Italian Planes

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Dusty è un aereo agricolo che passa la vita a irrorare di letame i campi di mais del Nebraska. Ma ha un sogno: vuole essere un aereo da corsa. Per cui si impegna, si allena, suda e fatica e alla fine, nonostante gli sgambetti di un rivale infido che vuole vincere a qualunque costo la gara finale, riesce nella grande impresa.

All’uscita del cinema, mio figlio: “Ma perché quell’altro aereo voleva vincere anche se era meno bravo di Dusty?”.

E questo è un punto importante di cui discutere: un giorno, quando sarà più grande, gli esporrò le mie personali teorie su quanto disturbate possono essere le persone con cui avrà a che fare, nella vita lavorativa e non solo. Ma è più critico un altro punto, pavento: la strategia di chi è conscio che non potrà mai farcela con le proprie sole forze.

E allora preparati bene alla vita, figlio mio. Siamo in Italia: dovessi accorgerti che sei meno bravo dei tuoi rivali, comincia almeno a trovarti gli amici potenti.

13 Responses to “Italian Planes”

  1. Vito ha detto:

    Il problema è anche maggiore, ci sono occasioni (e neanche poche) in cui sei anche il più bravo ma non hai il giusto “sponsor”.

    In una Italia in cui la regola fondamentale è il nepotismo.
    Non si è perché si sa qualcosa ma perché si conosce qualcuno.

  2. Gaddo ha detto:

    @ Vito

    E’ quello che volevo dire. La regola di cui tu parli funge da spartiacque: se continuiamo a rispettarla siamo morti, se la superiamo forse abbiamo qualche possibilità di salvarci.
    Il fatto è che, come dire, non nutro grossa fiducia nella capacità di cambiamento degli italiani: i motivi li ho già spiegati molte volte. Sul blog e fuori.

  3. mollybloom82 ha detto:

    Spero però che tu abbia deciso di lasciare ancora un po’ tuo figlio nell’infanzia….

    • Gaddo ha detto:

      Lo lascerò nella mia stessa eterna infanzia: quella di chi è convinto che è meglio allenarsi, per diventare bravi, e che si può fare a meno degli amici potenti. I quali dovranno rispondere a qualcun altro, delle loro scelte.

  4. francesca ha detto:

    Spero anch’io che lascerai tuo figlio ancora per un bel po’ nell’infanzia e che capirai che, alla fine, l’importante è la strada non il traguardo….

  5. giancarlo ha detto:

    Verissimo tutto, anche se ho qualche difficoltà a capire il “razzismo all’incontrario” che va tanto di moda oggi in Italia. Mi spiego, un figlio di medico non deve per forza essere considerato un raccomandato visto che ha “respirato” medicina in casa fin dall’infanzia. Ricordo il caso del figlio del professore universitario che segue sempre Berlusconi. Non aveva passato le prove di ammissione a medicina ( quindi non era certo stato oggetto di un trattamento di favore) ed il padre si era permesso di criticare, come molti fanno anche oggi, la validità delle prove stesse. Apriti Cielo… Forse ci sentiamo più sicuri se gli aspiranti medici sanno tutto su chi ha vinto l’ultimo Sanremo ( domanda in una prova di ammissione del passato)…

    • Gaddo ha detto:

      È vero: ma il problema (o il vantaggio) di essere “figlio di”, in questo paese, nasce proprio dal fatto che nessun padre famoso è un grado di accettare l’idea di aver generato un figlio mediocre che possa non ripercorrere le orme paterne. Il guaio è che, così facendo, si fa un danno abominevole al paese: come risultati finali, è vero, ma anche come esempio che viene fornito a chi è più giovane.
      Sarebbe giunto il momento di dire basta, penso io: ma un cambiamento così epocale non lo si può ottenere inasprendo regole che già ci sono. Il nostro problema, come italiani, è che la mentalità mafiosa ce l’abbiamo in tutte le regioni: solo che da altre parti, rispetto al sud, prende nomi meno cupi (e neanche tanto, peraltro).

  6. giancarlo ha detto:

    Ma adesso e forse non proprio da adesso, c’è la moda opposta. Sei figlio di medico o di professore universitario? Allora sei raccomandato, punto. Come me, che essendo figlio del direttore del personale di una vecchia USL, ho combattuto anni per affermarmi come professionista, penso, stimato, mentre altri si crogiolavano nella loro mediocrità facendosi forti di origini proletarie. Sono arrivato quattordicesimo su quattrocento al corso per ufficiali medici? E che cazzo, non puoi che essere stato raccomandato se poi il militare lo hai fatto nella tua regione alla Legione carabinieri, mentre mi ero fatto un mazzo così a studiare gli appunti di chi già c’era stato nel periodo di tempo tra l’esame di stato e la chiamata del militare. In fondo, così è più facile giustificare la,propria mediocrità piagnucolando che chi ti passa avanti deve essere per forza raccomandato. Hai ragione, Gaddo, quando dici che vi è bisogno di un cambiamento epocale, ma in tutti i sensi, non solo demonizzando chi è meglio di te.

