mia volta posso sorridere e godermi il caffè sereno del tardo pomeriggio. E poi ci sono i tuoi occhi, quelli con cui guardi il mondo con l’entusiasmo di bambina, che ho amato fin dal primo giorno che ti ho vista. Mi rimarrà per sempre, anche se sono un medico, il senso di mistero nascosto dietro la luce che li illumina: perché i tuoi occhi sono illuminati da dentro, e non da fuori. Così, quando mi illumini con il tuo sguardo, io mi commuovo; anche se poi faccio finta di niente e fingo di tossire, o che qualcosa mi abbia distratto.

C’è un grande mistero dentro ogni corpo umano: cosa dia realmente vita a quegli organi perfetti fin nei minimi particolari, che resistono a fame, sete, malattie e pure al tempo. Pensaci bene: un’automobile è costruita di acciaio, eppure dopo dieci anni è pronta per essere rottamata. Il nostro corpo dura molto più a lungo ed è costituito per lo più da acqua, qualche osso, un po’ di ciccia. Ma io lo so cosa ti anima. No, non è quel cervello così perfetto, simmetrico, tagliato come un diamante puro e molto più complesso di qualunque computer l’uomo abbia mai inventato: che io amo così tanto perché lì dentro c’è il tuo carattere, la tua memoria infallibile, ci sono i tuoi sogni, l’amore che provi. Quello che ti anima è il cuore, quel piccolo martello che porti nel petto e che io sento battere ogni volta che mi avvicino a te. Mi accosto al tuo petto, anche di notte, mentre dormi, appoggio l’orecchio e me ne sto interi minuti a sentirlo battere, implacabile, senza mai perdere un colpo. Il tuo cuore è il ritmo della mia esistenza, il metronomo della mia stessa felicità.

Il tuo cuore detta i tempi del mio: senza l’eco dei tuoi battiti, anche il mio rimane fermo.

(la canzone della clip è The book of love, di Stephin Merritt, ancora una volta cantata da Peter Gabriel nel solito album Scratch my back, uscito nel 2010. Probabilmente la più bella canzone d’amore mai scritta. Nel più bel disco di cover mai inciso)

5 Responses to “Io amo quando mi regali qualcosa”

  1. antonio.bellezza ha detto:

    a parte la poesia, caro Gaddo, forse tu confondi una struttura complessa con una struttura perfetta. Noi,qualsiasi essere vivente su questo pianeta, siamo strutture complesse. Più aumenta la complessità, più viene meno la perfezione.
    Non credo, in base a criteri logici, scientifici, che un corpo umano sia perfetto. Non lo è quello di un cane, non lo è quello di un rettile o di una gallina, con i quali siamo comunque apparentati.
    Siamo complessi, questo si. Ma la nostra complessità forse risiede solo nella consapevolezza del vivere e della morte, ammesso che altri viventi non abbiano la stessa consapevolezza.
    Di una cosa sono certo e ti seguo:noi proviamo amore. Non è lo stesso amore della mia gatta quando partorisce, ma si avvicina molto all’amore delle scimmie quando portano il piccolo lontano, morto. E forse piangono.
    Per finire, accettiamo la complessità e le sue meraviglie. Ma non parliamo di perfezione. Basta un piccolo agglomerato di DNA o RNA, un virus che sopravvive (lui si) da qualche milione di anni per ammazzarci a centinaia . Ti ricordi la spagnola? e nessuno sa ancora cosa è stata. Dunque siamo perfetti?
    Con affetto
    Antonio Bellezza

  2. Gaddo ha detto:

    @ antonio

    Ti dirò, invece, che per me la perfezione sta proprio nel fatto che questo viaggio è destinato a finire. Sta nell’evidenza che la macchina che ci trasporta non è indistruttibile: e in questa evidenza cerco di trovare un senso superiore. La bellezza del DNA sta proprio in ciò che è programmato al suo interno: l’esistenza, come tutto il resto delle cose umane, è un arco: ogni parte di questo arco merita di essere vissuta. Se ne rifiuti una, anche solo una piccola parte, hai fallito.

  3. robxyz ha detto:

    Hai la sensibilità di un poeta. Per questo sei un gran medico. Mi hai commosso, Gaddo.
    roberto

  4. Gaddo ha detto:

    Grazie. Sei gentile.

  5. giancarlo ha detto:

    Io ho quel che ho donato…

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