Io sono ancora qua (di una pista da sci, un radiologo e due bimbi merdi*)

Tu scii, sereno, su un quasi-piano. Vai piano, appunto, perché la discesa è finita da un bel pezzo e a momenti devi spingerti a mano. Te ne stai sul bordo destro, secondo buona regola cristiana, ed ecco che il primo bimbo merdo arriva tutto sparato, ti taglia la strada e ti butta nella neve fresca. È accaduto a me. Giusto il tempo affinché il radiologo che ho dentro realizzasse e mi riferisse, in rapida sequenza: perché non stai attento a chi ti taglia la strada, cretino, stai cadendo in avanti, speriamo che non ti partano le ginocchia, no, dai le ginocchia no, però alla fine mi sa che non farai nemmeno in tempo a mettere le mani a difesa della faccia, ti spaccherai i denti e pluff, affondo nella neve fresca come in un piatto di panna montata, per un tempo che sembra infinito, una slow motion alla Tarantino. Che la faccia nella polvere sono abituato a tenerla, ultimamente, ma questo francamente è troppo. Quando rialzo la faccia, sputacchiando cristalli di ghiaccio e non frammenti di denti, per fortuna, del bimbo merdo nemmeno l’ombra: e si che mi sarei accontentato anche di avere sotto mano il padre, che in genere la mela marcia non cade mai troppo lontana dall’albero che l’ha generata.

Seconda puntata: arrivo alla seggiovia, mi fermo in coda e tempo due secondi un altro bimbo merdo mi becca le code degli sci e mi manda a gambe all’aria. Ma stavolta la caduta è all’indietro, e il radiologo che abita lo sciatore improvvisato che in fin dei conti sono fa di nuovo in tempo a dirmi, nell’ordine, con la freddezza imparata da anni di studio matto e disperato de Il Manuale del Sadico Osservatore Esterno: ecco che ancora una volta te ne sei stato fermo in mezzo alla gente in coda alla seggiovia, ma si può sapere a cosa pensi quando scii, guarda che adesso ti si torce il ginocchio, ahia, vedi, questo dolore qui è il collaterale mediale che si stira, poi attento che tibia e femore urtano uno contro l’altra e sono guai. Finalmente, zittendolo di malagrazia, riesco a perdere l’equilibrio un secondo prima che ci vadano di mezzo i crociati: e piombo a peso morto, scusate il cattivo francese, sul culo.  Stavolta la neve è dura, non fresca, e il culo è ancora tonico ma la caduta è pesante.

Un attimo prima che il sottoscritto inizi a offendere pesantemente i suoi antenati, il maestro di sci che accompagna il bimbo merdo ha persino l’ardire di dirmi, con voce da maestrino (quale è, in effetti) che devo stare attento e rallentare ben prima della fine della pista: poi però capisce subito la situazione e abbassa la cresta profondendosi in molte e articolate scuse che ovviamente non mi risolvono il problema clinico.

Così adesso, mentre sono qui al freddo a scrivere, e aspetto che la Santa Donna venga a recuperarmi con l’automobile sua omonima, penso che domani non voglio per niente al mondo mancare al lavoro e penso anche a quanto sarebbe bello farsi male e basta, come tutti, senza che un saccente radiologo interiore, merdo come il bambino di cui sopra, ti faccia la radiocronaca in tempo reale dell’evento.

* in dialetto ferrarese il putìn merd è un bambino, non ancora adolescente, viziato, petulante, maleducato e saccente. Insomma, un bambino insopportabile (al mondo ne esistono, garantisco).
** la canzone della clip è Io sono ancora qua, di Vasco Rossi, tratto dall’album Vivere o niente del 2011. Chi mi segue sa benissimo che non sono mai stato un grosso estimatore di Vasco Rossi, anzi, ma la clip è pertinente per tre motivi: perché a conti fatti, nonostante la botta, sono ancora qua; perché tornando casa come al solito mi è toccato sintonizzare Spotify su Vasco Rossi e sorbirmelo per metà del viaggio (la vita matrimoniale comporta compromessi anche su gusti musicali non perfettamente allineati, ma durante un viaggio di ritorno da una sciata con amici Vasco Rossi ci può anche stare nonostante la piccola dica che quella voce catarrosa proprio non le piace); e perché, diosanto, a volte per dire una parola gentile a qualcuno che manco conosci ti ritrovi senza volerlo in un verminaio di quelli che hai giurato a te stesso di evitare come la peste. E allora, visto che sono ancora qua, magari per il prossimo futuro ci resto pure.

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