    • Gaddo ha detto:

      Che, se non vado errato, è ciò che sosteneva Pier Silverio qualche post fa. No, certo che sono d’accordo con te: in altri paesi, di cultura protestante, la prova che Dio è con te sta nel tuo buon successo lavorativo; da noi puoi fare il cazzone per una vita intera, salvo pentirti all’ultimo secondo e farla franca. Certe volte, i caratteri di un popolo sono figli delle cose in cui crede, o dice di credere.
      Da noi pretendere il riconoscimento del merito è una pia illusione: se sei figlio di qualcuno il successo ti spetta per diritto divino; se non sei figlio di nessuno, e qui hai ragione, il non esserlo diventa autorizzazione a non ammettere le proprie mediocrità.
      Ma c’è di più, ed è qualcosa che mi spiego a fatica: qual’e la molla che spinge le persone a credere di aver diritto a più di quanto meritino? Quanto c’è di reale convinzione nei propri mezzi e quanto di totale menefreghismo, nel senso che se trovi una strada alternativa per il traguardo cosa ti frega di fare le scarpe a uno più competente di te?
      Io ho fatto dei concorsi, nella mia vita: e ogni volta sono rimasto stupito dall’evidenza che qualcuno dei partecipanti, persone a me note da tempo, si presentavano pur non avendo nulla di concreto nel proprio curriculum da mettere sul piatto della bilancia. Ricordo per esempio che al concorso per la specialità in Radiologia qualcuno consegnò il compito senza scrivere una sola parola sul foglio immacolato; altri fecero figuracce verbali di fronte al mio futuro Direttore che io al posto loro avrei voluto morire. Con il tempo ho visto anche di peggio: con l’aggravante che qualcuno ha pure avuto la meglio sugli altri grazie a strategie, diciamo così, alternative.
      Tuttavia, ti dirò, non mi perdo d’animo. Giusto per parafrasare ancora il film che ho visto con i miei bimbi, sono di quelli convinti che allenarsi sia ancora la migliore strategia per ottenere un buon risultato, e che nessun buon risultato valga la pena di compromessi imperdonabili. Poi magari finisci per arrivare sempre ultimo, o peggio ancora sempre secondo: ma che importa, fuori è una bella giornata autunnale, ho i bimbi che mia aspettano a casa e il mio lavoro, accidenti, quanto mi piace.

  7. giancarlo ha detto:

    Finchè non avverrà il cambiamento epocale che tu auspichi staremo qui a fare vane considerazioni. Io auspico che chi comanda sia davvero sottoposto a seria verifica sul proprio operato, ma, allo stesso tempo, chi comanda deve essere lasciato libero di scegliersi i propri uomini, senza quelle pagliacciate tristi che sono i concorsi pubblici, vere prese per il culo per chi si sobbarca il disturbo di parteciparvi. Ma questo è per il momento, vera utopia. Continuiamo a goderci il nostro lavoro e i nostri figli, che sono l’unico patrimonio cui possiamo e dobbiamo aggrapparci.

    • Gaddo ha detto:

      Oltre a sottoscrivere più che in pieno (ma a noi due ci hanno separato alla nascita?!?), aggiungo anche un’altra considerazione: tutti dovrebbero essere sottoposti a serie verifiche periodiche, anche e soprattutto noi medici. A qualcuno così passerebbe la voglia di tirare a campare, svergognando l’intera categoria.

  8. Pier Silverio ha detto:

    Eh sì, lo dicevo tempo fa.
    In generale penso che sia veramente ma veramente difficile trovare una persona che, dopo aver affrontato una stessa prova insieme a me, sia felice (e non solo di facciata) di un mio risultato eventualmente migliore del suo, e che non “goda” di un mio risultato invece peggiore del suo. E lo dico dopo aver passato qualche anno di arrivismo spietato da parte mia, che sicuramente ha dato i suoi frutti (in termini di risultati ottenuti), ma fortunamente ho superato. Ammetto che tuttavia faccio fatica a trovare la stessa grinta che avevo prima, e avverto questa sensazione per cui ora sono in grado di essere veramente felice per risultati miglior dei miei solo perché so che non mi ci sono dedicato veramente anima e corpo, o perché questo o perché quell’altro per alcuni motivi non ho dato tutto me stesso, e quindi – e solo per questo – posso accettare che qualcun’altro abbia fatto meglio di me, mi abbia “battuto”.
    A causa di queste mie riflessioni mi sto seriamente interrogando sull’effettiva capacità dell’uomo di essere felice per risultati altrui, anche quando questi ledono indirettamente i suoi interessi (se il concorso lo vinci tu, allora non l’ho vinto io). Con queste premesse, come si può pensare a una meritocrazia che non sia di fatto una legge della giungla, soprattutto nel senso che i “non vincenti” percepiranno sempre se stessi come oggetti di sopruso, desiderosi di rivalsa e vendetta?
    Mah, sono proprio giovane…

    • Gaddo ha detto:

      No, al contrario: penso che tu stia crescendo.
      Il prossimo passo sarà pensare che nessuna posizione di merito deve essere eterna, e che bisogna dimostrare sul campo ciò che si vale, sempre.
      E l’altro passo ancora, quello più importante, sarà capire che non si vince da soli ma in squadra, e non si vince per sé stessi ma per una buon idea, e per dare un futuro a chi dovrà seguirci o fin d’ora si affida a noi.

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