La curva di Gauss e i misteri della Radiologia applicata al quotidiano

Il post è una risposta articolata all’ultimo commento di Pippo (al quale, dopo averlo ringraziato per il primo intervento, do il personale benvenuto nel blog).

Personalmente credo che il problema non riguardi soltanto il DEA, ma l’interezza della disciplina radiologica (e forse medica, e forse di ogni possibile prodotto dell’ingegno umano). Entro certi limiti il fenomeno è fisiologico. Come ogni altra popolazione immaginabile, anche la qualità dei radiologi è distribuita secondo una curva gaussiana: se è vero che la maggior parte di noi sono situati nella parte intermedia della curva (circa il 68% della popolazione), è anche vero che c’è qualcuno situato nel primo piede della curva e qualcun altro nel secondo piede.

L’anomalia è che questa curva di distribuzione non viene considerata in nessun criterio di assegnazione delle responsabilità e degli emolumenti: per esempio, scegliere un primario che non appartenga al secondo piede (a quel +2 o +3 di deviazione standard, per capirci), è contro ogni razionalità organizzativa. Ma anche pagare chi staziona nel secondo piede nella stessa misura di chi staziona nel primo è follia pura: chi sta nel secondo piede in genere lavora in presidi ospedalieri di maggiori dimensioni e complessità di prestazioni, e fa un mestiere più specialistico e di responsabilità. Il che dovrebbe, in linea del tutto teorica e se non vivessimo in territorio ultrasindacalizzato, essergli probamente riconosciuto.

Allora lo scopo finale di un sistema bene organizzato, sempre in linea teorica, dovrebbe essere quello di condurre nella popolazione intermedia del gruppo il maggior numero di elementi che stazionano nella parte bassa del primo piede: il che è già di suo impresa improba, come ricordiamo bene dalle tirate di orecchio con cui il maestro gratificava gli asini ai tempi della scuola elementare, ma lo diventa ancor di più se l’apicale non appartiene al secondo piede della curva e dunque non ha nulla da insegnare ai suoi.

La realtà dei fatti è molto prosaica, purtroppo. A noi italiani, possiamo dirlo con rassegnata tranquillità, sta tutto sommato bene stazionare nel gruppone intermedio, in quel 68% di professionisti che non si distinguono dagli altri né per qualità né per demeriti. Perché il gruppone ci garantisce vita facile, tiene lontano lo stress da prestazione e a volte garantisce anche privilegi legati all’anzianità di servizio: lo scatto di stipendio che si dovrebbe avere allo scadere dei 15 anni di servizio (dico dovrebbe perché gli scatti sono fermi dal 2009, giusto per tornare al contratto di lavoro non rinnovato) non è legato alle competenze acquisite ma alla mera anzianità lavorativa. Il che presuppone sulla carta che l’età sia una sufficiente garanzia di crescita professionale: mentre noi lo sappiamo bene che non è così, e che in mestieri tecnici come il nostro a volte l’età lavorativa è inversamente proporzionale all’aggiornamento professionale e alle motivazioni lavorative. Tuttavia non doversi mettere in discussione, ai più, conviene proprio da un punto di vista statistico: ad avvantaggiarsene sarebbe una popolazione troppo piccola (i +2 e +3 di deviazione standard) rispetto a quella che ne trarrebbe nocumento (tutto il resto). Questo è il triste segreto dell’inerzia italiana del terzo millennio.

Il sistema si fonda su presupposti errati che non tengono conto dei criteri statistici di cui vi ho parlato (da perfetto ignorante in materia, peraltro): ecco perché sta crollando miseramente. Finché i soldi arrivavano a palate non c’erano grossi problemi, ma adesso che siamo in piena era di razionamento cominciano a emergere le differenze tra i professionisti: e tutto sommato avere alle dipendenze un medico capace e organizzato conviene di più che averne uno mediocre e disorganizzato, anche se magari ci vai caratterialmente d’accordo e sai da lui cosa puoi aspettarti.

Questo insomma, come vado dicendo da tempo, è il momento giusto per scelte coraggiose, controcorrente, di rottura con il passato. Bisogna dare il timone in mano a gente che sappia guidare: e non parlo solo di medicina, intendiamoci. Il punto di cui parla Pippo, scrivendo: “E’ indispensabile pensare a un progetto sanzionatorio ma anche ad imporre l’obbligo di (ri)alfabetizzazione ; mi viene in mente la patente a punti con relativi corsi di recupero“, non è scorretto. Anzi, è sacrosanto e condivisibile. Ma secondo me viene a galla dopo, quando la conduzione del sistema è ottimizzata: in ambito radiologico, per esempio, il responsabile della (ri)alfabetizzazione dovrebbe essere il primario. Ma in quel caso il primario deve essere unanimemente considerato come più bravo dei suoi collaboratori. Conoscete molte realtà ospedaliere (e non) in cui questa affermazione sia inconfutabile?

Aspetto i vostri pareri. Poi possiamo anche andare in ferie e dimenticarci di esistere. Almeno per qualche settimana.

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