L’ultima parola

Ci sono volte in cui, per davvero, non ci capisco più nulla.

In cui gli eventi mi travolgono, mi strappano alla pigrizia del giusto, mi costringono a contraddittori sterili e paradossali: perchè una delle pochissime cose che ho capito, dalla vita, è che avere la costante pretesa dell’ultima parola è una virtù da scalcagnati. Da politici di corvée serale da Bruno Vespa. Da storici dell’arte frustrati. Da attorucoli della domenica pomeriggio.

E, siccome davvero non ci capisco più nulla, ci sono due cose che desiderei tanto. La prima è l’equivalente radiologico del carapace di una testuggine: un pacco di referti e una stanza deserta, semibuia, con un computer e magari le quattro stagioni di Vivaldi a tenermi compagnia mentre lavoro. La seconda è una bussola che mi indichi dov’è il nord, casomai l’abbia perso di vista una volta di più.

Beh, me ne veniva anche una terza: il Manuale del guerriero della luce di Coelho, ma poi rischierei di sembrare o troppo pop, o troppo zen, o troppo stupido.

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