La catena di santantonio

Qualcuno della mia azienda, forte della mail (appunto) aziendale, ha pensato bene di inviare gli auguri a una mailing list (non so dire estrapolata come ma piuttosto estesa per numero) in cui figurava anche il nome del vostro affezionato blogger. Il quale non ha risposto agli auguri, da gran maleducato quale è, però ha assistito a uno spettacolo parecchio interessante sulle modalità di interazione sociale del terzo millennio.

Intanto, quasi per magia, i messaggi mail si sono moltiplicati fino a intasare la casella di posta: è chiaro che se ognuno dei duecento destinatari risponde alla prima mail, chi è inserito nella mailing list riceverà almeno duecento mail, senza contare gli indirizzi doppi come il mio. Poi, ma forse è solo una mia impressione, il traffico nel tempo è ulteriormente aumentato perché nella catena di auguri si sono inserite altre persone (sempre dipendenti aziendali, ovvio). Risultato: il cellulare cinguettava ogni tre secondi e la cosa è andata avanti per parecchi giorni.

Una bella mattina è arrivata una mail incazzosa da parte di una esponente del sesso femminile, del tipo: Avete rotto le palle con questi messaggi di auguri, io non conosco nemmeno un decimo di voialtri e non ne posso più di questa litania. Chiunque, me compreso, avrebbe pensato: Adesso tutti si sentiranno offesi e la catena di santantonio vedrà la fine. E invece no. Prima è arrivata una risposta inattesa, che difendeva il valore simbolico della catena stessa e invitava a non essere drastici nei toni (in fondo trattasi di auguri, giustamente, mica di salve di vaffanculo); poi una buona parte degli altri destinatari, che erano rimasti in religioso silenzio fino a quel momento, sono scesi in difesa di questa posizione e, con ostinazione apparentemente perculante, ma con ogni probabilità mossa da intenti sinceri, hanno rincarato la dose degli auguri collettivi.

Morale: anche la persona che aveva espresso il fastidio iniziale è dovuta tornare sui suoi passi e ammettere che si, in fondo ricevere auguri non è come farsi pestare un callo o sentirsi offendere la mamma. Ma non è questo il punto: forse a causa dell’aria natalizia, o forse perché siamo tutti stremati dal modo infame in cui ci costringono a lavorare, senza il tempo nemmeno di salutarci in corridoio mentre corriamo da una reparto all’altro a far numero (esclusa qualche categoria specialistica di cui taccio prudentemente il nome), a un certo punto lo scambio di auguri ha preso il volo e si è trasformato in un impegno collettivo a riconoscersi, salutarsi e sorridersi. Nei corridoi dell’ospedale e fuori.

Io, lo dico francamente, in questo momento non so dire se l’impegno verrà mantenuto e quanto durerà nel tempo. Ma di una cosa sono certo: da queste parti stiamo messi parecchio male. Ed è proprio di sorrisi, solidarietà e conforto che avremmo veramente bisogno, noi che lavoriamo in ospedale.

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